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NEWS   |   Pop/Rock / 13/10/2017

Khalid, l’“American teen” che ti fa sentire triste e felice con la stessa canzone – INTERVISTA

Khalid, l’“American teen” che ti fa sentire triste e felice con la stessa canzone – INTERVISTA

La stampa americana ha trovato un nuova voce generazionale. Si chiama Khalid e non si tira indietro quando si tratta di dire che non canta solo per sé, ma per una comunità. A 19 anni d’età, ha già guadagnato un doppio disco di platino per il singolo “Location” e un numero uno nella classifica americana R&B con l’album “American teen”. Racconta che cosa significa essere un teenager americano nel 2017: storie d’amore, ovvio, ma anche di crescita e conflitti. Lo fa con uno stile electro-soul e certe slow jam che gli hanno fatto guadagnare paragoni con Frank Ocean e Sampha. “Racconto storie di adolescenti”, dice prima del concerto che ha aperto per Lorde a Milano. “Gli svaghi, le difficoltà, i problemi relazionali. Interpreto con la mia voce il pensiero dei ragazzi che non riescono a esprimere quel che provano”.

Nato a Fort Stewart, Georgia, Khalid Robinson è quello che gli americani chiamano un Army kid, uno dei tanti figli di militari sballottati da una parte all’altra degli Stati Uniti e in Europa, secondo gli incarichi assegnati ai genitori. Il padre è morto quand’era bambino, la madre Linda Wolfe, che faceva parte di un coro dell’esercito, l’ha cresciuto instillandogli il culto della musica. “Cambiare spesso casa ti fa capire quanto temporanee siano le cose della vita. Arrivi in un posto e quando cominci a considerarlo casa è già tempo di traslocare. Niente best friends forever. Non mi sono mai sentito uno del posto. Non mi sono mai sentito veramente accettato da una comunità. Ma invece di considerarmi un emarginato, ho scelto di pensare a me stesso come a una persona unica. E ho imparato a non lagnarmi per la perdita di qualcuno o qualcosa, ma di godere della sua presenza finché c’è”.

Nel 2016 Khalid ha cominciato ad apparire nelle liste degli artisti da tenere d’occhio grazie a “Location”, una canzone sullo smarrimento e le domande che i primi amori portano con sé in cui evidentemente molta gente s’è riconosciuta. O forse il merito del suo successo è da attribuire al suono stilizzato e ammiccante, alle vocette alterate, al clima caldo e sensuale. La più recente contabilità diffusa dalla Sony afferma che il pezzo è stato ascoltato più di 343 milioni su Spotify e visto oltre 145 milioni di volte su YouTube. Da allora la strada di Khalid è stata spianata: collaborazioni importanti con gente come Lorde e Kendrick Lamar, vittoria come Best New Artist agli MTV Video Music Awards, un album uscito in marzo per una major di cui si sono occupati un po’ tutti, dall’Independent al New York Times.

Khalid considera “American teen” un disco per esprimere “la ricerca della mia identità”, il che è del perfettamente comprensibile per un adolescente che lascia il liceo e si appresta a diventare qualcosa d’altro e spesso d’ignoto. “Quando ho scritto il disco avevo 17, 18 anni. È stato allora che ho accettato quel che ero, un teenager americano che cantava storie sue e dei suoi amici. Ho capito subito che c’era tanta altra gente che stava passando quel che passavo io. Ora ho questa strana relazione con gli adolescenti di tutto il mondo ed è una cosa pazzesca, una cosa enorme. Non credo che la loro voce sia ascoltata come dovrebbe”.

Viene da evocare una delle parole chiave del pop degli ultimi anni: empowerment. A Khalid piace. “Sì, quest’album offre ai miei coetanei un senso di legittimazione che a volte manca”. Per spiegarlo tira fuori il suo ultimo singolo titolato “Young, dumb and broke”, ovvero giovane, stupido e al verde. “È una canzone sul fatto di accettare che siamo ragazzi un po’ scemi e senza soldi. È il modo in cui ci definiscono? Bene, allora lo rivendichiamo. Ma aggiungiamo che abbiamo amore da dare e tanta vita da vivere. Ecco perché il ritornello, se lo ascolti bene, suona come una celebrazione”. Aggiunge poi con un pizzo d’orgoglio d’essere autore delle canzoni del disco (co-autore, in realtà) e di avere suggerito ai produttori la direzione da prendere: “Ho detto loro: dobbiamo far sì che il disco suoni allegro, ma non troppo. E loro, in base all’esperienza, mi hanno detto come si fa. Abbiamo imparato molto gli  uni dagli altri. Sono giovane. Sto crescendo. E quando cresci in pubblico la gente tende ad analizzarti. È qualcosa da cui mi devo difendere”.

Khalid va in giro a dire che il suo scopo è creare felicità in chi lo ascolta, eppure la sua voce ha un’inflessione triste, una nota malinconica che caratterizza buona parte di “American teen”. “È strano, vero? I miei fan me lo fanno notare tutte le volte. Mi dicono: com’è che la tua musica mi fa sentire felice e malinconico allo stesso tempo? Per me è un modo per rappresentare il fatto che, nella vita, per raggiungere la felicità devi passare attraverso la tristezza. Non proviamo mai una sola emozione alla volta”. L’origine di questo tono malinconico, aggiunge, è la tristezza provata crescendo e capendo i danni provocati dalla mancanza di comunicazione fra le persone. “La mia tristezza viene dalla solitudine”. E infine, prima di salire sul palco, dice che il sentimento che aveva in testa affrontando la registrazione dell’album è quello espresso da “Nostalgia, ultra” di Frank Ocean. “Volevo che il mio disco trasmettesse le sensazioni che ho provato la prima volta che l’ho ascoltato. Voglio fare musica a cui la gente può pensare fra cinque anni, dicendo: quando la ascolto mi viene in mente chi ero e dov’ero cinque anni fa”.

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