The Soundtrack Of Our Lives: 'Passatisti, ma senza scappare dalla realtà'

The Soundtrack Of Our Lives: 'Passatisti, ma senza scappare dalla realtà'
Quando uscì in Inghilterra con quella copertina ricalcata sul “Byrdmaniax” dei Byrds, “Behind the music”, terzo album dei The Soundtrack Of Our Lives, suscitò una piccola isteria mediatica che coinvolse le principali testate musicali dell’isola (NME, Mojo, Q) e musicisti di riferimento come Noel Gallagher, pronto a proclamarlo il miglior disco rock degli ultimi sei anni. Loro, i sei svedesi alfieri di un garage-beat-retro-rock psichedelico della miglior specie, rimasero apparentemente imperturbabili, continuando come se niente fosse per la loro strada lastricata di piccoli club, festival rock e centinaia di concerti. Preparandosi senza fretta alcuna all’atteso seguito, che infatti arriva solo ora, a tre anni di distanza. Troppa pressione, blocco dello scrittore? Macché, spiega Ebbot Lundberg, barbuto, pittoresco e monumentale frontman della band di Goteborg: “Siamo stati sempre in tournée a promuovere ‘Behind the music’, che in Scandinavia e in Europa è uscito nel 2001, in Inghilterra nel 2002 e negli Stati Uniti l’anno scorso. Non abbiamo avuto proprio il tempo di fare altro, se non scrivere un sacco di canzoni nuove che abbiamo cominciato a registrare non appena siamo tornati a casa”.
Agli Svenska Grammofonstudion, il loro home studio affacciato sui docks della città scandinava (dove Lundberg ha lavorato come scaricatore di porto, trasportando casse di banane “come tanti altri musicisti della zona, in un periodo spensierato della mia vita”), The Soundtrack Of Our Lives di canzoni nuove ne hanno preparate addirittura una cinquantina: fedeli a quell’approccio spontaneo e a quello spirito “fai da te” che il vocalist si porta dietro dai tempi degli Union Carbide Productions, il suo primo gruppo punk rock (in cui militava anche il chitarrista Ian Person) ammirato da Thurston Moore dei Sonic Youth come da Kurt Cobain. Di qui quel “vol. 1” appiccicato in coda al titolo del disco appena sfornato, “Origin”. “Sì”, conferma l’hippie rocker vichingo, “ci sarà un secondo capitolo, e forse anche un terzo. Il materiale per il secondo volume è pronto al 95 %. Speriamo di farlo uscire entro il 2005, sicuramente non aspetteremo altri tre anni. Credo che risulterà un po’ più soffice e un po’ più acustico di quello che è appena uscito”: un disco che agli ascoltatori di una certa età evoca non poche piacevoli rimembranze, con quei riff tra Who e Stooges, quella psichedelia soffice in puro stile Sixties e quei fraseggi d’organo che rimandano ai Doors. Lundberg, al telefono, ridacchia. “Beh, non posso negare che in un pezzo come ‘Transcendental suicide’ sembri di ascoltare gli Who di ‘Tommy’. Ma non si tratta mai di citazioni volute, i riferimenti vengono fuori con naturalezza. Spesso si rubano le cose che si amano, anche senza volerlo. Si insegue un’emozione, e si finisce per prendere a prestito da altri. Lo fanno tutti: nel cinema, per esempio, e non solo nella musica. A noi viene automatico, siamo tutti grandi collezionisti di dischi anni ’50, ’60 e ‘70”. Come ci si difende dall’accusa di essere bollati come dei meri replicanti? “Cercando di combinare le cose in modo fresco e originale, lasciando sulla musica una propria impronta spirituale. Perché nella nostra musica non ci mettiamo solo le palle ma anche l’anima. Anche per dar modo alla gente di ascoltarci più volte senza annoiarsi”.
