Concerto del Primo Maggio 2014, Roma: il commento di Rockol

Concerto del Primo Maggio 2014, Roma: il commento di Rockol

Impossibile che il concertone del Primo Maggio cambi. Anche quando glielo si chiede a gran voce. Anche al fronte di una gemmazione che nessuno vuole chiamare Aventino - distante più simbolicamente che musicalmente, e con un cast ormai più che concorrenziale - ma che ci somiglia parecchio. Anche quando gli organizzatori lo dichiarano in anticipo, prima ancora di annunciarne il cast.

Perché questo doveva essere l'anno del cambiamento e - contestualmente - del ritorno alle origini, dello sguardo al passato per lo slancio verso il futuro. I due classici poli opposti, idealmente rappresentati, da una parte, dai Modena City Ramblers, dai Taranproject e da Enrico Capuano, e dall'altra da Rocco Hunt e da Clementino, che anche senza la moviola delle camere puntate sulla piazza sono stati chiaramente i più apprezzati. In mezzo, a mo' di cuscinetto, alcune certezze - Piero Pelù, Velvet, Tiromancino e Perturbazione - e qualche gradita conferma come Levante e Brunori. Poi ci sono stati i passaggi liturgici - l'Inno Nazionale, il momento colto - ai quali gli organizzatori tengono molto, che rappresentano esattamente quel concertone in cerca di identità che abbiamo visto negli ultimi due anni.

C'era tutto, sulla carta, eppure c'è stato poco. O, meglio, è rimasto poco. Non per il cast, che pure - senza offesa per nessuno - non era epocale, nè per i live set in sè, tutti tecnicamente di buona qualità. E' proprio la formula, pur con le rettifiche apportate per l'edizione 2014, a mostrare la corda. E uscirne non sarà semplice: finché la committenza - i sindacati - concepiranno l'evento come vetrina televisiva da dieci ore su canale nazionale, sarà inevitabile, da parte degli organizzatori, cercare di accontentare il bacino di pubblico il più amplio possibile, assemblando cartelloni caoticamente eterogenei. Gioco che ha funzionato per anni, ma fino a quando a tirare le fila del discorso arrivavano gli headliner clamorosi: allora sì che la dimensione del concertone-evento aveva, per certi versi, una sua identità. Se, invece, lo scopo è tornare alla festa di piazza - cosa bella e più che legittima - l'elefantiasi del bill e l'istituzionalità televisiva giocano contro: non solo a chi guarda, ma anche a chi è sul palco (qualche esempio? Perturbazione, Piotta e Clementino - al quale pure è stato accordato uno slot fiume, per gli standard del concerto, e che forse ha ceduto alla tentazione di mettere troppa carne al fuoco credendo di sfruttare al meglio l'occasione -, i cui set sono parsi più o meno troncati).

Nessuno, sia chiaro, ha la risposta in tasca, però qualche considerazione pare opportuno farla: il concerto di Taranto - al netto dell'innegabile magnetismo emotivo-sociale sprigionato, per mille buone ragioni, dalla manifestazione - ha saputo aggregare un cast egualmente di richiamo (composto, per quanto riguarda gli headliner, da artisti che al concertone di Roma sono stati habituée, in anni recenti) con un budget infinitamente più ristretto, sufficiente giusto - immaginiamo - a coprire le spese (e non i cachet di gruppi e cantanti, che si sono esibiti gratuitamente). Non è quindi tanto la confezione, ma la concezione: passi l'attaccamento alla storicità della piazza (San Giovanni), e passi la vetrina televisivo-radiofonica istituzionale, ma siamo sicuri che sia meglio continuare a sforzarsi di inseguire un concertone che poi raramente soddisfa piuttosto che uno o più - perché no? - bei concerti?
(dp)

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