NEWS   |   Pop/Rock / 06/06/2014

Nicole Atkins: 'Nel mio nuovo disco tre anime diverse. E un po' di Morricone'

Nicole Atkins: 'Nel mio nuovo disco tre anime diverse. E un po' di Morricone'

Nicole Atkins, 35 anni, è nata in New Jersey dalle parti di Bruce Springsteen ed è cresciuta ascoltando la stessa musica del Boss (Dion, Roy Orbison e Phil Spector, tra le tante altre cose). Alla sua città di origine, Neptune City, ha intitolato nel 2007 un album pubblicato dalla major Columbia che all'epoca le guadagnò molte lodi e suscitò parecchie attenzioni. Il terzo, "Slow phaser", appena uscito e finanziato dai fan, la riporta al centro della scena rimescolando le carte in tavola e sforzandosi con buon successo di tenere fede alle sue ambiziose intenzioni: "fare musica che nessuno aveva mai sentito prima".


"Slow phaser" è un disco ambizioso e avventuroso. Hai voluto sfidare te stessa, il pubblico, il music business?

Credo che avventuroso sia il termine giusto, in questo caso. Mentre scrivevo e registravo l'album con Tore Johansson in Svezia non avevamo un programma preciso da seguire. Volevamo solo divertirci il più possibile. E lasciare che fossero le canzoni a indicarci in quali territori sonori portarle, per quanto certe idee potessero sembrare strane. Non avrei mai pensato, in altre parole, di mescolare un suono dark pop con la disco e con il prog, ma quando abbiamo iniziato a lavorare sulle canzoni quello è il luogo in cui ci chiedevano di stare. Ci siamo sentiti in obbligo di onorare quella richiesta.

Come siete arrivati ad assemblare una tale varietà di stili e sonorità diverse? Le canzoni avevano già questa inclinazione alla versatilità e alla grandiosità?

Alcune canzoni, ad esempio quelle che avevo scritto con Jim Sclavunos, erano più premeditate di altre. Avevamo registrato provini di "Red ropes", "Above as below" e "We wait too long" prima che andassi in Svezia a registrare: quei pezzi, dunque, avevano già una loro atmosfera anche se poi i ritmi sono cambiati radicalmente perché la band li ha registrati dal vivo dopo avere improvvisato in studio per un paio d'ore. Altre canzoni, come "What do you know" e "Who killed the moonlight", sono state scritte direttamente in studio, e dai piccoli frammenti che erano inizialmente si sono evolute in una specie di epica visione. Non sarei stata in grado di immaginarle così, se avessi lavorato entro parametri precisi invece di restare completamente libera e aperta.

Sei stata influenzata dalla musica che stavi ascoltando in quel momento? Avevi qualche modello di riferimento in testa? Roy Orbison, Dion e Phil Spector stavolta sembrano un po' più distanti.

Per questo disco sono entrata seriamente in una fase progressive rock anni '70. King Crimson, Genesis, Peter Gabriel, ZZ Top. E anche Ennio Morricone: soprattuto quella canzone, "Se telefonando", con le sue modulazioni senza fine. Per "Who killed the moonlight" ho attinto da lì, mentre l'influenza disco si deve a Tore. Volevo che il disco riflettesse questi tre stili distinti e differenti, combinandoli in modo da ottenere qualcosa di unico e "visivo" che rispecchiasse quel che potrebbe essere il suono del deserto durante le ore notturne.

In effetti l'album inizia con suoni e canzoni molto complesse e stratificate; poi passa a ritmi disco-funky e ghirigori prog per terminare con pezzi più semplici, acustici e di stampo più tradizionale. E' il riflesso delle sensazioni, delle storie e delle esperienze umane che racconti nei testi?

