Rispetto a tante altre giovani promesse sfornate in serie dai media e dalla discografia britannica, gli Starsailor sembrano trovarsi tutto sommato in una posizione invidiabile. Paradossalmente, e sono loro i primi ad ammetterlo, il successo solido ma non spropositato del primo album “Love is here”, attesissimo dalla stampa inglese ma poi trattato con relativa freddezza, li ha messi nelle condizioni di non dover crescere troppo in fretta rispondendo ad aspettative più grandi di loro. I quattro ragazzi dei sobborghi di Manchester, completati gli impegni promozionali, si sono messi quietamente al lavoro sul “follow-up” con accresciuta fiducia nei propri mezzi (di qui la scelta di autoprodursi), quando è saltata fuori la più improbabile e inattesa delle occasioni: Phil Spector, proprio il mitico artefice del Wall of Sound di Crystals e Ronettes da tempo recluso nel suo pittoresco castello nei dintorni di Los Angeles, si è offerto di dare una mano in studio alla giovanissima band, volando – addirittura – a Londra nei mitici Abbey Road Studios, dove aveva lavorato in passato con i Beatles (litigando furiosamente, come raccontano le cronache, con Paul McCartney). Il risultato sono due canzoni (inclusa la title track) contenute nel nuovo “Silence is easy”: un dettaglio mica da ridere, non fosse che, come sappiamo, Spector è poi finito sulle pagine dei giornali per altri e ben più tristi motivi. James Walsh (cantante, frontman e autore principale) e James Stelfox (basso) affrontano questo ed altri argomenti con pacata, gentile discrezione e con un understatement che più britannico non si può. Non sono dei gran conversatori, i due, ma impareranno forse col tempo: che è, indiscutibilmente, dalla loro parte. “Silence is easy” è un disco molto breve, di poco superiore ai 30 minuti. Proprio oggi che molti vostri colleghi sfruttano la capacità del CD per stipare in un album 60, 70 minuti di musica. Tanto da risultare, a volte, noiosi.
(Walsh) Non volevamo dare agli ascoltatori la possibilità di annoiarsi. Ci piacerebbe che affrontassero il disco come si fa con un viaggio, senza stare troppo a pensarci. E’ come in un film: bisogna preoccuparsi che allo spettatore arrivino le cose realmente importanti eliminando il superfluo.
(Stelfox) E con un disco breve è più facile tenere desta l’attenzione. A qualcuno, magari, verrà voglia di ascoltarlo più volte di seguito.
Se questo disco va inteso come un viaggio, la sequenza delle canzoni è probabilmente uno dei suoi aspetti fondamentali…
(Walsh) Assolutamente sì. Abbiamo anche pensato a chi comprerà l’edizione in vinile… Con “Silence is easy” e “Music was saved” il disco parte in modo forte e diretto. “Shark food” è una sorta di canzone-ponte tra le due parti dell’album e abbiamo immaginato che “Bring my love” fosse un buon pezzo con cui iniziare la seconda facciata di un LP.
Molte band sembrano avere difficoltà nel portare avanti il loro sviluppo artistico, una volta che hanno pubblicato il disco di debutto, hanno avuto successo e vengono prese nell’ingranaggio dei tour e degli impegni promozionali. E’ capitato anche a voi?
(Walsh) Lavorando col produttore Steve Osborne, in occasione delle registrazioni del primo album, abbiamo avuto la fortuna di imparare molto sulle tecniche di incisione e sull’arrangiamento delle canzoni. E poi c’è da dire che il disco è stato sì un successo, ma non di proporzioni fenomenali. Se avessimo avuto un hit internazionale come gli Strokes, allora sì che le cose sarebbero diventate più difficili e che avremmo sentito la pressione. C’era un potenziale che non è uscito fuori del tutto, nel nostro album di debutto. Da allora siamo cresciuti come band e come individui, abbiamo aperto le orecchie ad altre forme di musica e a strumenti diversi, come ad esempio le sezioni d’archi. Abbiamo cominciato ad interessarci alla possibilità di stratificare le parti vocali: se ascolti il primo disco ti accorgi che in quelle canzoni ci sono pochi “backing vocals”.
(Stelfox) Allora eravamo poco consapevoli di cosa significassero gli arrangiamenti e le strutture degli accordi; ora l’intero processo è diventato più consapevole e controllato.
Si può parlare di un’evoluzione analoga anche per quanto riguarda i testi?
(Walsh) Le esperienze degli ultimi mesi - la nascita della mia prima figlia, i tour in giro per il mondo – hanno influenzato il contenuto lirico delle canzoni. Credo che i testi siano diventati più consistenti: e questa, credo, è una conseguenza del fatto che le nostre vite sono diventate più interessanti.
E’ l’autobiografia, allora, a ispirare la scrittura?
(Walsh) Principalmente sì. E più facile, in fondo. Le canzoni a sfondo politico possono venirti bene o male, a seconda dei casi. Se scrivi di te stesso è più difficile per gli altri criticarti, perché nessuno come te sa di cosa stai parlando…Non sento questa grande urgenza di scrivere canzoni politiche, quando c’è gente come Bob Dylan, Lennon o Neil Young che lo ha già fatto così bene…Poi, dipende anche dalle circostanze: se ci fossimo trovati a New York durante l’attacco alle Torri Gemelle o più vicini agli eventi della guerra in Iraq probabilmente ci saremmo sentiti spinti a scrivere qualcosa.
(Stelfox) Magari scriveremo canzoni politiche quando diventeremo più vecchi…
Dove vivete oggi?
(Stelfox) A Manchester.
Sembra una città in evoluzione, attraversata da un’ondata di fermenti artistici e culturali…
(Stelfox) E’ il posto ideale per un artista, oggi, in Inghilterra. E’ il luogo dove succedono le cose. Londra è troppo frenetica, Manchester è più rilassata.
