Concerti, Tune-Yards a Milano: il report dello show

Concerti, Tune-Yards a Milano: il report dello show

Merrill Garbus aziona il pedale del loop e batte ritmicamente le mani. Ripete l’operazione con un nuovo pattern. Aggiunge un incomprensibile scioglilingua vocale. E sopra tutti questi suoni, mette poche note di tastiera. La musica prende forma sotto gli occhi del pubblico del Magnolia. Ma al posto di annoiare spezzando il ritmo del concerto, come quei momenti imbarazzanti in cui un chitarrista è costretto ad accordare lo strumento sul palco, la preparazione dei loop all’inizio delle canzoni crea un senso d’anticipazione e condivisione. Perché tutti i pezzi finiranno per incastrarsi come tessere di un puzzle di cui non si riesce a scorgere il disegno. «Fa parte del pacchetto», dice Garbus, cantante, leader, autrice e polistrumentista degli americani Tune-Yards, o tUnE-yArDs come per anni ha voluto si scrivesse. Assistere a un loro concerto significa sperimentare la trasformazione del pensiero in suono, dà l’ebbrezza dello svelamento di una porzione del mistero della creazione. Ma quando i loop si sovrappongono perfettamente come pezzi di Lego colorati e l’intera band comincia a cantare e suonare, la faccenda si fa talmente complessa che non è più possibile seguire razionalmente armonie e poliritmi. Non resta che ballare.

Tornati a Milano due anni dopo una formidabile esibizione al Tunnel, i tUnE-yArDs sembrano un’altra band. Sono un’altra band. Allora Garbus e il bassista Nate Brenner erano affiancati da due sassofonisti in uno show a metà strada fra il teatro d’avanguardia e lo spettacolo di strada. Al Magnolia s’è visto qualcosa di simile a un rito freak officiato da musicisti animati da uno spirito infantile e da una consapevolezza adulta. Avvolti in vestiti dai colori sgargianti, i visi truccati a tinte fluo, i tUnE-yArDs sono saluti sul palco alle 23, dopo il set convincente dei romani Boxerin Club. Garbus sta al centro della scena. Davanti a lei, due microfoni (uno serve per i loop), timpano, rullante, charleston e tastiera Casio. Alla sua sinistra Dani Markham manovra un set completo di batteria e percussioni, a destra Brenner incastra frasi funk e coloriture dai timbri spiazzanti. Dietro le spalle della cantante, la corista Jo Lampert s’inserisce nel dialogo musicale con armonie vistose e aggiunge un tocco di follia ballando come un’ossessa, lei che ha un background a metà strada fra musica e teatro.

Il risultato è potente. Complesso eppure primitivo. C’è qualcosa di gioiosamente selvaggio nel modo in cui le canzoni svoltano verso direzioni inattese. Se due anni fa il lavoro dei sassofonisti tendeva al jazz, oggi la band dedica il suo furore creativo all’intreccio fra ritmi e voci. Per sbalordire non serve altro. Garbus percuote i tamburi con foga e urla slogan col suo impressionante timbro androgino, ma sa anche essere ironica ammiccando al pubblico con le sue tipiche fioriture vocali. La gente reagisce intonando canzoni oggettivamente difficili da cantare, ed esaltandosi soprattutto per l’impressionante uno-due-tre di "Gangsta", "Sick-O" e "Real Thing" e, sul finale, per Bizness e il nuovo, strepitoso singolo "Water Fountain". I quattro riarrangiano le canzoni, anche quelle recenti di Nikki Nack come "Stop That Man" cui è aggiunta una coda col dialogo fra il sintetizzatore di Brenner e il tappeto percussivo steso da Garbus e Markham. Spogliate dei trucchi produttivi di John Hill e Malay, i nuovi pezzi sono resi più semplici e vitali, ricondotti al canone tUnE-yArDs.

Nessuno se n’è andato meno che soddisfatto, ma poteva essere un concerto migliore. Per tre motivi: l’assenza in queste date del tour della seconda corista Abigail Nessen-Bengson; la scaletta ridotta (undici canzoni, poco più di un’ora di musica); la mancanza dell’apparato scenografico che si è visto in altre esibizioni europee. Ma anche in questa versione lievemente depotenziata, i tUnE-yArDs sono una delle cose migliori accadute alla musica pop negli ultimi cinque anni. Garbus dà appuntamento in novembre a Roma (in realtà è Bologna, l’8) e chiude il concerto su un tono diverso, trasformando Fiya da una desolante ballata per voce e ukulele in una struggente dichiarazione di autorealizzazione. Dopo un’ora di urla, scende dal palco e scopre di avere la voce azzerata. Lo spirito è evidentemente intatto.

(Claudio Todesco)

Set list:

Hey Life
Gangsta
Sink-O
Real Thing
Time Of Dark
Powa
Wait For A Minute
Stop That Man
Bizness
Water Fountain
Fiya
 

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