Premio Recanati, il bilancio della XII edizione

Premio Recanati, il bilancio della XII edizione

Come i nostri lettori già sanno (vedi News) si è tenuta nei giorni 21, 22 e 23 giugno la rassegna finale della dodicesima edizione del Premio Città di Recanati, che Rockol ha seguito sul luogo. Il bilancio di questa tre giorni è sostanzialmente positivo, a dispetto del fatto che l’assenza dello sponsor “storico” ha costretto l’organizzazione a rinunciare ad allestire il palco nella suggestiva piazza della cittadina leopardiana, e a farsi ospitare dall’assai meno accogliente Policentro 2000.
Diciamo innanzitutto degli otto concorrenti che si sono disputati il premio finale, selezionati prima dall’organizzazione fra centinaia di iscritti, poi ulteriormente scremati attraverso un percorso di selezione avvenuto sia con audizioni eliminatorie dal vivo, sia consultando il pubblico radiofonico (Radio Rai 1), televisivo (Stream) e di Internet, sia ascoltando il parere di un Comitato Artistico di Garanzia di cui facevano parte Franco Battiato, Samuele Bersani, Umberto Bindi, Vincenzo Cerami, Carmen Consoli, Pino Daniele, Max Gazzé, Valerio Magrelli, Gino Paoli, Nicola Piovani, Fernanda Pivano, Vasco Rossi e Daniele Silvestri.
Ogni “canale” ha portato in finale due concorrenti, il che ha fra l’altro fatto sì che gli otto finalisti rappresentassero diverse espressioni artistiche: dal jazz di Amalia Gré al rock-blues di Riccardo Maffoni, dal quasi-folk di Silvia Dainese al pop di Marco Anzovino. Abbiamo citato i quattro partecipanti che non sono approdati alla serata finale: è stato il pubblico presente in sala a scegliere, con un meccanismo di votazione semplice e trasparente certificato da un notaio. Certo, questo non impedisce di pensare che l’approdo alla finale dei quattro che si sono esibiti sabato 23 sia stato anche determinato dal numero di fans, supporters, parenti ed amici che ognuno era riuscito a portare a Recanati; del resto, ogni concorso ha le sue caratteristiche e i suoi limiti funzionali.
Dei quattro che si sono contesi, nella serata di sabato, il premio al vincitore - una borsa di studio da 50 milioni: finalmente qualcosa di utile! - , Paola Angeli si è proposta come interprete di una canzone d’autore formalmente raffinata ma forse un po’ algida, il che non ha impedito alla giuria dei giornalisti (presieduta dal direttore editoriale di Rockol) di assegnarle il riconoscimento in denaro - tre milioni - offerto dalla SIAE. Interessante la proposta degli Oz, gruppo bolognese il cui rock articolato e complesso forse soffre di scarsa linearità (una cantante dall’immagine preponderante, una band dalle capacità strumentali indiscutibili, il supporto di un quartetto d’archi che ci è parso avere un ruolo più coreografico che funzionale). Ermanno Castriota, favoritissimo per la vittoria finale, è una sorta di David Bowie epoca “Aladdin Sane” (truccatissimo, efebico, sopra le righe): si è esibito accompagnandosi al violino elettrico, affiancato da una performer dalla gestualità robotica, eseguendo brani di innegabile effetto ma che nell’effetto esaurivano - a nostro parere - tutto il proprio contenuto. Quando ha saputo di essere stato sconfitto non l’ha presa bene, anzi: il che non depone a favore della sua sportività e della sua capacità di rispettare i colleghi. Per inciso, vent’anni fa apparire in scena con un’immagine tanto vistosamente effeminata sarebbe anche potuto essere coraggioso e rischioso; oggi fa soltanto sorridere, e rimpiangere Klaus Nomi.
