Pineapple Thief: 'Non siamo pop, non siamo prog'

Pineapple Thief: 'Non siamo pop, non siamo prog'

Sono ancora un gruppo di culto ristretto, i Pineapple Thief di Bruce Soord, anche se sono in giro da “3000 giorni” (così titola una loro canzone e una recente doppia antologia) e hanno la bellezza di otto album nel carniere. Ma con un otttimo disco come “Someone here is missing”, introdotto da una copertina che non passa inosservata (un uomo alla finestra, ricoperto di post-it dalla testa ai piedi: l’ha firmata il leggendario Storm Thorgerson ex  Hipgnosis, illustratore storico dei Pink Floyd), c’è da augurarsi che le cose cambino in fretta.

Così da permettere a Soord e ai suoi amici di Yeovil, Somerset, di dedicarsi finalmente alla musica a tempo pieno. “Stiamo lavorando sodo, col gruppo, e l’agenda è fitta”, spiega Bruce al telefono. “Però i soldi che guadagniamo non bastano ancora a pagare tutto ciò di cui abbiamo bisogno. E dunque tutti noi, io compreso, abbiamo un secondo lavoro. Quale? Non vale la pena di parlarne. E’ terribilmente noioso, tutt’altro che rock’n’roll. Me ne sto seduto tutto il giorno davanti allo schermo di un computer”. .

La creatività trova sfogo nella musica, nelle parole delle canzoni. Persino nel curioso nome del gruppo: da dove arriva? “Storia di tanto tempo fa. Era il 1999, avevo appena scritto una canzone per la nuova band che avevo in mente e la spedii alla mia piccola etichetta di allora, la Cyclop Records. Via e-mail mi fecero sapere che avevano gradito e che l’avrebbero pubblicata, ma a che nome? In ‘Eve’s bayou’, un film indipendente americano di qualche anno fa (è del 1997, lo ha diretto Kasi Lemmons e Samuel L. Jackson figura come produttore e interprete, ndr) c’è questa scena in cui una ragazza ruba una ananas e qualcuno la apostrafa come ‘pineapple thief’. Mi è sembrato un bel nome, certo non avrei immaginato che sarebbe durato fino ad oggi”.

Nel 2008 l’incontro con Steven Wilson dei Porcupine Tree, a cui Soord e i suoi vengono spesso paragonati, ha segnato una svolta nella carriera. “Fino a quel momento”, racconta Bruce, “non lo conoscevo. Sono stati alcuni miei fan a segnalargli il nostro nome come possibile gruppo di supporto per un tour, e fu lui a contattarmi per posta elettronica chiedendomi di fargli avere il mio ultimo disco, che all’epoca era l’album ‘Little man’. Gli piacque, e mise una buona parola presso i tizi della  K-Scope Records che ci ha messi prontamente sotto contratto (e ora pianifica la ristampa di tutti i vecchi album ormai fuori catalogo, ndr).