I miei testi riflettono sempre tutto questo, le mie storie personali e quelle di altre persone. Nel concepire la suddivisione del disco in tre parti musicalmente diverse tra loro mi sono ispirata al film "El topo". La prima sezione racconta del sentirsi distaccati e superiori al resto del mondo, tutti presi da se stessi e pronti ad accaparrarsi l'intera posta. La seconda di quel che si prova a cadere da grandi altezze, e del senso di perdita che ne consegue. La terza del dover rinunciare a tutto e ritrovare se stessi liberandosi dall'ego. L'intero disco è stato scritto in quello che per me è stato un periodo di grande transizione. Molti dei miei rapporti precedenti si erano esauriti, me n'ero andata via dalla metropoli e ho quasi visto scomparire la mia città natale a causa delle inondazioni portate dall'Uragano Sandy. Dopo tutto questo mi sono finalmente sentita pronta a fare il disco: quel che avevo passato mi ha fatto sentire abbastanza forte da assicurarmi che suoni e canzoni non fossero monodimensionali. Che non parlassero solo di amore o di perdita ma anche di molto altro. Di un vero e proprio risveglio spirituale.

Sono diversi i musicisti affascinati dall'arte visionaria e provocatrice di Alejandro Jodorowski. Anche Peter Gabriel, negli anni Settanta, spiegò di essersi ispirato a "El topo" per il concept di "The lamb lies down on Broadway".

Non lo sapevo! E' curioso perché ho scoperto "The lamb lies down on Broadway" e "El topo" nello stesso momento ed entrambi hanno ispirato profondamente ciò che avevo intenzione di fare con "Slow phaser".

I commenti che su YouTube corredano il video di "Girl you look amazing" rimarcano una somiglianza tra il tuo stile e quello di Chrissie Hynde. Riconosci qualche comunanza, in termini di stile e di timbro vocale?

Non vedo molte somiglianze tra il timbro delle nostre due voci. Ma credo che la gente sia portata a paragonarci per una serie di motivi, e principalmente perché siamo due donne che suonano il rock and roll. E' sempre stata una mia eroina, soprattutto per quel suo modo di scrivere che non conosce l'usura del tempo. E' sempre stata fedele alla musica rock e la ammiro.

"Girl you look amazing" è forse la canzone più pop e contagiosa che tu abbia registrato finora. Sembri anche esserti divertita un mondo a girare il video. Hai cercato intenzionalmente di farti strada in radio, su Vevo o su YouTube?

Ah ah, no! Volevo solo fare un video divertente e mi sono detta che nessuna meglio di me poteva interpretare la parte della ragazza matta e ubriaca che parla da sola. Trovare il modo di umiliarmi in pubblico, sequenza dopo sequenza, è stata una delle cose più divertenti che abbia fatto finora, dal punto di vista creativo.





Anche "Cool people" è un pezzo che rimane in testa. Chi è il bersaglio della canzone?

Quello è un brano che parla di ansia sociale. Del cercare di tenere i pezzi insieme in modo che nessuno si accorga di come intimamente tu ti senta inadeguato. E, in fin dei conti, chi può dire di essere figo, di essere cool?

"Sin song" ha un testo piuttosto provocatorio...

Sì, in quel momento il mio dio era la tequila. Che è indiscutibilmente una figlia di puttana.

E' solo una delle tante canzoni che mostrano un profondo senso dello humour. Cerchi volontariamente di distanziarti da tutte quelle cantautrici che si stracciano l'anima sedendosi al pianoforte o strimpellando una chitarra acustica?

Non cerco consapevolmente di differenziarmi dagli altri, solo di essere fedele a me stessa per quanto possibile. Quel che è successo è che stavolta il mio dialogo interiore ha dato vita a canzoni migliori e talvolta più divertenti che in passato.

Il disco è pieno di invenzioni sonore, e quel "dying" a velocità sempre più rallentata in coda a "The worst hangover" è solo uno degli esempi più eclatanti. Quali sono stati i momenti più divertenti o significativi che ricordi in studio?

Ce ne sono stati tanti, di episodi divertenti. Mi ricordo di quando mi sono messa a cantare e a ballare su un divano mentre ascoltavamo il playback di "What do you know" strappandomi i pantaloni davanti a tutti. E di quando ho scritto "Worst hangover", che in origine avevamo chiamato "Bert" perché non ne avevo ancora scritto il testo. Il mio batterista Sam ed io moriamo ancora dal ridere quando ne parliamo, soprattutto perché ci piace il modo in cui gli svedesi pronunciano il nome Bert. Sam era anche solito travestirsi come il suo alter ego "Ched", il più grande batterista heavy metal anni '80 del mondo. Indossava una lunga parrucca e un gilè di cuoio.

