Daniele Luppi, tra cinema, jazz, USA e Gnarls Barkley: 'Così è nato 'Rome''

E' curioso parlare di quello che sta portando l'Italia all'attenzione della comunità musicale internazionale telefonando a Los Angeles. E' curioso che, dalle nostre parti, Daniele Luppi lo conoscano in pochissimi.

Lui, certo, non si scompone: "Lavoro talmente dietro le quinte. E' normale che la gente non sappia chi sono". Falsa modestia? No. Perché la retorica del "cervello in fuga" non viene nemmeno schivata: viene del tutto annientata. "E' da dieci anni che abito in California: sono qui per lavorare", racconta lui, con naturalezza, dall'altro capo della cornetta, nella Città degli Angeli. Nato a Padova, madre romana e padre milanese, Daniele Luppi sta salendo all'onore delle cronache grazie a ."Rome", album - scritto col suo vecchio amico Danger Mouse, neo-produttore degli U2 e metà degli Gnarls Barkley - che vede la partecipazione di giganti del rock mondiale come Jack White e Norah Jones. Occorre però fare diversi passi indietro, per raccontare la genesi del disco che potrebbe far tornare le sette note tricolori sotto le luci della ribalta globale, perché - è il caso di dirlo- "Rome wasn't built in a day". Daniele è un talentuoso diplomato al conservatorio, appassionato di jazz, che si trasferisce a Roma per comodità, essendo le colonne sonore la sua passione e la sua principale occupazione. Siamo tra i '90 e gli '00: le cose vanno bene e iniziano a farsi avanti produttori americani. Visto come procede l'attività, tanto vale non fare il fuorisede e trasferirsi direttamente a L.A.. "Poi le cose sono andate benissimo", racconta Luppi, che ha firmato - tra le altre cose - i commenti musicali alla serie TV di successo planetario "Sex and the city", al nuovo film di Tarantino "Hell ride" e a decine di altre pellicole. Nel 2004 Daniele trova il tempo di registrare anche un album solista, "Italian story". "Un disco autoprodotto, fatto da me. In Italia non si è fatto avanti nessuno. Qui, negli States, la Rhino ci ha creduto e l'ha pubblicato". E questo è solo l'inizio della storia. "Abitavo già a L.A., e dopo l'uscita del disco ho conosciuto Brian (Joseph Burton), che all'epoca indossava ancora la tuta da writer. Un musicista dal gusto raffinatissimo e dal talento incredibile, che - evidentemente - ha anche la capacità di circondarsi di persone molto valide", racconta con un pizzico di orgoglio. "Io gli ho dato il mio Cd e lui mi ha dato il suo 'Grey album' (il mash-up tra il "White album" dei Beatles e il "Black album" di Jay-Z, ndr). Siamo diventati amici e ci siamo ripromessi di fare un disco insieme". Poi, però, si sono messe di traverso diverse cose. Brian è diventato Danger Mouse, ha chiamato Cee-Lo e ha imbastito - sotto l'egida degli Gnarls Barkley - quello che sarebbe diventato uno dei successi commerciali più clamorosi degli ultimi anni, "St. Elsewhere". Senza dimenticare, però, il suo amico Daniele: "Mi ha chiamato per gli arrangiamenti, ed è stato bellissimo. Non avevamo limiti, non ci siamo imposti paletti. Io facevo quello che avevo voglia di fare, e Brian non mi ha mai contestato nulla". Già, due spiriti affini, Luppi e Danger Mouse: entrambi appassionati di colonne sonore, del cinema italiano anni Sessanta/Settanta, di Morricone, Rota e Trovajoli. "Per la verità 'Rome', almeno in nuce, esisteva addirittura prima di 'St. Elsewhere' e 'The odd couple'", racconta Luppi: "Si può dire che le idee che abbiamo avuto per 'Rome' siano maturate lavorando ai due dischi dei Gnarls Barkley, nello studiare gli arrangiamenti e le atmosfere dei loro dischi". Eppure l'Italia, per un verso o per l'altro, continua a tornare nella vita professionale di Daniele: "Gli Gnars Barkley avevano fatto un tour con Mike Patton: loro me l'hanno presentato, e lui mi ha accennato all'idea di 'Mondo cane'. Mi ha portato una sessantina di classici del repertorio popolare tricolore e io l'ho aiutato a scegliere quelli più facili da far rendere dal vivo. Patton ha un talento eccezionale, e una sensibilità decisamente fuori dal comune. Con lui non c'è nulla che possa venire male. Il primo capitolo di 'Mondo cane' è nato da un concerto, e quindi era inevitabile che il palco fosse il discrimine per la selezione del repertorio. Poi ci abbiamo preso gusto, infatti, tra la fine dell'anno e inizio 2011, uscirà 'Mondo cane 2'". Poi, nel 2008, è la volta di "Odd couple", sempre con Danger Mouse: "Eravamo su un'aereo che ci stava portando a Roma, dove avremmo registrato i Cantori Moderni di Alessandro Alessandroni per una parte dell'album. Lui mi aveva fatto sentire un'idea per una canzone chiedendomi cosa ne pensassi. Io gli dissi che un coro ci sarebbe stato bene, quindi scrissi la parte direttamente sull'aereo e la registrammo il giorno dopo, in studio. 'Rome', la cui lavorazione è durata oltre cinque anni, è nato così". C'è stato, però, un momento nel quale il disco ha preso definitivamente forma. "Io e Brian lo consideriamo un disco pop, anche se molti potrebbero non essere d'accordo. Per la verità, è stato Jack White a unire le ultime tessere del mosaico. Con la sua voce e la sua chitarra - e grazie anche all'apporto di Norah Jones, contraltare vocale ideale - è stato capace di finalizzare la nostra visione". La visione di un disco pop, quindi, che siate o meno d'accordo. "'Rome' è un album vero e proprio, dal senso compiuto, perfettamente autosufficiente. Non evoca colonne sonore o altro. Certo, non sono 'canzoni' nel senso più canonico del termine. Su tredici brani ci sono sei cantati e sette strumentali. Questo perché ad alcune emozioni, per espletarsi, serve una voce, e ad altra basta la musica: è un disco che ha avuto una gestazione estremamente complessa e sofisticata, che racchiude un'esperienza talmente profonda difficile da codificare in maniera tradizionale". Eccezion fatta per le session che hanno visto Jack White e Norah Jones davanti al microfono, "Rome" è stato registrato in Italia da italiani.




