Hooverphonic, il nuovo disco: 'Senza orchestra abbiamo dato spazio alle voci'

Hooverphonic, il nuovo disco: 'Senza orchestra abbiamo dato spazio alle voci'

Capita di frequente, oggi, che gli artisti cerchino di coinvolgere il pubblico nei propri progetti musicali. Ma in genere si tratta di richieste di sostegno finanziario, di "pegni" e "ricompense" come quelli previsti dalle piattaforme di crowdfunding. Niente a che vedere con la singolare scommessa azzardata dagli Hooverphonic (qui in una foto di Matthias Terry), che attraverso Internet, le radio e i giornali si sono messi alla ricerca di persone di buona volontà disposte ad ospitarli nelle proprie abitazioni trasformate temporaneamente in studi di registrazione per sfruttarne l'acustica e catturarne i riverberi naturali (le "Reflections" del titolo dell'album arrivato nei negozi il 27 maggio scorso).

"Hooverdomestic", così è stata battezzata l'operazione, ha avuto successo: in 180 hanno risposto all'appello mentre la scelta finale è caduta su un un mattonificio di Boom convertito in loft, su un'antica fattoria di Kermt e su due grandi e antiche magioni ubicate a Gent-Brugge e nella regione dello Champagne. "L'idea", racconta a Rockol il leader del trio Alex Callier, "mi è venuta un giorno mentre ero alla guida della mia auto. All'inizio la casa discografica era tutt'altro che entusiasta, anzi spaventata: mi davano del matto, facendomi notare che avrei potuto incontrare qualche squilibrato o persone totalmente impreparate al compito. A un artista però piace sempre affrontare nuove sfide, cercare nuove opportunità, farsi tentare dalle novità.ed essendo una persona cocciuta ho deciso di andare avanti per la mia strada. Ho fatto bene, perché mi sono imbattuto in un sacco di gente disponibile, gentile, aperta, curiosa e molto interessata a quel che volevamo fare. Immagina di arrivare di mattina in un posto sconosciuto, di fronte a persone mai incontrate prima che ti consegnano le chiavi di casa e ti danno appuntamento a tarda sera, chiedendoti magari di accudire al cane in giardino.La fiducia della gente mi ha sorpreso". .

Non erano case di musicisti, quelle, tantomeno attrezzate per la registrazione. Ma ogni tanto - ricorda Callier - qualche sorpresa inattesa saltava fuori. "Nella casa di Gent, per esempio - una residenza antica risalente, credo, all'Ottocento del secolo scorso - c'era un bellissimo pianoforte di marca purtroppo impossibile da accordare: le chiavi originali non c'erano più, quelle moderne non erano compatibili. Solo la nota di sol risultava essere abbastanza intonata: per una strana e misteriosa coincidenza, sul provino di un pezzo intitolato 'Boomerang' avevamo suonato con insistenza proprio quella! Era destino che usassimo quello strumento in quel pezzo, e ha funzionato benissimo. Nella casa dello Champagne, invece, abbiamo trovato un piccolo harmonium giocattolo. Lo abbiamo provato su 'Wait for a while', ma anche in questo caso l'accordatura non era giusta e abbiamo dovuta correggerla al computer. Ne è venuto fuori un interessante suono retrofuturista: amiamo i vecchi strumenti in legno e i microfoni vintage, ma non siamo contrari alla tecnologia se serve a farli suonare meglio e in modo più funzionale alle nostre esigenze".

Il disco ha preso forma così, come un domino: "Quel che molta gente non ha compreso", spiega Alex, "è che non abbiamo completato nessun pezzo in un unico posto: le percussioni le abbiamo registrate nelle due case in cui siamo riusciti a ricavarne i suoni migliori, e così via. In sostanza, tutte le canzoni del disco sono una specie di collage, un mosaico le cui tessere provengono da luoghi diversi. La batteria di 'Ether', per esempio, l'abbiamo registrata a Gent, le chitarre nello Champagne e le voci a Boom ma anche in una chiesa. In passato gruppi come i Rolling Stones e gli U2 avevano registrato in ville e castelli ma nessuno aveva ancora provato a costruire con i suoni una casa 'virtuale' che nella realtà non esiste. Qualcuno ci ha chiesto il senso di tutto questo, convinto che se fossimo andati a registrare in un normale studio di registrazione avremmo ottenuto un risultato altrettanto buono. In realtà i posti in cui registri modellano il tuo approccio allo strumento e l'esecuzione, questione di acustica ma anche della suggestione dell'ambiente. Oggi si fa tutto al computer, tutti usano gli stessi programmi e i suoni diventano standardizzati. A questa situazione abbiamo cercato di reagire realizzando qualcosa di unico, e che avesse una sua personalità distinta".