Hai registrato l'album a casa del produttore Tore Johansson in Svezia. Ma quanto delle tue radici e delle tue esperienze legate al New Jersey sopravvive in "Slow phaser"?

E' tutto nei testi, molti dei quali parlano di come mi sono sentita durante e dopo l'uragano. Ci sono anche molte recriminazioni riguardanti il periodo in cui vivevo a New York City. E mi sembra anche che un po' del sound del Jersey Shore si intrufoli ogni tanto nella musica. Credo che sarà sempre così.

Qual è la maggiore soddisfazione che hai ricavato da questo album? Qualche rimpianto, o qualche difficoltà nell'assemblarlo?

Sarò sempre grata del fatto che grazie alla realizzazione di "Slow phaser" sono nate e si sono rinsaldate delle amicizie. In Svezia Tore e Martin si sono davvero messi in gioco per me in un momento in cui avevo assolutamente bisogno di fare un disco, dicendomi semplicemente di raggiungerli. Niente etichetta, niente tariffe stellari e fuori dal mondo per pagarsi gli studi. Solo alcuni vecchi amici che insieme fanno musica bella e mai sentita prima. Siamo riusciti, mi pare, a creare un sound unico che rende omaggio a molte diverse tradizioni della musica rock. Tradizioni che, mi auguro, non svaniranno mai.

Il crowdfunding attraverso PledgeMusic è stata la tua prima scelta, quando si è trattato di decidere come finanziare il disco? O hai cercato di fartelo produrre in modo più tradizionale tramite l'anticipo di una casa discografica?

No, in realtà avevo terminato il contratto con la mia casa discografica precedente perché mi volevano spingere a scrivere canzoni in modo più generico e strutturato. Scrivevo canzoni per far piacere a gente di cui non apprezzavo neppure la collezione di dischi, e in quel periodo comporre era diventata un'esperienza priva di gioia. Ho dovuto costringerli a lasciarmi libera pur non sapendo dove sarei andata a finire: non potevo permettere che le opinioni altrui, basate su ciò che avrebbe potuto vendere, uccidessero il mio piaciere di far musica. E' la cosa più importante della mia vita: sono diventata completamente indipendente per potermi permettere di fare musica che mi verrebbe voglia di ascoltare.

Cosa hai imparato dal periodo trascorso presso una major a inizio carriera?

Un sacco di cose. Ho imparato che questo è un gioco, non un business. E per tutti i momenti difficili che ho passato nel giocarlo con una major ce ne sono altrettanti che sono entusiasta di avere vissuto.

Tre o quattro anni di pausa tra un album e un altro sembrano un modo piuttosto lento di procedere, nel music business di oggi. Sei lenta a scrivere o piuttosto una perfezionista ossessiva?

Ci metto un po' di tempo a capire che cosa ho voglia di dire con un album nel suo complesso. Passo per passo mi piace girovagare, vivere la mia vita e riempire quel pozzo colorandolo con le ispirazioni che trovo lungo il cammino. Questo disco è il frutto e la sintesi delle mie peregrinazioni tra Londra, la Svezia, il deserto del Joshua Tree in California e le notti passate sui divani di amici dopo la tempesta. Oltre che del mio incontro, della mia nuova amicizia e della collaborazione con Jim Sclavunos dei Bad Seeds. Lui mi ha aiutata a sbloccarmi dopo un lungo periodo in cui sono stata afflitta dal crampo dello scrittore. Sono una di quelle persone che ha bisogno di intraprendere un cammino molto lungo per rendersi conto di dove sono le canzoni, e a volte quel cammino richiede tre anni di tempo! Ma la prossima volta ci metterò di meno, lo prometto.

Ho letto di piani ambiziosi, riguardo ai nuovi concerti e alla presentazione sul palco del nuovo disco. Puoi raccontare qualcosa di più?

E' stata la mia canzone "Gasoline bride" a ispirare l'immagine dello show. La signora in nero, una sposa con i capelli in fiamme. Un po' fantascienza, un po' vecchio western. Aspettate e vedrete.

(Alfredo Marziano)

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