Da quel momento Steven ci ha sempre seguiti e appoggiati, dandoci preziosi consigli. Mi contatta regolarmente per informarsi sui progressi della band, e in occasione del nostro ultimo concerto a Londra ha seguito tutto lo show venendoci a trovare nel backstage. Davvero un ragazzo fantastico”. Anche un punto di riferimento musicale? “Il nome dei Porcupine Tree salta fuori in tutte le recensioni, lo so.  Quando qualcuno mi ha procurato un loro disco mi sono reso conto che abbiamo influenze simili: più questo, che una scelta deliberata di ispirarsi alla loro musica. Sto parlando di qualche tempo fa: oggi, ovviamente, non puoi ignorare i Porcupine Tree e la loro musica”. E quali sono queste influenze comuni, allora?  “Quand’ero ragazzo, negli anni ’80, odiavo la musica del periodo e mi rivolsi a quella degli anni ’70. I Pink Floyd, i primi Supertramp, un po’ di Camel, un po’ di Yes. Tutta roba che allora suonava strana. Assolutamente fuori moda e per niente cool, nel momento in cui faceva figo ascoltare i Duran Duran. Mi piaceva, quella musica, perché era organica: se ascolti oggi i dischi dei Pink Floyd o dei Led Zeppelin suonano ancora fantastici, il prodotto di una vera band all’opera. Poi, all’improvviso, con gli strumenti elettronici e la tecnologia digitale tutto ha cominciato a suonare artificiale. Ovviamente ci sono state delle grandi band anche allora, ma dai ’60 ad oggi sono convinto che gli ‘80 siano stati il decennio peggiore in assoluto, per la musica. In seguito mi sono entusiasmato anche per suoni più moderni, ascoltando un po’ di tutto: dal pop rock a gruppi come  Radiohead ed Elbow, fino a sonorità più dure come quelli dei Kasabian”. Altro che il prog-rock con cui i Pineapple Thief vengono solitamente imparentati… “Non ho nulla contro il concetto di progressive, ma preferisco non essere associato al  termine ‘prog rock’, e so che Steven Wilson la pensa più o meno allo stesso modo: non siamo il tipo di band che fa pezzi da dieci minuti con infinite variazioni di tempo e di tonalità; allo stesso tempo le nostre non sono canzoni pop rock standard da quattro minuti”.  E quell’elemento di elettronica, presente soprattutto nella prima parte di “Someone here is missing”? “Anche in questo caso non si tratta di una scelta consapevole. E’ che oggi si ascolta musica ovunque, al cinema e nella pubblicità, e gli amici ti fanno sentire continuamente qualcosa di nuovo…Il mio cervello si lascia bombardare da tutti questi stimoli, soprattutto dopo che per lungo tempo mi sono concentrato nella scrittura, e seleziona le cose che ritiene possano funzionare”. Veniamo a Storm Thorgerson: un altro incontro fatale, dopo quello con Wilson: “Tutto è successo per uno stupefacente scherzo del destino, se pensi che sono cresciuto ascoltando tutti quei dischi dei ’70 con le copertine disegnate da Hipgnosis…Quando Scott, il chief designer della K-Scope, mi ha detto che Thorgerson aveva accettato di realizzare la copertina del disco ne ero sconvolto, non potevo proprio crederci. Si erano incontrati a una mostra delle opere di Storm, a Londra, e Scott gli aveva chiesto se era disposto a disegnare una copertina per lui: sì, era stata la sua risposta, a patto che la musica del gruppo mi piaccia. Ed è andata così.  Per me è stata la realizzazione di un sogno: sono saltato sul primo treno e ho raggiunto il suo studio a Londra. Storm è una leggenda, un tipo con le idee chiare. Con lui c’è poco da scherzare e da discutere! L’uomo ricoperto di post-it che ha scelto per la copertina, con il corpo pieno di promemoria, mi è sembrato subito in sintonia con i contenuti di un disco come ‘Someone here is missing’, che parla di amore, di rimpianto e di cose che avresti potuto fare meglio.  Prima di mettersi al lavoro, lui intervista sempre l’artista al fine di cogliere l’essenza, il concetto portante del lavoro. Poi continua ad ascoltare il disco a ripetzione nello studio, ad alto volume. E alla fine  ti sottopone i bozzetti di cinque o sei idee”.

Così l’involucro: quanto ai contenuti musicali, Soord stesso descrive l’album come un disco più aggressivo del solito.  “Abbiamo cercato di catturare in studio l’energia che contraddistingue gli show dal vivo, facendo meno affidamento del solito sulle orchestrazioni, sulle sovrapposizioni strumentali e sul mellotron. Abbiamo ascoltato il nostro pubblico, che continuava a ripeterci che sul palco siamo meglio che su disco. Meno che quella prima volta in America, a un festival prog-rock chiamato Rosfest che si tiene vicino a Filadelfia… Salimmo sul palco troppo sicuri di noi stessi, forse, e tutto andò per il verso sbagliato. Chitarre scordate, lunghe pause tra un pezzo e l’altro per cercare di capire cosa diavolo stesse succedendo…Poi, mentre eravamo in camerino a leccarci le ferite, arriva il promoter a dirci di tornare sul palco perché il pubblico è entusiasta e vuole ancora sentirci suonare!”.

In tutto il disco prevale una vena scura. Persino noir, come testimonia il video di “Nothing at best”. Non posso farci niente”, ammette Soord, “quello è il mio stile di scrittura. I lati scuri della personalità umana sono quelli che più mi ispirano e mi stimolano a scrivere canzoni. Ma mi preoccupo sempre di lasciare affiorare qualche speranza, nei miei dischi”.

Piacerà ai fan? Per un gruppo come i Pineapple Thief, che hanno uno strettissimo rapporto con il pubblico, il feedback è immediato. “Abbiamo cominciato con un seguito piccolissimo ma fedelissimo, ed è stata una fortuna. Quel rapporto è continuato e si è sviluppato negli anni, senza i nostri fan e il loro entusiasmo ora non saremmo qui. Perché uso Facebook e i blog? Mi viene naturale, il marketing non c’entra: anzi, forse sarebbe considerato più consigliabile atteggiarsi a rock star e salire su un piedestallo, se si vuole avere successo”. In Italia siamo solo agli inizi… “Ci abbiamo suonato una sola volta, per ora, in un piccolo festival all’aperto a Parma. Ricordo poca gente e un caldo pazzesco. Ma torneremo in ottobre, vicino a Milano”. L’appuntamento è per il giorno 17, all’Amigdala Theatre di Trezzo d’Adda: varrà la pena di esserci.

 

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