'Concert for New York City': la recensione di Rockol

'Concert for New York City': la recensione di Rockol
Non è facile allestire uno show come il “Concert for New York City”.
Alle difficoltà organizzative tipiche di ogni evento con tanti artisti che si avvicendano in scena per pochi minuti ciascuno davanti ad un pubblico accorso più all'appuntamento con la storia che a quello con la musica, si somma un'enorme responsabilità: essere all'altezza delle ragioni che hanno ispirato il concerto. E' una di quelle rare occasioni in cui la cronaca non può prescindere dalle note emotive e, anzi, deve accettare di esserne condizionata.
All'inizio fu Woodstock: pace, amore e musica, tre giorni che timbrarono una generazione e affermarono uno stile di vita che avrebbe caratterizzato un decennio; il contesto sociale era elettrico, le proposte artistiche molto varie: per chi si esibì in quella landa piena di fango, fu come ricevere una credenziale per anni a venire. Sedici anni dopo fu il Live Aid: dal raduno oceanico tramite passaparola alla convocazione mediatica lanciata dalle maggiori star del momento; dalla filosofia hippie a una ragione molto pratica, aiutare una popolazione che moriva di fame; un momento molto caldo in un periodo arido di ideali, con un pubblico stanco delle ideologie e annoiato da un'asfittica scena rock – insomma: un revival che arrivava al momento giusto, e con le migliori intenzioni. Altri sedici anni, ed eccoci in una mutilata e orgogliosa New York: ancora un benefit, ma il primo segnato da un clima quasi pro-bellico o, comunque, così caratterizzato dalla presenza di un nemico trasversale agli schieramenti da dare, a tratti, questa impressione.
Una peculiarità di questo megashow ha riguardato la composizione e la partecipazione del pubblico: 6.000 degli autentici eroi che si sono sacrificati e posti come baluardo contro un gesto terroristico senza precedenti – avvenuto su territorio americano, ma orientato all'intero mondo occidentale – sono stati i protagonisti assoluti non soltanto in platea ma, fatto inedito, anche sul palco, memento costante di una situazione grave. I pompieri e i poliziotti sono assurti ad un ruolo 'pasoliniano' e, tra tutti i personaggi che li hanno introdotti e chiamati in causa, il solo Richard Gere ha provato – con dubbio esito – a stemperarne il traboccante e comprensibile patriottismo con una ventata di pacifismo. Uditi i fischi, con grande reattività e invidiabile aplomb ha subito smesso i panni del gentiluomo e ha rivestito quelli dell'ufficiale, senza per questo svendersi ma ricordando come questi agenti siano disposti ad aiutare la gente in difficoltà senza mai chiedersi il perché né quale individuo abbiano di fronte e, quindi, sempre in modo disinteressato. Fatto sta che l'attore ha il merito di averci regalato la suggestiva immagine di un imperturbabile buddista preso in mezzo a uno strisciante conflitto tra la cultura di matrice cristiana e quella islamica.
Se 32 anni fa la nostra era controcultura e la 'sporca guerra' vietnamita separava i padri al governo dai figli ribelli e pacifisti, oggi le circostanze mettono sullo stesso palco chitarristi, vigili del fuoco, cantanti, poliziotti, star hollywoodiane e leader politici di schieramenti contrapposti. Tutti insieme, colpiti dalla tragedia e uniti nel plauso agli eroi, sono accomunati dal sano tentativo di tornare alla normalità e evocano lo spettro di Osama Bin Laden, un vero magnete per i lazzi, le reazioni ed i proclami dei più. Dal dissacrante umorismo di Billy Crystal (“…ma a guardarli bene i Talebani non vi sembrano i ZZ Top?”) al minaccioso ghigno del britannico Mick Jagger (“la lezione che impariamo da questa esperienza è: 'don't fuck with a New Yorker', ovvero: 'non provare a fottere un newyorkese”), fino alla morale a presa rapida di Bill Clinton (“mentre le Torri cadevano, i pompieri salivano bene in vista, invece i terroristi si nascondono nelle grotte”). Meno lutto (non c'è l'atmosfera lugubre di un mese fa a Los Angeles, quando "America: a tribute to heroes" colpiva il con il peso dello shock e della sofferenza), più desiderio e necessità di vivere; all'esigenza di raccoglimento si sostituisce la ribellione (questo è rock and roll), alla contrizione la spavalderia; non funzionano i richiami pacifisti (questo, tradizionalmente, sarebbe rock and roll!), ma impera l'invito a reagire; non è più quasi una messa, insomma, ma è ormai quasi una festa della musica, la vecchia e infallibile guaritrice.
