Uno sguardo umano sui Mayhem

Uno sguardo umano sui Mayhem

Il black metal nella sua variante nordeuropea è – nonostante gli anni bui e costellati di fatti di cronaca che marcarono la sua era più cupa siano lontani – ancora oggi un argomento difficile da avvicinare e trattare. Da un lato c’è la resistenza di chi fa parte o ha fatto parte di quella scena, abbracciandone idee, atteggiamenti e sonorità (nel bene e nel male: pacchetto completo), dall’altro ci si scontra con l’ostacolo di trattare argomenti che troppo spesso esulano dalla semplice musica e sconfinano in idee antisociali, comportamenti delinquenziali e omicidi/suicidi, provocazioni esageratamente sopra le righe per essere prese semplicemente come tali.

Certo è che l’argomento non è dei più allegri e spensierati; inoltre è tragicamente legato a un’aura di morte che ha trasceso il reame della finzione scenica e dei testi, arrivando a impattare in maniera irreversibile sulle vite di molte persone (chi è deceduto, chi è finito in galera, le famiglie di tutti…); ed è proprio per questo che nonostante la coltre del tempo abbia iniziato a posarsi su quei fatti, parlarne rimane un compito arduo, che impone la tipica “camminata sulle uova”: il risultato è una costante mancanza di approfondimento reale – tanto che fino a pochi anni fa il testo che fungeva da Bibbia in questo rame era il best seller “Lords of Chaos”, volume che ha il pregio di avere per primo offerto una narrazione globale del fenomeno, ma che da tante – tantissime, a onor del vero – parti in causa è stato fortemente criticato.

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Il punto è che – come spesso accade quando si ha a che fare con fenomeni che solo apparentemente sono monodimensionali e che si prestano a essere ricondotti a catene causa-effetto semplicistiche – i tentativi di raccontare con narrazioni di ampio respiro, che mettano a sistema persone, luoghi, eventi e musica di norma obbligano a trascurare le specificità e a bypassare distinguo e peculiarità a volte non di secondo piano.

È così che un volume come “Mayhem – The Death Archives” (stampato da poco da Ecstatic Peace Library, con postfazione di Thurtson Moore dei Sonic Youth) diviene prezioso, nel suo occuparsi di una sola band e di un periodo circoscritto dell’attività della stessa (i primi 10 anni, dal 1984 al 1994). E a raccontare questa storia è proprio Jørn Stubberud (alias Necrobutcher), bassista e co-fondatore del gruppo con Euronymous, Manheim e Messiah: parole “di prima mano”, dunque, sostanzialmente mondate dalla voglia di sensazionalismo da tabloid (i decessi, che hanno piagato la storia dei Mayhem, sono affrontati senza insistenze e macabri dettagli). Ciò che ne scaturisce è un diario fotografico carico di valenze emotive, ma anche umane e storiche, che anche i non iniziati al genere non possono non percepire.

La storia dei Mayhem, per una volta, diviene quella di una serie di ragazzi che vivono per la musica che amano, non quella di una gang di pseudo-psicopatici. Ed è così che apprendiamo che le mazze ferrate che si vedono in alcune foto della band furono comprate nella nostra Rimini, durante un Inter-Rail, e portate in giro per tutta Europa negli zaini, con ripetute gag alle frontiere.

Øystein [Euronymous - ndr] ed io ci comprammo una mazza ferrata a testa. […] Eravamo vicini a San Marino, a Rimini: Manheim ed io ci eravamo già stati in vacanza con le nostre famiglie. Fu un disastro trascinarci dietro quelle maledette mazze appuntite per tutta Europa. Erano pesantissime, taglienti e non era comodo averle nello zaino. Ogni volta che arrivavamo a una frontiera ci facevano un milione di domande… e ne avevamo addirittura due, quindi la cosa era ancora più sospetta. Sviluppammo una specie di amore-odio per quelle mazze, quindi ci sembrò una piccola vittoria quando le portammo a casa: ce le eravamo scarrozzate fin dall’Italia. La mia è ancora in salotto, la trovo molto decorativa.

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Notevoli, poi, sono gli scatti in ambientazione casalinga: cucine colorate e ordinate, stanze con rivestimenti in legno da rivista d’arredamento anni Settanta… insomma, un’immagine molto diversa da quella dei necrofili che vivono in mezzo a immondizia e reperti cimiteriali.

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Ma non è tutto, perché in quel delirante Inter-Rail (del 1986), i giovanissimi Mayhem – racconta Necrobutcher – fecero tappa a Milano, dove desideravano incontrare Roberto Mammarella, deus ex machina dei MonumentuM ed eminenza grigia della musica estrema italiana… e l’episodio merita di essere raccontato, così come descritto nel libro:

Avevamo solo l’indirizzo della sua casella postale. Fummo costretti ad aspettare fuori dall’ufficio postale per ore, in attesa che lui arrivasse a ritirare la sua corrispondenza. Non esistevano i cellulari e non avevamo un suo numero di telefono fisso. Mannaggia, che tempi!

[a.v.]

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