La fretta non sembra proprio un concetto familiare a Robert Wyatt. C’entrano, sicuramente, la sua condizione di menomazione fisica (da trent’anni l’inglese di Bristol, oggi cinquantottenne, è costretto su una sedia a rotelle in conseguenza di una rovinosa caduta dal quarto piano di un appartamento) e la sua collocazione a debita distanza dall’epicentro del mercato del pop. E così il grande vocalist/musicista, protagonista di stagioni indimenticabili della musica inglese (prima con i Soft Machine, poi come solista), reduce da anni difficili umanamente e professionalmente, oggi può prendersi quantomeno il lusso di fare le cose a suo modo e secondo i ritmi che più gli aggradano. Pubblica dischi più o meno ogni sei anni, se ne sta rintanato nella sua casa del Lincolnshire con la moglie Alfreda, e ogni tanto riappare in pubblico regalando ai fortunati interlocutori tempo, stimoli, concetti, riflessioni, ironia, calore umano: non proprio la materia di cui sono fatte le routinarie interviste ai musicisti pop e rock. E’ un vero piacere sentirlo parlare di musica, parole, politica, religione, superstizione, ideali, amicizia. Oltre che, naturalmente, della sua nuova, elegantissima opera discografica, “Cuckooland”, in uscita in questi giorni e confezionata con l’aiuto di amici vecchi (Brian Eno, Phil Manzanera, David Gilmour) e nuovi (Paul Weller, Karen Mantler, più un piccolo gruzzolo di talenti cosmopoliti che ruotano intorno al circuito jazz britannico). Di cose da raccontare, Wyatt, ne ha ancora parecchie.Oggi la prima parte dell’intervista; lunedì 29, la seconda.
Questo nuovo disco suona ancora più intimo e riflessivo del precedente “Shleep”. Quasi si trattasse di un album volutamente “casalingo”…
Effettivamente molte tracce base delle canzoni le ho registrate a casa, con tutti gli accidenti fortuiti che questo comporta. Non sono un tecnico, ma cerco di catturare l’emozione del momento: “Old Europe”, per esempio, suona sicuramente strana ma è proprio quella l’atmosfera che volevo ricreare. Avevo in mente immagini di vecchi film francesi in bianco e nero. E’ un tributo alla Parigi di un tempo, nel momento in cui aprì le porte a una generazione di artisti americani che in patria non venivano trattati con rispetto. Alfie (Alfreda Benge), mia moglie, ha scritto le parole pensando alla mia giovinezza, e alla storia d’amore romantica e dolorosa tra Miles Davis e Juliette Greco. Io, invece, pensavo a mio padre. Gilad Atzmon, il sassofonista che suona nel pezzo, ha una storia completamente diversa dalla mia. E’ un musicista israeliano dissidente che oggi ha preferito diventare cittadino britannico: ci siamo incontrati in una terra immaginaria, attraverso il jazz.
Il disco, però, l’hai completato nello studio del tuo vecchio amico Phil Manzanera…
Non sono abbastanza bravo nel maneggiare microfoni e apparecchiature. E poi lo studio di Phil si trova a Kilburn, e ci potevo arrivare velocemente in autobus. Non volevo fare un disco da “stanza da letto”: io, un registratore a cassette e niente altro. Volevo che altri, Phil per primo, partecipassero, per vedere che piega avrebbero preso le canzoni. La trombonista Annie Whitehead, per esempio, è una persona fantastica con cui lavorare: è discreta, quasi invisibile nel pezzo che apre il disco, “Just a bit”. Con me hanno suonato anche persone che non conoscevo prima, perché non vivevano da queste parti: come Gilad e Yaron Stavi, il contrabbassista, che oggi abitano nella mia stessa zona. E’ stato come avere a disposizione una band virtuale di musicisti con cui lavorare secondo necessità. Volevo tirar fuori il meglio da ogni canzone, senza sentirmi obbligato ad usare tutti gli strumentisti in una volta sola.
Anche tu vieni spesso invitato in studio dai tuoi colleghi: ricordo gente come Working Week e Scritti Politti, negli anni ‘80…
A volte si tratta semplicemente di accettare una chiamata per vedere cosa ne viene fuori. Altre volte queste collaborazioni si sono tramutate in amicizie di lunga data. Come con Brian Eno: ho suonato in diversi suoi album, “Taking tiger mountain by strategy”, “Music for airports”…
“Cuckooland” è un disco molto lungo. Per questo motivo, ho letto, hai deciso di dividerlo idealmente in due parti…
E’ successo per caso, senza premeditazione. Abbiamo lavorato sul materiale che avevo e alla fine abbiamo riempito tutto lo spazio a disposizione! Ho fatto un sacco di editing, tra l’altro: “Trickle down” in origine durava due volte tanto. E “Brian the fox” era lunga quasi 15 minuti…Ho tagliato e tagliato, ma ho voluto conservare tutti i passaggi in cui si percepiva un cambiamento in corso, un movimento anche minimo: momenti di fissità non statica. Ho cercato di non buttar via niente, di quello che mi sembrava necessario, e il disco è venuto fuori lungo per questo.