A David Bowie l'onore di aprire le danze. Il Duca Bianco parte seduto a terra, suonando con una pianola giocattolo poggiata sulle gambe incrociate una ipnotica quanto inattesa cover di “America” di Paul Simon; tranquillo, consapevole di avere preso tutti in contropiede, porta a termine la sua evocativa (nel titolo) provocazione, poi si alza e si affida finalmente alla fantastica orchestra della CBS, la house band dell'evento sapientemente guidata da Paul Shaffer: insieme costruiscono l'attesissima “Heroes” in un magico crescendo. Prima che i Bon Jovi prendano il palco, Billy Crystal lavora un po' sul pubblico (non dimentichiamo la tensione legata alla sicurezza sull'evento, molto forte) e introduce Tom Daschle, il leader dei Democratici americani, primo obiettivo illustre dell'antrace: bene accolto dalla folla, ha la saggezza di contenere la retorica entro confini accettabili. Più tardi sarebbe andata molto peggio a Hillary Clinton, accolta da bordate di fischi che l'avrebbero costretta a gridare per annunciare il contributo filmato della star televisiva Seinfield; molto meglio sarebbe andata al marito Bill, vecchia volpe della comunicazione e egli stesso un'icona rock per ovvie ragioni, capace di centrare un paio di immagini ad effetto e portare a casa il risultato pieno; e molto, ma molto peggio sarebbe poi andata al pubblico, massacrato da un George Pataki logorroico, insopportabile e inaccettabile sfruttatore del proscenio a scopi propagandistici personali. La parata di politici sarebbe stata conclusa da Rudolph Giuliani: il sindaco di New York in questo periodo può dire ciò che vuole e, con il credito che vanta dopo essersi dimostrato eccezionale nel gestire la situazione post-attentato, il pubblico lo applaude con noiosa regolarità.
Jay-Z è poca cosa, i Goo Goo Dolls – bravini, niente di più - puntano al pubblico femminile con la cover di “American girl” di Tom Petty; poi giunge il turno di Billy Joel, che in cinque anni sembra essere invecchiato di quindici ma sfodera la consueta personalità. Dal cilindro estrae “Miami 2017”, prima che sia qualcun altro a ricordargliene il testo tremendamente profetico da lui scritto venticinque anni fa (“I've seen the lights go out on Broadway, I saw the mighty skyline fall / they held a concert out in Brooklyn, to watch the island bridges blow”) e la catartica “New York state of mind”, perfettamente in tono con il cortometraggio “The neighboroud” di Martin Scorsese, introdotto solo pochi minuti prima da un commosso Robert DeNiro affiancato da un grassoccio Leonardo DiCaprio. Trascurabile la prova delle Destiny's Child, ma apprezzabile la scelta del gospel; onesta quella di Eric Clapton in versione blues purista (grazie alla presenza del meraviglioso Buddy Guy); più che dignitosi i Backstreet Boys; sfortunata Melissa Etheridge, penalizzata all'inizio da un microfono capriccioso ma poi gratificata dalla reazione dei fans di fronte alla scelta di esibirsi in una cover acustica di “Born to run” di Bruce Springsteen (“Bruce non è potuto venire, quindi vi porto io un po' di Bruce”).
