Mick Jones (Clash): 'Le parole contano. E noi eravamo onesti e sinceri'

Mick Jones (Clash): 'Le parole contano. E noi eravamo onesti e sinceri'

Trent'anni dopo la traumatica disintegrazione dei "veri" Clash, l'imponente "Sound System" (che sarà venduto in esclusiva su Amazon.it e iTunes a partire dal 10 settembre, contemporaneamente all'uscita nei negozi di un cofanetto contenente i soli album ufficiali e di un doppio greatest hits) assembla in uno stupefacente box set a forma di "ghetto blaster" (la grande radio portatile usata principalmente dai giovani afroamericani che è rimasta un'icona degli anni '80) gli album classici della band in versione rimasterizzata con l'aggiunta di 3 CD zeppi di singoli, lati b, demo, outtakes e rarità dal vivo, un DVD con tutti i videoclip ufficiali e materiali inediti filmati da Julien Temple e da Don Letts e memorabilia assortite. L'impressione generale è quella di uno straordinario e utile promemoria sulla formidabile avventura vissuta da un gruppo che qualcuno, ai tempi, definì "l'unica band che conta". E sui suoi giorni di gloria, che il chitarrista/compositore Mick Jones - con evidente orgoglio, ma anche con molte risate e parecchio sense of humour - ripercorre in questa intervista concessa a Rockol.

"Sound System" è un'opera imponente. L'avete concepita e assemblata da soli, senza assistenza da parte della casa discografica?

Sì, è tutta opera nostra. Paul (Simonon) si è occupato del design e dell'aspetto grafico del box e io ho cercato di scovare qualcosa da metterci dentro.

Ci sono, come sempre in questi casi, rarità audio e video. Ascoltando le sonorità calypso ed esotiche di outtakes come "The Beautiful People Are Ugly Too" o "Idle in Kangaroo Court", altrimenti nota come "Kill Time", si ha come l'impressione che i Clash, nei primi anni '80, stessero diventando sempre più "globali", sempre più vicini alla "world music".

Probabilmente allora era così. Anche se noi non usavamo il termine "global", la vedevamo piuttosto come una forma di espansione. Viaggiavamo in tutto il mondo e questo condizionava le nostre esperienze. Cominciavamo a renderci conto che il pianeta non finiva all'angolo della strada in cui eravamo cresciuti.

Siete stati anche tra le primissime rock band bianche a incorporare elementi di rap e hip hop nella vostra musica, ai tempi in cui registravate "Sandinista!" e vi esibivate al Bond's Casino di New York nel giugno del 1981...

Vero, ma si è trattato più che altro di fortuna. Ci siamo trovati al posto giusto al momento giusto. Quando viaggi con un gruppo di successo incontri un sacco di gente e hai un accesso privilegiato alla vita artistica delle città che ti capita di visitare. A quell'epoca entrammo in contatto con alcuni graffitari e fu come colmare un vuoto, gettare un ponte tra la scena artistica newyorkese uptown e quella della Bowery e dell'East Side a cui ci sentivamo più vicini. La versione strumentale su dodici pollici di "The Magnificent Seven", allora, venne accolta molto bene dalle stazioni radio newyorkesi che ci infilarono dentro qualche campione audio del "Dirty Harry" (l'"ispettore Callaghan") di Clint Eastwood e di Bugs Bunny...Mentre ci trovavamo lì la trasmettevano continuamente in radio anche se nessuno sapeva chi fossero i Clash. E quando lo capirono ormai era troppo tardi!



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Di sicuro è stato un viaggio lungo e avventuroso, dalla Westway di Londra al resto del mondo. Da Clapham South e Notting Hill a Broadway e ai grandi festival americani. Dagli occupamenti abusivi delle case, ai tempi in cui Joe Strummer era un ragazzo, agli incontri con gente come Robert De Niro, Martin Scorsese e Allen Ginsberg...

Già. Davvero incredibile, a guardarsi indietro. Ma anche un modello di ispirazione per altri, credo, perché dimostra che puoi realizzare qualcosa anche se arrivi dal nulla. Speravamo che soprattutto la gente di Londra si sentisse orgogliosa di quel che rappresentavamo. In quel senso la nostra è stata davvero una bella storia.