Non sei uno scrittore prolifico, questo è certo. Forse perché scrivere è un processo doloroso, o piuttosto perché sei distratto da altri interessi, da altri impegni della vita quotidiana?
Io mi sento un compositore, anche se non ho un’educazione accademica: è così che mi sono sempre visto, non come un cantante, un batterista o un tastierista. Comporre, fare accadere delle cose musicalmente, è quello che mi interessa. Sento frammenti e idee musicali nella mia testa e cerco di riprodurli. Da solo o, se non sono in grado di completare l’opera, chiedendo l’aiuto di qualcuno. A volte finisce che mi faccio completamente da parte, e lascio che siano gli altri a sviluppare l’idea. L’ho fatto sull’ultimo pezzo di questo disco, “La ahada yalam”, che è diventato un brano strumentale perché non sono in grado di cantare in arabo. Con la traduzione inglese parte della magia andava perduta: e paradossalmente, il modo in cui Gilad Atzmon suona la cornetta è risultato più in sintonia con l’interpretazione originale di Amal Murkus. Gli strumentisti di valore hanno sempre una sorta di qualità vocale nel loro modo di suonare. A me piacciono quelli che suonano come se stessero cantando. Coltrane nelle ballate, per esempio…è come una voce che arriva da un altro pianeta.
Che ruolo tocca alle parole, in tutto questo?
Devono essere parte della musica; non un testo a se stante che viene appiccicato a posteriori. Le parole devono stare dentro, non sopra la musica. Scrivere testi, scegliere accuratamente delle parole, a volte può risultare un processo artificioso. Io preferisco che sgorghino spontaneamente, trovando un’affinità naturale con la musica: come succede nella canzone di Jobim che ho inciso per questo disco, “Insensatez”. Se proprio devo usare un testo, mi assicuro che sia compatibile con la mia persona, con il mio modo d’essere, perché sono un pessimo attore e non posso interpretare un ruolo che non è il mio. Ma in fin dei conti, faccio tutto per la musica: la musica è una signora molto gelosa, non ti permette di andartene in giro a scopare con qualcun’altra!
Eppure tu hai “scopato” spesso con le signore altrui, le canzoni che altri hanno scritto e tu hai reinterpretato…
L’ho fatto, è vero, ma sempre e soltanto per rendere un servizio alla musica!
Come scegli le tue cover? Per il messaggio contenuto nei testi, come “Biko” e “Shipbuilding”, o per altri motivi?
Devono passare un test preliminare: cerco di immaginare che effetto possono fare a qualcuno che non conosce la lingua inglese. Molti dei cantanti che preferisco sono quelli che ascolti con piacere anche senza badare a quel che dicono. Prestando attenzione solo al rumore che esce dalla loro bocca, quella sorta di suono animalesco e primitivo. Io, per esempio, mi faccio facilmente commuovere dal flamenco, dalla musica bulgara o dall’opera italiana anche se non capisco una parola. E a volte, anzi, è meglio non capirle, le parole. Personalmente, ho sempre pensato che la musica di “West side story” sia molto migliore dei testi che la accompagnano. E’ una musica ampia, panoramica, che va oltre i confini; mentre i testi la trascinano giù verso il kitsch, la fanno diventare una specie di soap opera. Se usi le parole devi cercare di portarle al livello della musica, altrimenti tanto vale stare zitti. Per questo forse mi vengono testi telegrafici come quello di “Brian the fox”, e ogni tanto devo chiedere soccorso ad Alfie!
Nella musica soul i testi erano spesso banali e ordinari, ma erano voce e musica a trasmettere una grande emozione…
E’ quello che rispondo a chi mi fa notare che Stevie Wonder scrive canzoni banali. Io credo invece che per lui le parole siano soltanto un espediente per fare grande musica con la bocca, con la voce.
Anche la tua collaborazione con un’artista italiana, Cristina Donà, è nata così? Da un’attrazione per la musicalità della sua voce?
Cristina è davvero brava. Ha la forza necessaria per tenere un palco rock, ma allo stesso tempo è molto femminile, non fa nulla per essere “macho”. Sono stato molto contento di cantare con lei, in passato, e mi ha fatto piacere scoprire che il suo nuovo disco è altrettanto bello. E’ un peccato che lo sciovinismo linguistico degli inglesi e degli americani non permetta loro di fare la conoscenza con artisti di questa qualità. Non è lei che ne ha bisogno: sono loro che si perdono qualcosa.
A proposito di musicisti che ammiri: nelle note di copertina di “Cuckooland” scrivi che Paul Weller, ormai un collaboratore abituale, è uno dei tuoi pochi eroi musicali nel mondo del rock. Chi sono gli altri?
Van Morrison, John Lennon, Bob Dylan, Joni Mitchell…. Se questi nomi possono considerarsi parte della scena rock. Ma quando entro in un negozio di dischi non mi dirigo verso gli scaffali dei dischi rock. Ci sono così tanti altri idiomi musicali da esplorare…Però mi piacciono i nuovi gruppi francesi che oggi mescolano il rock a sonorità arabe o africane. Mi ricorda quello che successe in Inghilterra con la 2Tone, una ventata di aria fresca nel clima inglese di allora. La biodiversità culturale, come la chiamo io, produce sempre buone cose.
(Alfredo Marziano)