(Walsh) Credo che un momento chiave di svolta siano stati i Giochi del Commonwealth dell’anno scorso: è stato un evento che ha fatto confluire nel Nord Ovest d’Inghilterra gente proveniente da tutto il mondo. La città ha dato il meglio per cercare di lasciare una buona impressione nei visitatori.
Registrare nello studio 2 di Abbey Road, quello utilizzato a loro tempo dai Beatles, è stata un’esperienza particolare? Si percepisce ancora un’atmosfera speciale, in quei luoghi?
(Stelfox) E’ inevitabile. E’ lì che McCartney ha registrato “Blackbird”, una delle mie canzoni preferite in assoluto. C’è una foto sul muro che lo ritrae mentre suona il pezzo. E’ stato Phil Spector a portarci in quello studio.
Apprezzavate già le sue produzioni passate, prima di lavorare con lui?
(Walsh) Certo. Le canzoni di Dion. “Be my baby” delle Ronettes. “All things must pass”...
E che ne pensate dei suoi interventi su “Let it be”, che McCartney ha sempre aspramente criticato, tanto che oggi ha deciso di eliminarli dal missaggio?
(Stelfox) Le canzoni sono sue, in fin dei conti, e quindi Paul può farne ciò che vuole. Ma a me sembra che “The long and winding road” suoni benissimo con gli archi: danno un senso compiuto al brano.
Torniamo a Spector. Tutti vi avranno già chiesto del suo comportamento eccentrico in studio, dopo quello che è successo…
(Walsh) Ama lavorare in orari strani, va avanti tutta la notte senza interruzioni. Durante le sedute di incisione indossava sempre lo stesso abito, con il nome “Phil” cucito sopra.
Nella bibliografia rock è sempre stato dipinto come un produttore difficile, litigioso. Uno che ama provocare lo scontro con i musicisti con cui lavora…
(Walsh) Forse lo era in passato, ma non è così che lo abbiamo conosciuto. In studio gli piace catturare l’emozione del momento, un suono il più possibile simile a quello live. Non è molto interessato agli aspetti tecnici della registrazione, bada più al feeling che al perfezionismo.
(Stelfox) Ama registrare senza intermediazioni, in analogico: dalla performance direttamente al nastro. Noi gli abbiamo insegnato qualcosa a proposito del Pro Tools e dei nuovi mezzi tecnologici che si usano per sincronizzare i suoni.
E lui, invece, cosa vi ha insegnato?
(Walsh) Il concetto di sovrapposizione dei suoni, ma avendo cura di evitare inutili complicazioni e di ricercare sempre la massima semplicità. Phil ama partire da idee molto elementari per dare alle canzoni un suono arioso, estremamente ricco e stratificato.
(Stelfox) Su “Silence is easy”, la title track, ha impresso il suo marchio inconfondibile. Soprattutto per quanto riguarda il suono della batteria. Phil non ama i piatti e i charleston: pensa a “Be my baby”, lì sono rullante e grancassa a dare il ritmo. Il suo modo di registrare le percussioni è completamente differente da quello di oggi, molto “old school”. Sapevamo cosa volevamo realizzare in studio e per questo abbiamo co-prodotto il disco. Ma quando Phil si è offerto di lavorare con noi, dopo che sua figlia gli aveva fatto ascoltare il nostro primo disco, non potevamo certo farci scappare l’occasione. Siamo stati invitati nel suo castello, siamo rimasti a chiacchierare per un paio d’ore. Poi lui è venuto a Londra apposta per lavorare con noi, e questo ci ha sorpreso molto. Siamo rimasti in studio insieme per tre settimane…
(Walsh) Oltre alle due canzoni incluse nell’album abbiamo registrato un altro paio di pezzi che potrebbero finire su qualche facciata b. E’ roba più sperimentale, ma che non è venuta altrettanto bene. Ripetere l’esperienza? Al di là degli ultimi eventi, non credo. E’ stato un momento speciale che non può più essere ricreato.
James, nelle interviste citi spesso gente come Dion, Tim Buckley, Gram Parsons, Neil Young, Johnny Cash o Kris Kristofferson tra le tue influenze principali. Sono tutti artisti degli anni ’60 e ’70, e sono tutti nordamericani. Perché, cos’hanno gli americani che gli inglesi non possiedono?
(Walsh) Un tocco sofisticato, un’apparente mancanza di sforzo nel cantare: soprattutto gente come Cash e Kristofferson ha un calore nella voce che mi attrae molto. Noi siamo cresciuti con Bruce Springsteen, Jackson Browne, Crosby, Stills & Nash. E a ben vedere anche in passato l’America ha sempre fatto da guida alla musica inglese: pensa all’influenza del blues neroamericano su gruppi come i Led Zeppelin e gli Stones, o a come i Beatles del primo periodo si ispiravano Elvis…Mi piacciono anche i cantanti inglesi, comunque, con il loro registro più acuto: Robert Plant, Roger Daltrey…
Avete registrato una versione di “Hot burrito # 2” destinata ai titoli di coda di un film dedicato a Gram Parsons. Quando uscirà?
(Walsh) E’ un pezzo che abbiamo suonato anche dal vivo. Il film è basato sul libro del suo ex road manager, Phil Kaufman, che per assecondare le sue ultime volontà ne dissotterrò il cadavere trasportandolo nel deserto, ai piedi del Joshua Tree. Kaufman è interpretato da Johnny Knoxville, quello di “Jackass”. Ma non so quando uscirà il film, è una produzione indipendente a budget limitato e non credo proprio che diventerà un grande successo commerciale.
(Alfredo Marziano)