La vincitrice è risultata Alessia D’Andrea: dei quattro la più “normale”, quella che ha portato le canzoni più in linea con il gusto del grande pubblico, eseguendole con voce educata, accompagnata da un gruppo di musicisti efficace e giocando abilmente con un aspetto fisico senz’altro gradevole. Nella conferenza stampa seguita alla proclamazione, Alessia ha detto cose sagge e sensate (pure troppo) e, banalmente, ha accusato di miopia i discografici che non hanno finora dimostrato entusiasmo per le sue canzoni. Da una ragazza di vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa di meno scontato: ma Alessia è giovane, e può crescere.
Ciò che comunque accomuna gli otto finalisti (anzi, allarghiamo il quadro ai sedici inclusi nel Cd che documenta la XII edizione del Premio Città di Recanati, distribuito da Amiata Records) è una più che accettabile qualità artistica: il che depone a favore della serietà e della credibilità degli organizzatori, e lascia ben sperare per il futuro della manifestazione.
E veniamo allo spettacolo, cioè agli ospiti che hanno arricchito il programma delle tre serate. Un cast variegato: la Tammurriata di Scafati per dare un colpo al folk italiano, i Quintorigo per dare un colpo alla botte del rock avanguardistico, Anggun per la gioia degli occhi, Samuele Bersani per la canzone pop di qualità, gli Ustmamò per la “nuova musica italiana” e Gino Paoli per la vecchia musica italiana che spesso quella nuova fa rimpiangere, Alessio Bonomo per la canzone d’autore non allineata... qualcosa per tutti i gusti, ma cose di buon gusto.
Fuori serie e fuori categoria, ricordiamo tre momenti di spettacolo, che per varie ragioni ci sembrano da segnalare.
Il primo è un omaggio a Renato Carosone condotto (con qualche impaccio) dal collega Federico Vacalepre, che ha visto la Bandabardò sia come protagonista (con “Pigliate ‘na pastiglia”) sia come gruppo accompagnatore di Max Gazzé (“Caravanpetrol”), di Paola Turci (“Torero”) e di Lina Sastri (“Maruzzella”). Fra tutti, chi ha convinto di più è l’unica non-professionista (della musica): la Sastri, intensissima e sensuale, una presenza magnetica e affascinante. Simpatico Gazzé, divertente la Turci: ma entrambi avrebbero potuto fare almeno lo sforzo di imparare a memoria il testo della loro canzone. Sarebbe bastato un quarto d’ora di impegno, e avrebbero evitato imbarazzi, dimenticanze e lapsus che Carosone non merita.
Il secondo è il singolare reading di Pasquale Panella, poeta e autore di testi di canzoni, che con impeto futurista ha declamato un lungo testo-collage elaborato con la tecnica del cut-and-paste utilizzando frammenti di testi di canzoni italiane. Forse un po’ lungo, forse inadatto ad essere sottoineato da un trio free jazz (avremmo preferito un sottofondo elettronico o rumorista): ma intelligente, provocatorio e assolutamente emozionante quando Panella ha recitato quasi per intero i testi di “Don Giovanni” e di “I ritorni”, due di quelli musicati e cantati da Lucio Battisti.
Ma dal punto di vista prettamente musicale i tre minuti assolutamente memorabili sono stati quelli di sabato 23 giugno in cui Francesco Tricarico ha eseguito dal vivo, accompagnandosi solo col pianoforte, “Io sono Francesco”: svelando, nell’asciuttezza sonora e nell’espressività dell’interpretazione vocale, la straordinaria qualità compositiva di una canzone di quelle che (probabilmente) si scrivono una volta sola nella vita.
Dopo aver doverosamente (e volentieri) accennato al garbo di Massimo Cotto, Paola Maugeri e Gegé Telesforo nel ruolo di presentatori, ci sarebbe anche da dire dell’affabilità dell’accoglienza e della cordialità dell’ospitalità, della simpatia di alcune persone incontrate nel dopospettacolo, della bellezza della cittadina di Recanati. Ma siamo già stati troppo lunghi.
Appuntamento al prossimo anno, e in bocca al lupo al Premio Recanati.

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