Zucchero all’Arena di Verona: “Le sorprese non mancheranno, gli ospiti nemmeno” – l’intervista

Zucchero all’Arena di Verona: “Le sorprese non mancheranno, gli ospiti nemmeno” – l’intervista

Il programma originario prevedeva che si andasse a Verona, dove giovedì sera Zucchero avrebbe messo in scena – alla vigilia della sua “residency” di 11 concerti all’Arena – una “dress rehearsal”, cioè una prova generale completa, dello spettacolo che ha poi presentato a partire da ieri, venerdì 16 settembre (le date: 16, 17, 18, 20, 21, 23, 24, 25, 26, 27 e 28 settembre, quasi tutte già sold out), e che vi abbiamo raccontato in diretta qua.

Poi le cose non sono andate precisamente così: nel senso che sì, lo spettacolo è stato messo in scena, ma in forma parziale, perché Zucchero e la sua band si sentivano piuttosto a disagio ad esibirsi di fronte a una platea composta soltanto da una ventina di addetti ai lavori – e sinceramente non saprei come dar loro torto, anche noi eravamo a disagio in una platea completamente vuota. Sicché la serata ha visto il musicista eseguire per intero, sostanzialmente a beneficio della stampa, una dozzina di canzoni, pescando qua e là dalla scaletta (da una delle tante scalette possibili, considerando che sono stati provati 41 brani e ogni sera ne verranno eseguiti una trentina. quindi è prevista una regolare rotazione di titoli di serata in serata), affidandone altri due-tre alla band, quindi facendoli ascoltare in versione strumentale, e lasciando gli altri titoli a una scaletta semiufficiale che riportiamo altrove avvertendo che mentre scriviamo si tratta di un documento ipotetico, che potrà subire, e probabilmente subirà, variazioni durante le ultime prove di venerdì e soprattutto durante il primo live di venerdì sera (“Magari farò anche un medley ‘a richiesta’ del pubblico: basta che non mi chiedano ‘Donne’ come ha fatto Sabrina Ferilli in TV giorni fa!”).
Da quel che si è visto e sentito, comunque, mi pare di poter dire che Zucchero ha messo in piedi un gran bel concerto: la cui principale attrazione è una band pazzesca: tredici musicisti di calibro decisamente internazionale fra i quali spicca per notorietà il mitico tastierista Brian Auger (che con Zucchero aveva già collaborato discograficamente in “Rispetto” e “Fly”). “Gli ho chiesto se voleva partecipare, lui mi ha risposto che l’avrebbe fatto volentieri se fosse riuscito a spostare qualche impegno già preso, e sono felice che ci sia riuscito”, ha spiegato Zucchero nell’incontro con la stampa. Se non sapete chi sia Brian Auger, qui non c’è spazio per raccontarvelo: a misurare il suo valore attuale, che conferma appieno la sua fama e il suo status, sono bastati giovedì sera un paio di assolo, uno in particolare su “L’anno dell’amore”, e un cameo da protagonista con “Freedom Jazz Dance”, uno strumentale che sarà uno dei brani che ogni sera Auger proporrà nel corso del concerto (per le altre serate sceglierà fra “Save me”, “This wheel’s on fire”, i suoi successi del periodo con Julie Driscoll, fine anni Sessanta, e la beatlesiana “A day in the life”). Giovedì sera, forse influenzato dalla location, in "Freedom Jazz Dance Auger ha infilato una citazione dell' "Habanera" dalla Carmen di Bizet.
Il resto della band: Polo Jones, Kat Dyson, Doug Pettybone, Queen Cora Dunham, Nicola Preuch, Adriano Molinari, Mario Schilirò, Andrea Whitt, Tonya Boyd Cannon, James Thompson, Lazaro Amauri Oviedo Dilout e Carlos Minoso.
Tonya, la corista, viene dal gospel ed è di New Orleans; la batterista, Queen Cora Dunham, e Kat Dyson, la chitarrista, hanno alle spalle una collaborazione con Prince; Andrea Whitt, la violinista, ha suonato (per dire) con Jack White e Shania Twain.
Per quel che si è sentito, dicevo, si tratta di una band fenomenale, e lo spettacolo che Zucchero mette in scena in questo tour è decisamente centrato sulla musica; la scenografia è d’effetto ma senza grandi effetti speciali, se non un megaschermo a forma di cuore; a farla da padroni sono la voce del protagonista, che qui si comporta da capo orchestra, e i suoni prodotti dai suoi musicisti.