E tocca agli Who, finalmente. La partenza lascia perplessi, diciamolo pure: Roger Daltrey arranca, la sua voce non è più quella di un tempo; fortunatamente l'energia, la grinta ed il mestiere riescono a compensare e se “Who are you?” è appena dignitosa, “Behind blue eyes”, Baba O' Riley” e “Won't get fooled again” sono vere frustate; l'ultimo brano ci riporta a venticinque anni fa, e non solo perché Pete Townshend mulina il braccio come un tempo, ma perché suona molto bene. Il set degli Who è secondo per lunghezza solo a quello dell'organizzatore McCartney ma, insieme a quello che lo avrebbe immediatamente seguito, è il primo per intensità…
Chi non era ancora riuscito a distrarsi, stavolta non può esimersi: annunciato da John Cusack, viene mostrato il filmato di Woody Allen “Sounds from a town I love”. E', semplicemente, esilarante: un paio di minuti di riprese di gente comune che cammina di fretta per le strade di New York parlando al cellulare, e niente come la paradossale frase fuori contesto di uno sconosciuto passante qualsiasi riesce a piegarti le ginocchia. Con l'occasione, vale la pena spendere due parole sulla produzione di questo show: sei ore di diretta TV non sono uno scherzo e, francamente, abbatterebbero un cinghiale. “Concert for New York City” ha visto cancellare lo spettro dei tempi morti, grazie anche al ricorso a contributi filmati d'autore (non dei banali riempitivi), al dosaggio sapiente tra storie comuni e testimonial straordinari, a una scenografia scarna ma evocativa, a una regia che non ha mai perso di vista il vero obiettivo della serata: non tanto (o non solo) la raccolta di qualche decina di milioni di dollari (sappiamo che sarebbe sufficiente che ogni star staccasse un assegnuccio per soddisfare questa finalità), ma la restituzione della speranza a un popolo prostrato. E per farlo ha scelto una formula semplice: la gente comune nel ruolo degli eroi, gli idoli del rock e del cinema al loro servizio (la nuova 'release' del Sogno Americano).
Che sorpresa scoprire che Mick Jagger non è arrivato solo! Con lui, il compagno di mille battaglie, Keith Richards: che sia questo il messaggio di pace della serata? Il chitarrista, trasfigurato dalle intemperie ma sempre molto istintivo, fiuta l'aria in anticipo e opta per un ruolo da umile gregario; Mick resta in disparte per un paio di minuti solo per lasciare che Keith gli prepari la scena al meglio. Poi, grandioso, si impossessa di “Salt of the Earth”, un brindisi e un inno alle persone vere. Una scelta difficile e rischiosa (quante altre hit avrebbero potuto scegliere dal repertorio degli Stones?), ma quando c'è il carisma c'è tutto. Mick Jagger non è solo Mr. Cool, è anche Mrs. Cool: la scena è tutta sua, la voce è forte è limpida, le mosse vecchie di trentacinque anni riescono incredibilmente a non sembrare fuori luogo. Se il primo brano è come una bottiglia d'annata straordinaria, “Miss you” è incendiaria, e riesce a esaltare anche l'orchestra di Paul Shaffer (con la quale Richards pare suonare da cent'anni). E, repentini come sono arrivati, dopo due soli pezzi i sovrani lasciano il palco, incuranti di tutto, calati nello spirito compassionevole ma irriverenti per definizione, due vecchi signori di New York che non riescono a scrostarsi di dosso quel tono ineffabile di Londra (“ho come la sensazione che questa città ce la possa fare”, aveva detto con tono pungente e sorrisetto dolce Keith Richards imbracciando la chitarra acustica).
