NEWS   |   Recensioni concerti / 08/10/2013

Peter Gabriel suona "SO" a Milano, il report del concerto

Peter Gabriel suona "SO" a Milano, il report del concerto

Nel menù del "Back to front tour" di Peter Gabriel la portata principale è il dessert: lui lo presenta così (in italiano), come un buon pasto suddiviso in tre portate, il nuovo show incentrato sulla riproposizione integrale di "So", l'hit che nel 1986 lo fece conoscere alle grandi masse e che - insieme all'affetto speciale che il pubblico italiano nutre nei suoi confronti dai tempi dei Genesis - è stato forse il motivo scatenante di una caccia al biglietto che ha portato con molto anticipo al virtuale tutto esaurito (qualche biglietto di fascia alta, in realtà, era ancora disponibile a fine settimana scorsa). In tribuna, al Forum di Assago, attori, giornalisti televisivi e musicisti (Zucchero, Renato Zero); tutto attorno i fan che aspettavano il suo ritorno a Milano, e in un concerto "rock", dai tempi lontanissimi del 2003-2004. L' "antipasto" è rappresentato - questa sì una novità, forse la più interessante dello show - da un breve set acustico che inizia e prosegue a luci accese, "come se stessimo ancora provando". Quell'idea di "lavori in corso" è confermata dal primo brano in scaletta, "O but" (o "Obut"), una tipica ballata voce e piano (con il contrabbasso di Tony Levin) ancora allo stato di semilavorato e che una volta di più sottolinea la parentela artistica di Gabriel con Randy Newman. Subito dopo entrano in scena le due coriste che hanno aperto la serata, Jennie Abrahamson e Linnea Olson, e i musicisti che portarono "So" in tour a metà anni '80, il "maître" Manu Katché elegante e muscolare alla batteria, lo "scultore del suono" David Rhodes alla chitarra e quell'uomo "cresciuto sulla E Street del New Jersey", David Sancious, che prima di prendere posto dietro le sue tastiere imbraccia la fisarmonica per "Come talk to me". Il suono è fin troppo secco, acuto e metallico (i soliti problemi acustici dei palazzetti, risolti solo più tardi), Peter canta in tonalità forse troppo alta ma il risultato è coinvolgente; ancora meglio "Shock the monkey", intrigante in questa veste di funk unplugged con Sancious alla chitarra acustica mentre in "Family snapshot" Levin e Rhodes imbracciano già basso e chitarra elettrica e dopo la quieta introduzione, in coincidenza con il crescendo della musica, si spengono le luci in sala rivelando un light show come sempre raffinatissimo, giocato stavolta principalmente sul bianco e nero e su immagini tagliate, distorte e in bassa risoluzione dei musicisti mentre i tecnici muovono a mano le telecamere sul palco.

E' il momento della portata principale, il set "elettrico ed elettronico" di sei canzoni, e della prima passeggiata a centro palco di Gabriel durante una "Digging in the dirt" lancinante e aggressiva quanto la successiva "Secret world", lanciata nel finale dal gran riff di Rhodes con il chitarrista, il frontman e Levin che roteano a centro palco come ai bei tempi. Che il pubblico sia ben disposto e composto in buona parte da intenditori lo confermano i convinti applausi riservati a "The family and the fishing net", uno dei pezzi più contorti ed enigmatici del quarto album che in questa veste evoca una cupa violenza repressa non lontana da certe cose dei Nine Inch Nails (che tornano in mente anche durante "The tower that ate people", il pezzo di "Ovo" proposto come primo bis). In "No self control", altrettanto tesa e sempre magnifica, le luci sopra il palco danno forma a cinque volti umani mentre i fari che si abbattono su Peter evocano il concerto che nel giugno del 1987 transitò da Milano. "Solsbury hill" è il solito momento catartico (ma forse meno efficace che in altre circostanze), mentre la chiusura della seconda parte, come succede ormai regolarmente nelle date europee, è affidata a "Why don't you show yourself", un inedito di gusto quasi cameristico (la Abrahamson al violoncello) che Gabriel ha composto per un "corto" del regista e sceneggiatore messicano Guillermo Arriaga incluso nel progetto cinematografico a più voci "Words with the Gods".

Piogge e lapilli rossi accompagnano l'inizio di "Red rain" e di "So", che tutti sembrano conoscere a memoria. Riproporlo per intero e nella sequenza originariamente concepita da Gabriel (la festa etnica e multicolore di "In your eyes" come ultimo pezzo in scaletta) è una buona idea, soprattutto perché permette di ascoltare dal vivo anche i brani più dimenticati: una "That voice again" forse migliore che nella versione di studio (l'immenso Levin impegnato al Chapman Stick), una "This is the picture (Excellent birds)" che nel suo approccio intellettuale al funk profuma di Talking Heads e della miglior Laurie Anderson (coautrice del brano), ma soprattutto quella "We do what we're told (Milgram's 37)", proposta dal vivo nei primi anni '80 e poi riposta nel cassetto, che è il momento drammaturgicamente più intenso e suggestivo del concerto, i membri della crew sul palco mascherati e immobili come automi a rappresentare gli effetti dei condizionamenti autoritari in una messa in scena che piacerebbe sicuramente anche a Roger Waters. Sono le digressioni meno ricordate e più devianti del vecchio blockbuster, più prevedibile nella esecuzione dei suoi cavalli di battaglia ("Sledgehammer", Gabriel-Levin-Rhodes a riproporre il classico balletto in sincrono; "Don't give up" - mai così attuale, in tempi drammatici di esuberi e crisi economiche devastanti - un poco sofferente per l'assenza di una vocalist di grande statura nonostante gli sforzi encomiabili di una Abrahamson la cui voce acuta ricorda un po' quella di Kate Bush), anche se "Mercy street" - che Gabriel canta sdraiato a terra, un altro rimando ai vecchi concerti - è sempre ammaliante e meravigliosa. Non è l'occasione, questa, di grandi effetti speciali (a parte la calotta che su "The tower that ate people" cala sul frontman liberando poi una spirale vorticante di grande effetto), ma di musica, parole e messaggi. Così "Biko" è il solito, opportuno invito a ricordare l'attivista sudafricano ucciso dalla polizia nel 1977 e chi in tutto il mondo lotta quotidianamente per i diritti del suo popolo: Peter, vocalmente affaticato, la introduce in una tonalità bassissima, quasi recitativa, prima di alzare come sempre i pugni al cielo, di ricordare al pubblico che "ora, come sempre, dipende tutto da voi", e di lasciare le ultime battute alla batteria marziale di Katché, a una nota elettronica di bordone e ai cori del pubblico. Missione compiuta, anche questa volta, con tanti momenti emozionanti e da conservare nella memoria. Con un solo, malinconico dubbio: chissà se dopo essersi a lungo guardato indietro e intorno (il disco e i concerti imperniati sulle cover) Gabriel avrà ancora la forza, l'energia e l'ispirazione per puntare lo sguardo in avanti.

(Alfredo Marziano)

Setlist
(Acustico):
"O but"
"Come talk to me"
"Shock the monkey"
"Family snapshot"

(Elettrico)
"Digging in the dirt"
"Secret world"
"The family and the fishing net"
"No self control"
"Solsbury Hill"
"Why don't you show yourself"

("So")
"Red rain"
"Sledgehammer"
"Don't give up"
"That voice again"
"Mercy street"
"Big time"
"We do what we're told (Milgram's 37)"
"This is the picture (Excellent birds)"
"In your eyes"

(Bis)
"The tower that ate people"
"Biko"

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