Le canzoni di cui parlavamo prima provengono dal famigerato "Rat Patrol From Fort Bragg", la prima doppia versione di "Combat Rock" circolata spesso in forma di bootleg che tu avevi architettato e gli altri rifiutarono. Andò veramente così?

Beh, dopo che tutto è andato per il meglio è difficile ricordare che cosa provocò tensioni tra di noi in quel momento. Per me fu un po' traumatico, lo ammetto, ma il risultato finale fu soddisfacente per tutti. Nessuno può rammentare con esattezza su cosa si discuteva e litigava 24 anni fa...

Nel 1991 la Columbia/Sony aveva pubblicato un altro box set intitolato "The Clash on Broadway". Lì dentro c'erano altre outtakes, come una versione del classico soul "Every Little Bit Hurts" che in "Sound System" non compaiono...

L'hai beccato! Non ho voluto che ci fosse, quel pezzo, ma è praticamente l'unico che manca.

Ci sono invece le prime registrazioni dei Clash ai Beaconsfield Film School Studios e i primi provini per la Polydor prodotti da Guy Stevens. Cosa ricordi di quelle esperienze?

A quei tempi eravamo già amici di Julien Temple, il regista, che iniziò a filmarci anche prima che cominciassimo a registrare qualcosa e quando lui stesso stava ancora imparando il mestiere. Frequentava una scuola di cinema, la Beaconsfield Film School che si trova appena a Sud di Londra, e ci disse che lì c'era uno studio di registrazione che nessuno usava nei weekend e in cui avrebbe potuto farci entrare di soppiatto. L'idea era che ci avrebbe permesso di usarlo, filmandoci mentre io mi incaricavo delle registrazioni. Così arrivammo tutti con un transit, un furgone che ci eravamo procurati e in cui ci stipammo sul retro con i nostri strumenti e le nostre attrezzature. Allestimmo il tutto e registrammo una domenica sera, se non ricordo male. Ho dei ricordi piuttosto nitidi, comunque: ero estremamente eccitato perché era la nostra prima volta in uno studio. Quanto ai demo per la Polydor...Sembrava che dovessimo firmare con loro, prima che lo facessimo con la CBS che oggi è diventata Sony. Io ero già un grande estimatore di Guy Stevens, che aveva praticamente messo insieme i Mott The Hoople...che è un po' come creare un nuovo stampo mescolando Bob Dylan ai Rolling Stones. Riuscire ad averlo come produttore dei nostri primi provini fu davvero importante, ma purtroppo qualcosa non andò per il verso giusto. Credo che la Polydor non si fosse ancora decisa a metterci sotto contratto, tanto che qualche settimana dopo non sapevo ancora per chi avremmo firmato. Una mattina Bernie Rhodes, il nostro manager, ci telefonò dicendoci che non saremmo andati alla Polydor ma che di lì a mezz'ora avevamo un appuntamento con quelli della CBS! Ed è finita che abbiamo firmato con loro per tutta la vita!

E quella fu la morte del punk, secondo la famosa sentenza di Mark Perry sulla fanzine Sniffin' Glue...Ti irritò, leggere quella frase?

Ancora oggi non la condivido. Sinceramente non credo che avreste mai sentito parlare dei Clash se non avessimo preso quella strada. Non fosse stata la CBS avrebbe potuto essere la Polydor o qualcun altro, ma sicuramente una grande casa discografica perché quella era l'idea del nostro manager. E anche la nostra, perché eravamo ambiziosi: nel senso che volevamo essere i migliori di tutti e assicurarci che la nostra musica arrivasse al maggior numero di persone possibili. Forse qualche purista pensava che fossimo quel tipo di gruppo che ha una sola carta in mano e che ripete sempre la stessa cosa. Ma noi non siamo mai stati così, abbiamo sempre fatto cose diverse. Ricordo la mia eccitazione ogni volta che usciva un album di uno dei miei gruppi preferiti, perché sapevo che sarebbe stato differente dal precedente. Ogni volta desideriamo sentire qualcosa di nuovo. La cosa più importante sono i testi, le parole che la musica trasporta. E le nostre erano oneste e sincere.

Quali album dei Clash sono invecchiati meglio, secondo te?

Quali sono invecchiati meglio? Tutti, direi!

E cosa puoi raccontare delle rimasterizzazioni? Si parla di grandi miglioramenti nella qualità e nella definizione del suono .