“Rispetto a quello che avete sentito stasera” ha spiegato Zucchero “c’è qualcosa ancora da mettere a punto. Stasera non mi è stato possibile perché c’eravate voi e dovevo cantare, ma di solito alle prove io mi metto in fondo alla sala col fonico e ascolto il suono complessivo. Lo faremo venerdì” (cioè oggi) “al soundcheck. E’ una band nuova, gente che non ha mai suonato tutta insieme, e con un gruppo così numeroso ci sarà senz’altro qualcosa da mettere a punto, qualche eccesso di entusiasmo da smagrire, ma sono molto contento del feeling e dell’amalgama che si è creato, anche con la crew”.
“A che servono due batterie?” ridacchiava Zucchero giovedì sera. “Me l’hanno chiesto anche quelli della RAI mentre preparavamo lo speciale” (andato in onda con egregi risultati di audience sabato 10 settembre su Rai Uno). “Gliel’ho provato a spiegare, ma mi sa che non l’hanno capito, che le due batterie” (quella di Queen Cora Dunham e quella di Adriano Molinari) “non sono un doppione l’una dell’altra, ma suonano cose diverse...”.
Allo speciale televisivo si accenna en passant, molti dei presenti non l’hanno visto (“E’ vero, Andrea Bocelli non conosceva il testo di ‘Guantanamera’, l’ha cantato a orecchio, da pianobarista”; “Ho cantato tutta ‘Dio è morto’ di Francesco Guccini perché penso che sia una canzone attualissima, anzi prima o poi la rifarò in inglese, così il testo lo capiranno anche quei bigottoni degli americani”).
Ferdinando Salzano, che con la sua F&P produce lo spettacolo, ha annunciato che al momento sono stati già venduti oltre 100.000 biglietti per la residency veronese; circa il 18% sono stati acquistati nella città veneta, circa il 5% nella provincia di Milano e altrettanti in quella di Brescia, ma un sorprendente 11.93% sono acquisti effettuati all’estero.
Il “world tour” di “Black Cat” salperà l’1 ottobre dalla Germania e toccherà Austria, Slovenia, Polonia, Cecoslovacchia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, Gran Bretagna (Royal Albert Hall di Londra), di nuovo Germania, Svizzera, Francia (l’Olympia di Parigi), Romania e Bulgaria. Dopo la pausa natalizia sarà la volta di Nord America, Sud America, Australia, e (per la prima volta, per Zucchero) Nuova Zelanda e Giappone; al momento si prevede di continuare fino all’inizio di agosto 2017.
Tornando allo show; la scaletta è divisa in tre “tempi”. Nel primo è prevista l’esecuzione integrale e in sequenza dell’ultimo album “Black Cat”: Zucchero ricalca la scaletta di "Black Cat", accompagnato dai 13 elementi della band, e ciò gli permette di riempire le esecuzioni della verve e dei particolari dell'album (decidere di suonare un intero album dal vivo è sempre una scelta rischiosa, specie se l'album in questione è uscito da pochi mesi. E invece l'esecuzione di "Black cat" funziona, con questa band). Il secondo è centrato su titoli di “Chocabeck” (“Un album a cui sono molto legato”, dice Zucchero), il terzo vede in setlist alcuni grandi successi “e un paio di canzoni che non faccio da tempo dal vivo, come ‘Iruben me’ e ‘Madre dolcissima’. Sono tre tempi che rimandano alla sequenza narrativa dei video che abbiamo realizzato per le canzoni dell’album, dei quali avete visto finora solo quelli dei primi due singoli” (il terzo è in radio da venerdì 16, ed è “Voci”). “E’ una sequenza molto cinematografica, direi tarantiniana, ispirata a ‘Django unchained’ e a ‘12 anni schiavo’. Ma nei concerti qui a Verona le sorprese non mancheranno, gli ospiti nemmeno – no, non faccio nomi, perché guastare la sorpresa al pubblico? Certo il 25, che è il mio compleanno, un regalo me lo farò...”.
Come inevitabile, intorno alla tavolata e a qualche bottiglia il discorso si è poi andato sfilacciando e ha toccato temi extramusicali.
“Di questi tempi mi pare che più nessuno, fra i giovani, sia capace di indignarsi per come vanno le cose. Bisognerebbe mettere su un allevamento di futuri partigiani” riflette Zucchero sul filo del paradosso, ma non troppo. E racconta che il suo progetto “per quando smetterà di andare in giro per il mondo” è aprire una “House of Blues” a casa sua, a Pontremoli, con l’autorizzazione di Dan Aykroyd e Jim Belushi. “Ci voglio portare i musicisti blues americani, quelli che da noi sono del tutto sconosciuti, farli suonare, registrare tutto e pubblicare la loro musica e le loro immagini per la mia etichetta personale, che voglio chiamare ‘Motom Records’” (per i troppo giovani: Motom è il nome di un’azienda milanese che nel dopoguerra produceva ciclomotori). “Ma non ho fretta: ho solo sessantun anni, suonerò ancora per un bel po’...”.

Franco Zanetti

 

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