Dalla sua collezione di dischi Lundberg ha tratto la prima ispirazione: “La scintilla è scoccata quando cominciai a procurarmi i primi dischi di hardcore punk di importazione dall’America, quelli dei Circle Jerks, dei Germs, dei Black Flag. Avevo 15 anni, e mettere le mani su quegli album freschi di stampa che qui in Svezia si faceva una gran fatica a trovare è stata la mia scoperta musicale più eccitante di sempre. Qualcosa di simile, forse, a quello che provarono Mick Jagger e Keith Richards negli anni ’60, andando a caccia dei dischi originali di blues e r&b”. Di più elettrizzante, ricorda, nella sua vita musicale c’è stato solo il momento in cui uscì il suo primo disco con gli Union Carbide Productions. “Quando lo riascolto oggi sto bene, dentro ci sento uno spirito che nel punk di oggi non ritrovo più. L’atteggiamento non è cambiato, anche con i TSOOL cerchiamo di esprimere sentimenti veri, situazioni reali”. Ma che c’entra l’autoharp, uno strumento di tradizione folk e da trovatori, con il punk? “Beh, io l’ho sempre visto come uno strumento psichedelico, invece. Quando ascoltavo il punk mettevo sul giradischi anche Syd Barrett, e in sottofondo a ‘Bigtime’ (il singolo che ha anticipato ‘Origin vol. 1”) c’è un sitar. Ci piacciono i miscugli”. E anche le mosse a sorpresa, come quella “Midnight children” in stile Serge Gainsbourg che ospita proprio la voce della sua musa preferita, Jane Birkin. “Ho ascoltato ‘Je t’aime… moi non plus’ quando ero bambino, ma l’idea della canzone è farina del sacco di Kalle (Gustafsson Jerneholm, il bassista deo TSOOL). Dall’inizio aveva quel groove alla Gainsbourg e ci è venuto naturale chiedere alla sua ex compagna se avrebbe voluto cantarla. Il pezzo le è piaciuto e ci ha detto di sì. Siamo volati a Parigi per registrare, e lì l’abbiamo incontrata per la prima volta. ‘Midnight children’ calza bene col resto del disco, non lo vediamo come uno stacco dall’atmosfera generale dell’album. Certo che abbiamo avuto fortuna…”.
“Bigtime”, invece, dice qualcosa del loro rapporto col passato e col presente, cantando di chi “parla dei vecchi tempi, impaurito da quelli attuali”. “Il mondo di oggi ha indubbiamente un aspetto spaventoso”, spiega Lundberg. “Sembra incredibile che Bush sia stato rieletto, per esempio: questi sono tempi che generano insicurezza e paranoia. Quel testo vuole semplicemente riflettere quel che sta accadendo intorno a noi. Personalmente non ho delle risposte, credo solo che si vada incontro a una sorta di destino”. Potenza delle suggestioni: la minacciosa figura femminile evocata in “Mother one track mind” oggi potrebbe far pensare a Condoleeza Rice, falco dell’amministrazione Usa promossa al segretariato di stato. “Ma potrebbe essere qualunque altra donna pericolosa, la signora Thatcher come Courtney Love. Come si sa, non c’è niente di peggio al mondo! Ma è anche una canzone divertente, con una bella dose di humour nero”. Il crudo riff di chitarre che lo accompagna è un buon esempio dei suoni vintage che il sestetto sa ricreare nel suo studio, complice oggi un banco analogico che è un pezzo di storia del rock, recuperato dal gruppo in Svizzera: proprio quello che i Deep Purple utilizzarono a Montreux per mixare “Smoke on the water”. “L’ha usato anche David Bowie per ‘Heroes’, e tanti altri. L’hanno messo in vendita e Kalle, che è il nostro tecnico, si è fatto avanti”.
Band live per eccellenza (l’occasione per verificarlo, in Italia, è la data milanese al Rainbow programmata per martedì 23 novembre), i TSOOL amano altrettanto starsene rintanati nel loro studio. “Per me”, conferma Lundberg, “valgono 50 e 50, registrare è importante quanto suonare dal vivo. Certo, sul palco si vive un rapporto più intenso con il pubblico e con le canzoni, ma non sono uno di quelli che in studio si annoia. Devi essere concentrato e non fare stupidaggini: un disco, una volta inciso, resta per sempre come parte di te. Il segreto è rimanere fedeli a se stessi, credere in quel che si fa. Non c’è miglior antidoto alla noia”.
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