A Macy Gray va la palma dell'originalità: una sola canzone, nemmeno sua, ma memorabile: “With a little help from my friends” dei Beatles in versione reggae, un gioiellino. James Taylor è malinconia e commozione; John Mellencamp, bolso e in tuta blu da metalmeccanico, è sempre un gran rocker; i Five For Fighting hanno un solo gran pezzo, ma se lo giocano bene; Janet Jackson, in collegamento live da Pittsburgh, riesce a controbilanciare un po' nel menù lo strapotere del rock su pop e dance. Elton John, che ha un buon album da promuovere dopo anni di dischi discutibili, dà però il meglio di sé in duetto con l'altro piano man della sua generazione, Billy Joel, con cui intona “Your song”: abbiamo visto pianisti meglio assortiti, ma l'esecuzione della canzone è di quelle fatte col cuore e là dove l'affiatamento non arriva, sopperisce la passione.
Siamo in dirittura d'arrivo, si affaccia Paul McCartney: sembra ancora abbastanza giovanile, per quanto il colore dei suoi capelli sia sconosciuto in natura. Piace la scelta di partire con “I'm down” dei Beatles, scatenata e rauca come la voce di Macca che, prima di regalare l'inevitabile “Yesterday” (stasera, però, proprio struggente nella versione “a cappella”), transita per il suo imminente nuovo album e poi approda al brano che ha scritto a commemorazione della tragedia che gli ha ispirato questo concerto, “Freedom”. Beh, ovviamente ci vuole rispetto, ma conoscete McCartney: ha un'inclinazione innata per le melodie pop che, però, poco si confanno agli inni. Orecchiabile, il pezzo è facile come una poesia di Gianni Rodari: concetti semplici e istruttivi, parole che attecchiscono bene ma testi che non ambiscono a un premio letterario ("I'm talkin' about freedom/ I will fight for my right to live in freedom": forse ruggita da Springsteen farebbe anche effetto…). E poi tutti sul palco per “Let it be”, che fa sempre piacere.
New York è la capitale del mondo perché non esiste città altrettanto disposta ad accogliere ed accettare le diversità e le contaminazioni culturali; questo – ormai lo abbiamo capito – le è costato l'efferato attacco dell'11 settembre. Sabato 20 ottobre 2001, gridando per riaffermare la sua libertà e imponendo le persone comuni come eroi, per una sera si è ripresa il rock e l'ha trasmesso in mondovisione. E' stata buona musica, è stato strano associarla a questa brutta situazione, è stato utile e necessario farlo ed assistervi, ma anche commovente. Ed è la Storia. Speriamo che esca anche un DVD oltre all'annunciato doppio CD: solo in quel caso saremmo sicuri di ricatturare lo spirito di “Concert for New York City”.
(gdc)

PLAYLIST:
David Bowie: “America”, “Heroes”
Bon Jovi: “Livin' on a prayer”, “Wanted dead or alive”, “It's my life (now or never)”
Jay-Z: “Izzo (H.O.V.A)”
Goo Goo Dolls: “Iris”, “American girl”
Billy Joel: “Miami 2017 (Seen the Lights Go Out on Broadway)", “New York State of mind”
Destiny's Child: “Emotion”, “(gospel medley)”
Eric Clapton & Buddy Guy: “Hoochie coochie man”, “Everything will be alright”
Backstreet Boys: “All I have to give/I want it that way” (medley), “Quit playing games (with my heart)”
Melissa Etheridge: “Come to my window”, “Born to run”
Who: “Who are you?”, “Baba O' Riley”, “Behind blue eyes”, “Won't get fooled again”
Mick Jagger & Keith Richards: “Salt of the Earth”, “Miss you”
Macy Gray: “With a little help from my friends”
James Taylor: "Fire and rain", “Up on the roof”
John Mellencamp: “Peaceful world” (con India.Arie), “Pink houses”
Five For Fighting: “Superman”
Janet Jackson (live da Pittsburgh) : “When I think of you”
Elton John: “I want love”, “Mona Lisas and mad hatters”, “Your song” (con Billy Joel)
Paul McCartney: “I'm down”, “Lonely road”, “From a lover to a friend”, “Yesterday”, “Freedom”, “Let it be” (jam session), “Freedom” (jam session)
Dall'archivio di Rockol - La storia di “RAM” di Paul McCartney
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