‘I'm not from here, I'm not from there’, i Calexico al Carroponte di Milano: il report del concerto

‘I'm not from here, I'm not from there’, i Calexico al Carroponte di Milano: il report del concerto

È tra la fitta coltre di zanzare che avvolge il Carroponte, ex area industriale recuperata a una manciata di chilometri da Milano, che i Calexico danno il via alla loro quarta tappa estiva nel Belpaese, dopo che già la band di Tucson si era esibita nei club di Milano, Bologna e Roma quando la scorsa primavera era alle porte. La distanza che separa l’Arizona dall’Italia non pesa sulle spalle del gruppo capitanato da Joey Burns e John Convertino, che non perde occasione per tornare a portare dalle nostre parti i suoni della frontiera di cristallo. Ad aspettarli c’è la famiglia di affezionati che non si è saziata dell’ultimo show meneghino della band di qualche mese fa all’Alcatraz di Milano: pochi ma buoni, per un gruppo che non lesina concerti. L’afa, l’ozio domenicale e la battaglia contro i fastidiosi insetti estivi passano presto in secondo piano, a mano a mano che gli strumenti della band si scaldano e avvolgono l’area di via Granelli con le melodie ibride che definiscono i Calexico.

In una dimensione informale, quasi da jam session, il gruppo, guidato dal frontman Joey Burns, in camicia scura e jeans, attraversa con furia e precisione il ricco repertorio dei Calexico, che quest’anno hanno dato alle stampe il loro ultimo album in studio, “The Thread That Keeps Us”. Da quest’ultima fatica la formazione attinge in abbondanza con pezzi quali “End Of The World With You”, “Voices In The Field”, “Under The Wheels”, “Flores y Tamales”, “Another Space”, “Dead In The Water”, alternati ai classici dei Calexico – “Crystal Frontier”, “Cumbia de donde” (che confluisce in un’inaspettata “Bella ciao”), “Sunken Waltz”, “Minas de cobre (For Better Metal)” - immediatamente identificate da una folla attenta e riconoscente. Difficile non esserlo, in effetti, davanti a un gruppo così ricco di musicisti ai quali non sembra importare se si stiano esibendo davanti a decine o centinaia di persone. Burns, leader che non esita a fare un passo indietro per offrire la scena ai compagni di band e ai loro pronti assolo, non perde un colpo, trascinato dal ritmo del socio Convertino, che impugnando le bacchette da jazzista definisce la solida impalcatura ritmica di uno show senza sbavature, dove il suo sguardo concentrato fa da contraltare ai sorrisi caldi del frontman della band.

“We are all one people in one planet”, ci ricorda Burns. Chiacchiera con piacere con il pubblico tra un brano e l’altro: ringrazia, introduce i pezzi, dichiara più volte il suo amore per l’Italia (sì, a ogni concerto il pubblico presente è a detta della band il più bello mai visto, ma i Calexico hanno sempre riempito la Penisola di così tanti live da giustificare a pieno titolo quel proclama al quale nessuno tende più ragionevolmente a credere), porta l’attenzione su ciò che sta a cuore alla band, quei valori che chi è cresciuto lungo una frontiera cruciale come quella tra gli Stati Uniti e il Messico ha imparato a conoscere. “Vogliamo che tutti i rifugiati del mondo sentano la vostra voce”, dice Joey prima che attacchino le note di “Voices In The Fields” e i confini tra arte e artista si dissolvano nella chiara presa di posizione della band. Le nostre origini non contano, come non conta la nostra destinazione, cantano i Calexico. Ciò che importa è “il filo che ci tiene insieme”: “I'm not from here / I'm not from there / Where am I going? / Should I care?”.

Le colonne portanti della band, Burns e Convertino, sono affiancati dal resto dei Calexico, su tutti la chitarra solista Jairo Zavala, al quale sono affidate anche le parti in spagnolo e i cori, il contrabbassista Scott Colberg, i trombettisti Jacob Valenzuela e Martin Wenk (addetto anche alla fisarmonica) e il tastierista Sergio Mendoza. Per il concerto di questa sera, poi, anche il cantautore abruzzese Domenico Imparato raggiunge la band sul palco per un paio di pezzi, incluso il momento della terzetta che chiude il concerto, il bis che, dopo “Naõ Queiras” di Raúl Marques & Os Amigos da Salsa, “Another Space” e “Güero canelo” cita Manu Chao (“Desaparecido”) e i Buena Vista Social Club (“El quarto de Tula”).

Come nei dischi dei Calexico, anche dal vivo l’euforia dolente delle orchestre mariachi e dei suoni ispanici del sud degli Stati Uniti è potenziato dalle melodie folk rock trascinate dalla chitarra consumata di Joey Burns e sostenute dalla band: l’effetto finale di un generoso concerto di oltre due ore è quello di uno stordimento felice, qualcosa da custodire con cura, almeno fino al prossimo ritorno dei nostri.

 

Erica Manniello

 

SETLIST

Dead in the Water

End of the World With You

Voices in the Field

Under the Wheels

Across the Wire

Ballad of Cable Hogue

Sonic Wind

Victor Jara's Hands

Cumbia de donde (e Bella Ciao)

Stray

Lost in Space (OP8)

Sunken Waltz

Bullets & Rocks

Minas de cobre (For Better Metal)

Inspiración

Flores y tamales

Crystal Frontier

 

BIS

Naõ Queiras (Raúl Marques & Os Amigos da Salsa) 

Another Space

Güero canelo / Desaparecido / El cuarto de Tu

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