Moby: ‘La mia musica piace perché è calda’

Moby: ‘La mia musica piace perché è calda’

Si è esibito ieri ad Arezzo, nella cornice del Festival di “Arezzo Wave”, e suonerà il 13 luglio a Villafranca Veneto: Moby si presenta al pubblico italiano con questi due appuntamenti dal vivo, tra i più attesi dell’estate.

E coglie l’occasione per farsi conoscere un po’ di più anche dalla stampa. Su “Repubblica” è Andrea Silenzi a riportare dell’incontro con il dj newyorchese che, interrogato su quali siano a suo avviso le ragioni del suo successo risponde: “In realtà non saprei dare una spiegazione a tutto questo successo. Sono felice che sia accaduto, e credo che il mio disco risponda al bisogno della gente di ascoltare musica calda, umanizzata”. Sulla scelta di fare un tipo di musica slegato dalle gabbie dei generi, la risposta di Moby è forte e chiara: “Credo che l'eclettismo sia molto salutare, non solo nella musica, ma in tutti gli aspetti del vivere, dalla politica all'arte, dalla religione al cibo. Il mondo può migliorare solo diventando più flessibile”. Quanto all’ampio utilizzo in “Play” di campionamenti di parti cantate di vecchie registrazioni di voci black degli anni Trenta e Quaranta, Moby spiega: “Credo che il blues sia una delle chiavi del successo del disco, perché quelle voci trasmettono un calore e un'umanità quasi impensabili per la musica attuale”.


Sul “Corriere della Sera” è Andrea Laffranchi a occuparsi del “fenomeno” Moby, da lui definito “il nuovo genietto della musica pop”. “Sale sul palco con la maglietta ‘Cancella il debito’, slogan del festival, jeans e scarpe da ginnastica. E con la band (una donna al basso, un batterista, un deejay e una corista) inizia a miscelare suoni da re del ‘taglia e incolla’ musicale quale è. I primi applausi arrivano con la dolce ‘Porcelain’ alla quale segue un brano da ‘007 - Il domani non muore mai’. Quindi il suo primo successo ‘Go’ targato 1991, quello che fece ballare i club di tutto il mondo con un campionamento di ‘Twin Peaks’. E ancora ‘Why does my heart feel so bad’ (toccante come sul disco), ‘Body rock’ e ‘Honey’. Sul palco, come in studio, suona di tutto. Si sente un musicista, non un deejay come spesso viene etichettato: ‘Ho iniziato a 8 anni con la chitarra classica. A 14 anni ero in un gruppo punk rock, poi ho imparato a suonare da autodidatta gli altri strumenti’”.
Sul “Giorno”, Chiara Di Clemente definisce Moby “un giovane topino newyorchese, mai lo noteresti tra la folla, nemmeno nella fase più triste e masochista della tua esistenza. Eppure Moby è un artista sterminato: ricercatore frenetico e al contempo venditore di best-seller (‘Play’, 1999, è di platino) (...). Ed è un pensatore, Moby, di quelli particolari che aspirano alla gentilezza. Alla limpidezza”. E poi riporta alcune dichiarazioni del musicista a proposito di fede: “Credo nel fatto che io ho 34 anni e vivo in un universo molto ma molto più vecchio di me. Se non altro credo che se dio esistesse sarebbe molto più vecchio di me”.
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