Nello spettro sonoro analogico di "Reflections" emerge stavolta in primo piano la voce solista di Noémie Wolfs, spesso rinforzata da armonie corali. "Eh sì", conferma Alex, "le cose sono molto cambiate da quando negli anni '90 ci presentammo al pubblico come una band dark trip-hop che usava le voci soprattutto come elemento di atmosfera tenendole non troppo in evidenza nel missaggio. Poi, a partire dall'album 'The magnificent tree', il canto è diventato sempre più importante e in pezzi come 'Mad about you' era quello l'ingrediente principale. Mancando l'orchestra, in questo disco si è creato ovviamente ancora più spazio per la voce, e questo era esattamente il nostro desiderio: metterla al centro della scena. Così ci siamo messi anche alla ricerca di giovani coristi maschi che sapessero trasmettere quel senso naif e un po' hippy tipico degli anni '60, nello stile di Crosby, Stills, Nash & Young. Amiamo le orchestre, ma dopo tre anni di tour era un po' come andare a mangiare tutti i giorni in un ristorante tre stelle: finisci per stufarti anche di quello. Archi e voci, per me, sono gli strumenti più emozionanti che esistano; rinunciando momentaneamente ai primi, abbiamo voluto enfatizzare le seconde. Anche nel nuovo tour(l'unica data italiana confermata finora è quella del 29 luglio a S. Stefano Magra, provincia di La Spezia, nell'ambito del festival "Bella Canzone"), eseguiamo le vecchie canzoni senza orchestra e con i coristi. E' tipico degli Hooverphonic, riarrangiare sul palco le vecchie canzoni adattandole all'atmosfera del nuovo album. Lo abbiamo fatto con 'The president of the LSD Golf Club' e con 'The night before' e stiamo ripetendo l'esperienza anche ora. E' un modo di tenere desto l'interesse dei fan e anche il nostro, tutto suona più fresco e divertente. Ci sono un paio di canzoni che suonano più simili alle versioni originali e altre che vivono di arrangiamenti totalmente nuovi. Può anche capitare che dopo avere suonato tante volte una canzone in un modo diverso si senta il bisogno di tornare alla sua forma originale. E' un processo circolare e che non finisce mai".

L'atmosfera Sixties di cui parla Callier è evidente in pezzi come "Radio silence" (con un arpeggio che evoca "The house of the rising sun" versione Animals) e in "Road block", dove sembra quasi di sentire gli Who. "E' vero, ci sono molte influenze anni '60 ma anche dei decenni successivi: in 'Wait for a while', per esempio, abbiamo guardato agli anni '70 di E.L.O. e Police, mentre altri pezzi evocano gli anni '80 delle Bangles o di Tom Petty. E' sempre stato così, con gli Hooverphonic: ci siamo sempre rifatti a tanti tipi diversi di musica cercando di mischiarli in modi strani e inusuali. Se ascolti 'Amalfi' ci trovi una combinazione di anni '40 e di Cure anni '80, mentre in 'Radio silence' ci sono influenze prog. Il mix di culture è nel nostro dna, in Belgio convivono componenti francesi e di derivazione germanica. Siamo un piccolo Paese e ascoltiamo un po' di tutto: la chanson française, la musica italiana, quella tedesca e quella anglosassone. Siamo un melting pot, e questo produce risultati interessanti e diversi".

E' per questo che gli Hooverphonic sono sempre rimasti in patria, lontani dal centro del music business? "Abbiamo suonato spesso negli Stati Uniti, e a un certo punto il mio manager americano voleva che mi trasferissi a New York. Ne parlai a cena una sera con David Massey, che allora era il presidente della Epic. Era il '98 e fu lui a consigliarmi di restare dov'ero spiegandomi che le mie radici erano un ingrediente essenziale del mio modo di fare musica e che erano quelle a renderlo speciale. Aveva ragione, se mi fossi trasferito negli Stati Uniti in dieci anni mi sarei trasformato in un americano. Non è quello che desidero, perché voglio continuare a fare musica più eclettica e bizzarra. Pensa a Stromae, che oggi fa quel che abbiamo sempre fatto anche noi: mischia cose diverse, Jacques Brel, la musica elettronica e quella africana, in un modo che un americano o anche un francese non potrebbe fare. Oppure ai dEUS o ad Adamo, che negli anni '60 faceva musica attingendo alle sue radici francesi e italiane.... gli artisti belgi hanno sempre avuto questa inclinazione a miscelare le influenze: più degli olandesi, per esempio, che spesso cercano di imitare gli anglosassoni. E' inutile, perché loro faranno sempre la loro musica meglio di chiunque altro. Non puoi proporti come crooner in America, perché in quello loro sono dei maestri: anche Robbie Williams ha fallito, quando ha provato a fare il verso a Michael Bublé, mentre i Sigur Ros e i Radiohead hanno trovato un loro pubblico Bisogna restare fedeli a se stessi: sono sempre le combinazioni più esotiche, strane e inaspettate a rendere la musica appetibile e interessante".

(Alfredo Marziano)

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