Un nuovo disco di ballate: l'occhialuto racconta come è tornato alla 'musica da camera'...

Non si può proprio dire che Elvis Costello si annoi. E’ passato poco più di un anno da “When I was cruel”, disco che segnava il ritorno al rock ruvido di inizio carriera, che il musicista cambia subito le carte (e la musica) in gioco: è appena uscito un nuovo album, “North”, composto interamente da ballad.
Costello ha registrato il disco insieme al fido pianista Steve Nieve (con il quale andrà presto in tour: due date anche in Italia, il 19 ottobre a Roma, il 20 a Milano) e a vecchi amici come il Brodsky Quartet o la Mingus Orchestra. Rockol l’ha intervistato nel suo recente passaggio in Italia per presentare l’album.


Partiamo da una domanda banale: come è nato questo nuovo disco di ballate?
Prima di tutto ho scritto le canzoni… Le ho scritte nel mezzo di un tour rock, con gli Imposters in America. Improvvisamente mi sono ritrovato a scrivere queste melodie, che richiedevano molta attenzione. Tra settembre dell’anno scorso e gennaio di quest’anno avevo finito la composizione, e mi sono fermato a riflettere su quello che avevo in mano. Non ho mai preso una decisione tipo “ora faccio un disco di ballate”, ma ho semplicemente ho seguito il processo creativo.

Beh, scrivere un disco come questo nel bel mezzo di un tour rock deve essere stata un’esperienza singolare…
Questo dimostra che le vie dell’ispirazione sono incredibili… Però devo dire che non penso di dovere separare questi diversi approcci, entrambi hanno i loro pregi e i loro valori. Pochi giorni prima dell’uscita americana di “North” suonerò con Neil Young in California, e poco dopo partirò per un tour da solo con Steve Nieve, centrato sul nuovo disco. Posso fare entrambe le cose..

Non pensi di rischiare di confondere il pubblico, con questi continui cambiamenti di pelle musicale?
La gente è meno stupida di quello che si pensi… Non credo che confonderò la gente, anzi. Credo che chi mi ascolta sappia capire che posso fare cose diverse, e che posso mischiare nello stesso show delle ballads e pezzi rock ‘n’ roll, come ho fatto nel tour nordamericano di questa estate.

Hai detto recentemente che questo disco è “fuori dai parametri del rock ‘n’ roll”…
Non ci dovrebbero essere, ma spesso i media, le case discografiche e spesso anche gli artisti sono motivati a crearli e mantenerli. Gli artisti nel passato, pensa ad Elvis Presley, hanno fuso stili e generi, creando qualcosa di nuovo, e questo non accade più così spesso oggi. Molto del lavoro più interessante nella musica contemporanea avviene lontano dal mainstream, dove questi parametri si fanno sentire di meno.

Forse è anche per questo che pubblichi il disco con un’etichetta di musica classica, la Deutsche Grammphone…
In realtà per loro avevo già pubblicato “For the stars”, il disco con la cantante lirica Sofie Von Otter. Credo che questa cosa riguardi più loro che me. Le etichette cambiano identità spesso a seconda delle persone che ci lavorano: ho iniziato con la Stiff, che era una grande label indipendente ma poi si è rovinata negli anni. Lo stesso è successo alla Warner, dalla quale sono scappato… La cosa bella della Deutsche Grammophone è che sono molto aperti sul tipo di musica da pubblicare. Lo sono molto di più di altre etichette della Universal, con cui sono sotto contratto, che magari sono più interessate ad altra musica. Io non parlo lo stesso linguaggio di quelli della Def Jam, che semplicemente pensano all’hip hop. Con la Universal mi trovo bene, specialmente con alcune persone, specialmente con quelli della Classica. L’idea di poter pubblicare con diverse etichette del gruppo fa parte dei motivi che mi hanno spinto qui.

Tornando al disco, ha scritto queste canzoni al piano, giusto?
E’ vero. Mentre le scrivevo mi sono reso conto che non potevo scriverle alla chitarra. E molte delle idee per gli arrangiamenti mi sono venuti in fase di composizione, non dopo. Anche questo non mi era mai successo prima.

Inoltre, queste canzoni le canti in una tonalità più bassa del solito, con una voce da baritono.
Il fatto è che, quando scrivi canzone, le scrivi spesso di notte. Così la canti piano, in tonalità bassa, immaginando poi di trasportarla a tonalità più alta quando le inciderai. Questo capita con le canzoni rock, ma seguire lo stesso procedimento con questi brani avrebbe significato ammazzarli. Così le ho tenute come le ho scritte, perché non c’era ragione di cambiarle perdendo quello che le contraddistingueva.

Credi che “North” sia in qualche modo paragonabile al tuo precedente disco di ballate, quel “Painted from memory” realizzato insieme a Burt Bacharach?
No, non credo abbiano molto in comune: le canzoni sono state scritte e arrangiate in maniera diversa. L’esperienza di lavorare in studio con grandi gruppi di musicisti, così come ho fatto per “Painted from memory”, sicuramente mi ha insegnato molte cose che ho cercato di utilizzare anche in questo caso. Credo che la lezione che ho imparato lavorando con Burt sia molto presente in questo disco, ma complessa e non così facilmente identificabile come si può pensare.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Beh, mi piacerebbe lavorare ancora con Bacharach, ma non ho progetti concreti al momento. In realtà non ne ho nessuno: finito il tour con Steve Nieve vedrò dove mi porterà l’ispirazione. Succederà qualcosa di simile a quello che è successo con questo disco: inizierà e la seguirò. Sicuramente farò ancora un disco rock, ma non so quando questo capiterà.

(Gianni Sibilla)

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