"E' successo tutto nel giro di una settimana ai Forum Studio, nella Capitale", racconta Luppi: "Abbiamo fatto alla vecchia maniera, con la band che suonava in presa diretta dietro pannelli fonoassorbenti, come negli anni Sessanta. Alla batteria c'era Gegé Munari, colonna della ritmica jazz italiana da anni alla corte di Morricone e Trovajoli. Al basso Dario Ronciglione, figlio di Giorgio, già collaboratore di Gegé. Al pianoforte e al vibrafono Antonello Vannucchi, che ha suonato praticamente su tutte le colonne sonore scritte da Trovajoli, già nei Marc 4, e - sempre al piano - Gilda Buttà, musicista classica dotatissima e storica collaboratrice di Morricone. Alla chitarra, poi, c'era Luciano Ciccaglioni, leggenda delle sei corde italiane, già collaboratore di
Bobby Solo e Claudio Baglioni

, che ha rispolverato le vecchie elettriche italiane tirando fuori dagli amplificatori vintage i suoni tipicamente surf, sottili e riverberatissimi, che hanno fatto grandi le colonne sonore delle pellicole spaghetti western, riuscendo però - con impareggiabile maestria - ad imbracciare le acustiche per prodursi in parti incredibili.

In quattro giorni avevamo registrato tutte le parti della band, in un giorno quelle dell'orchestra e in un altro giorno e mezzo quelle del coro. E il disco era fatto". Tutto semplice, sulla carta. Talmente semplice da far pensare a quanto siano vani gli sforzi dei produttori di grido italiani nel ricercare il suono perfetto, lo studio suontuoso per registrare i dischi degli artisti di primo piano, che nonostante i grossi budget spesso rischiano di andare incontro a clamorosi flop presso il pubblico. "Quando si hanno buone idee, il budget non conta. Non ho la pretesa di insegnare niente a nessuno, sia chiaro. Se non ho una grande conoscenza del panorama musicale italiano attuale è solo per colpa di un mio limite: sono molto occupato, e ciò che arriva da queste parti non stimola sufficientemente il mio interesse da spingermi ad approfondire. Io parto da questo presupposto: i dischi fatti bene, con belle canzoni e con arrangiamenti e produzioni curate, non possono non riscuotere l'interesse del pubblico. A me, personalmente, piacerebbe che i produttori italiani osassero un po' di più. Voglio dire, le chitarre e le batterie nelle produzioni mainstream italiane da quindici anni hanno lo stesso suono, che alla fine è quello dell'Orchestra di .

Sanremo . Niente di male, ma è chiaro che così facendo si voltano le spalle ad ogni possibile evoluzione. Pensiamo invece alla Francia, ad esempio, che per certi versi è un Paese molto simile - musicalmente - al nostro: basta ascoltare un disco dei Daft Punk

per scoprire come certe sonorità possano benissimo essere sdognate presso il grande pubblico, senza nessun contraccolpo in termini di vendite.

Voglio essere chiaro, non c'è spocchia in quello che dico. Ho massimo rispetto dei produttori italiani. Mi domando solo se, in certi casi, non siano più le ragioni di scuderia o le imposizioni della casa discografica nei confronti di un certo tipo di prodotto piuttosto che il gusto personale ad influenzare certe scelte in studio, che il più delle volte mi sembrano anacronistiche". Eppure uno sguardo al futuro, partendo dal passato, anche entro i patrii confini è possibile: "C'è un progetto, al quale tengo molto, che al momento è ancora in divenire ma che penso abbia enormi potenzialità. Sto lavorando al remake di un album anni dei primi anni Ottanta di un grandissimo cantante italiano. Sto pensando a come realizzarlo, e - in quanto a sonorità - mi piacerebbe molto lavorare con i Minitel Rose, una band francese che ha dei suoni incredibili". Los Angeles e l'Italia, America e Europa sono molto più vicini di quanto si possa pensare, quindi. Grazie alla tecnologia, forse. Soprattutto, però, grazie allo spirito, che se curioso e ispirato non ha bisogno di tablet e wi-fi per esprimersi: "So di dire una cosa molto fuori moda, ma non sono ossessionato dal Web e dall'mp3. Sono cose comodissime, certo, ma in un certo senso castrano la curiosità. Quando ho iniziato, trovare un disco d'importazione era un'impresa che aveva tutto un altro gusto. Lo si ascoltava con un coinvolgimento completamente diverso, data la fatica che si aveva fatto per conquistarlo. Adesso con in due click si ha a disposizione praticamente tutto. E gli mp3 stanno togliendo il gusto della fruzione dell'album: 'skippando' da un brano all'altro si rischia di perdere il gusto della visione d'insieme. Il vinile, al contrario, ti costringe ad ascoltare il disco canzone dopo canzone, nell'ordine prestabilito. Quello, cioé, che l'artista aveva pensato, apposta per te, nel realizzarlo". .

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