E' così. Se non sbaglio gli album erano stati rimasterizzati l'ultima volta a metà anni '90 e da allora sono stati fatti grandi passi avanti. La qualità delle nuove rimasterizzazioni è uno dei punti di forza del cofanetto. Non parlo dei provini, delle outtakes o delle prime registrazioni...si tratta sostanzialmente di ascoltare canzoni che si conoscono bene ma in un modo in cui non le si era mai ascoltate prima, con un suono molto più nitido e più preciso.

"Cut The Crap", l'ultimo album dei Clash a cui non prendesti parte, è stato lasciato fuori. Forse perché quella è un'altra storia? E un'altra band?

Già, potrebbero farci un cofanetto a parte...Era una specie di pamphlet sugli anni di Margaret Thatcher. Per me è un disco malriuscito che avrebbe rovinato la bella immagine che stavamo cercando di presentare.

Ai tempi dei Clash si era soliti pensare che Joe Strummer ne fosse la coscienza politica e tu l'anima musicale. Un modo troppo semplicistico per descrivere le dinamiche interne alla band?

Come ho detto, i testi erano davvero eccezionali e credo siano la cosa che è invecchiata meglio. Il fatto è che nel mondo le storie continuano sostanzialmente a essere le stesse: possono cambiare i nomi dei personaggi, ma la trama resta sempre quella. La musica è il veicolo che trasporta le parole e trasmette il messaggio. Dovrebbe essere altrettanto valida, auspicabilmente, ma sono le parole che durano nel tempo finché suonano oneste e sincere alle orecchie della gente. Lo sappiamo ora, 25 anni fa non ce ne rendevamo conto. E quando le riascoltiamo pensiamo, accidenti, oggi in giro non c'è niente del genere. Da questo punto di vista credo che i Clash siano insostituibili.

Non vedi in giro nessun erede dei Clash?

Eredi? Oggi è tutto diverso, no? Si parla solo di Internet e cose del genere ...

A un certo punto si parlava dei Clash come dell' "unica band che conta". Un peso eccessivo da portare sulle spalle?

Fu la casa discografica a coniare quell'espressione, non noi. Non era il nostro pensiero, e quindi non lo prendemmo mai troppo sul serio.

I contributi di Paul Simonon e di Topper Headon non andrebbero mai sottostimati. "Guns of Brixton", "Rock the Casbah"....

Tutti e quattro eravamo importanti, quella era l'essenza dei Clash. Fummo molto fortunati a incontrarci, a contare gli uni sugli altri. Non so come accadde ma è successo: una serie di fortunate coincidenze, anche se sono convinto che ci sia qualcosa di più. Quando una cosa funziona così bene l'unione fa davvero la forza. Tra noi si sprigionava un'energia rara, una cosa che succede una volta in una generazione. O forse due.

Topper lo dice chiaro e tondo nel trailer di presentazione del box, e Paul lo ha ripetuto in diverse interviste: nessun futuro per i Clash, senza Joe.

Sicuramente no, nel senso di tornare insieme sul palco. A meno di usare gli ologrammi come Snoop Dogg ha fatto al Coachella con 2Pac! Al festival, un paio di anni fa, hanno indetto un referendum tra il pubblico per sapere chi avrebbe voluto sul palco. C'eravamo noi e c'erano i Beatles, ovviamente, ma anche Mozart. Un bel senso dell'humour.

Ricorderai bene la tua ultima volta sul palco con Strummer, immagino.

Oh certo, fu alla Acton Town Hall nel tardo 2002. C'ero andato solo per manifestare il mio appoggio ai pompieri in sciopero, ma quando Joe attaccò "Bankrobber" mi sentii obbligato a salire sul palco. E' stata un po' una cosa in stile Spinal Tap!



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Bologna nel 1980. Milano e Firenze nel 1981. Cosa ricordi di quei gloriosi concerti in Italia?

Ricordo solo che a Bologna suonammo in piazza e che Topper era in ritardo, cosicché per i primi pezzi sul palco salì un altro batterista. Quando Topper arrivò si scambiarono di posto ma credo che non se ne accorse praticamente nessuno. Milano? Ci fu una sommossa, quella volta, o mi confondo con un altro concerto?

(Alfredo Marziano)

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