Steve Hackett: 'Più che progressive, sono old fashion'

Steve Hackett: 'Più che progressive, sono old fashion'
“Il mio è prog-rock? Se per progressive si intende una composizione che presenta cambi improvvisi di ritmo e d’atmosfera, allora un pezzo come ‘Circus becoming’, dal mio ultimo album, lo è. Lì dentro c’è anche un organo classicheggiante, di stampo europeo: più progressive di così. Ma altre volte la mia musica con il progressive non c’entra niente. E’ flamenco, o blues, o semplicemente pop. O magari psichedelica, con tutti quei suoni riprodotti al contrario”. A Steve Hackett il termine sta comprensibilmente stretto (“ed è talmente antico: venne coniato nei primi del Novecento da Richard Strauss”, spiega, “per definire un’opera del compositore britannico Edward Elgar, ‘The dream of Gerontius’. Poi John Peel, negli anni ’60, cominciò ad usarlo per identificare la musica di gruppi al confine tra rock e jazz come i Soft Machine”.). Ma tant’è: l’ex (molto ex, ormai) Genesis, in Italia per promuovere il suo primo disco “rock” (o progressive?) in quattro anni, “To watch the storms”, non si scompone per così poco, signorile ed educato nei modi com’è. E’ anche dotato di un sottile, e molto British, senso dell’humour: ad esempio quando spiega tra il serio e il faceto che “è vero, questo è probabilmente il disco più eclettico della mia carriera: e se diventerà un hit album, come spero, darò una scossa all’industria discografica dimostrando che si può essere popolari facendo musica che trae ispirazione da luoghi ed epoche storiche differenti. Tutto il contrario di quello che sono oggi i dischi di successo”. E quando canta canzoni come “The devil is an Englishman”, l’unica cover (firmata Thomas Dolby) presente nel nuovo CD. Che ci fosse il suo zampino, e non solo quello di Gabriel, nei Genesis più grotteschi e cabarettistici del periodo d’oro? “E’ difficile cantare una canzone comica, quando non sei tu l’autore del testo: ma quella di Dolby, da lui scritta (ma mai usata) per il film ‘Gothic’, l’ho subito sentita vicina. Ai tempi dei Genesis, mi limitavo a dare qualche suggerimento: sono stato io, per esempio, a convincere Peter a scegliere il titolo ‘The return of the giant hogweed’, quasi si trattasse di un film di fantascienza. E aggiunsi qualcosa qua e là al testo di ‘The battle of Epping forest’ ”.
Soddisfatto della sua condizione attuale di totale libertà artistica (con l’etichetta Camino Records è diventato discografico di se stesso, e ha appena inaugurato un nuovo studio di registrazione), Hackett può oggi permettersi di fare ciò che vuole. Per esempio confezionare due diverse versioni del nuovo CD, una normale e una “extended”: “Quella più breve, e forse più coesa, mi è stata richiesta dall’etichetta tedesca Inside Out, che ha i diritti sul disco in tutto il mondo escluse Gran Bretagna e Giappone. L’altra, che non è ancora disponibile, è forse un po’ più estrema. Ha quattro tracce in più, un blues, una sorta di mini-musical, pezzi di contenuto umoristico e più chitarra….Più che cercare un’integrazione tra musica acustica ed elettrica – spiega il musicista - ho provato deliberatamente a creare uno squilibrio. Canzoni molto diverse una dall’altra ma che, auspicabilmente, creano un tutt’uno che scorre con fluidità”. E anche divertirsi a riesumare un vecchio e desueto strumento sepolto in casa, l’Optigan: un “organo ottico” risalente ai primi anni ’70 che funzionava come una specie di campionatore ante-litteram. “E’ una macchina davvero bizzarra”, racconta. “L’ho usata per la prima volta nell’80 sull’album ‘Defector’, per un pezzo chiamato ‘Sentimental institution’. Volevo riprodurre un suono, volutamente caricaturale, da big band glenmilleriana. E’ stato il mio manager a convincermi a riprenderla in mano: l’abbiamo usata sulla strofa di ‘Circus of becoming’, e poi su ‘Strutton ground’ e ‘Come away’: per riprodurre, al contrario, un ritmo di rumba e di mazurca. Il suono dell’Optigan non è ad alta fedeltà, e anzi è peggiorato negli anni. Ma andava bene così. Ci abbiamo inserito strumenti reali e campionati: l’effetto finale mi ricorda un’orchestra vecchio stampo e un po’ folle. Come certi arrangiamenti che George Martin faceva per i Beatles, cose old fashion alla ‘The fool on the hill’ o ‘When I’m 64” che riprendevano elementi di musica alpina, bavarese, mitteleuropea. Del resto lo aveva già fatto anche Presley, con ‘Wooden heart’ A differenza di molti musicisti rock, ho sempre adorato le fisarmoniche, i flauti, i clarinetti, i sassofoni e i pennywhistle”. “Mi piace la tecnologia”, continua Hackett, “ma oggi mi preme suonare non troppo ‘moderno’: anche ‘The devil is an Englishman’, che ha un ritmo ballabile, si potrebbe comunque definire una sorta di dance fuori moda. Sono portato per i pastiche, per le parodie sonore”.
Registrato a Londra, “To watch the storms” vede il ritorno di nomi familiari come il fratello di Steve, John Hackett (un assolo di flauto sulla traccia finale, “Serpentine song”) e l’ex King Crimson Ian McDonald: “Era di passaggio a Londra mentre registravo ‘Brand new’. Il suo assolo di sax è come un grappolo di note in mezzo alle basi ritmiche, ispirato a certi pattern sequenziali di Steve Reich”. E a proposito di vecchie conoscenze: impossibile non chiedergli degli ex compagni, dopo che (qualche anno fa) ha pubblicato un album intitolato “Genesis revisited” e che Peter Gabriel è appena stato in tour da queste parti. “Cerco di tenermi in contatto. Tony (Banks) è appena stato alla mia festa di compleanno. E Mike (Rutherford) ci ha invitati tutti quanti alla puntata di uno show televisivo, ‘This is your life’, dedicata a lui”. In un’epoca in cui tutti (lo hanno fatto anche loro) si dilettano a scoperchiare gli archivi, uscirà qualcosa di inedito? “Ho sentito un bootleg giapponese contenente un ottimo concerto del ’77: cose del genere varrebbe la pena di pubblicarle ufficialmente. L’ho spedito a Tony Smith (il manager del gruppo) ma non sono io a poter decidere”.
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