Il cantautore romano a ruota libera: anticipazioni sul suo nuovo disco, commenti sulla radio, i concerti e l'industria musicale...

Non ha freni, Antonello Venditti: a Rockol, che l’ha intervistato in occasione della sua premiazione al Fivizzano Music Festival (vedi news), il cantautore romano ha parlato a ruota libera della situazione musicale italiana: dalla "spinta propulsiva" che l'ha portato a realizzare il suo nuovo album “Che fantastica storia è la vita” (alla realizzazione del quale hanno partecipato i suoi vecchi amici Francesco De Gregori e Gato Barbieri), alla crisi che sta attraversando l'industria musicale italiana. E avverte: "Il 2000, per la musica tricolore, non è ancora arrivato".

Partiamo subito con una domanda precisa: cosa puoi dirci del tuo nuovo disco?
Tutto quello che i miei discografici mi lasciano dire... Si intitolerà "Che fantastica storia è la vita", come la canzone che sarà anche il primo singolo. E' un brano stupendo, del quale mi sono innamorato. Da questa canzone ho iniziato a lavorare al disco; inoltre, in questo pezzo ha collaborato con me il sassofonista argentino Gato Barbieri, col quale non lavoravo più dal 1992.
Nel complesso, comunque, sarà un disco dove troveranno posto sia canzoni squisitamente "satiriche" che brani più classici, per così dire "monumentali"...

Per realizzare il tuo nuovo album, poi, ti sei avvalso - dopo tanto tempo - della collaborazione di Francesco De Gregori, con cui hai scritto “Diavolo in fuorigioco”...
Sì, è stato una specie di scherzo che Francesco mi ha giocato, nel corso degli anni... In verità, quello a cui abbiamo lavorato assieme è un brano molto carino, che parla della vita: tutto sommato è la cosa che conosciamo meglio di qualsiasi altra.
Non è stato un brano facile, comunque: la stesura del testo ha infatti richiesto una settimana di lavoro full-time, senza quasi neanche le soste per mangiare o dormire.

Inoltre, recentemente hai anche collaborato alla realizzazione della colonna sonora del nuovo film di Leonardo Pieraccioni...
Per la verità non ho fatto nulla... O meglio: io e Leonardo siamo amici, e lui era venuto a trovarmi in studio mentre ero al lavoro. Mi ha chiesto un brano per il suo nuovo film, e io gli ho fatto una proposta. Ma la canzone che caldeggiavo non gli piaceva, così ne ha scelta un'altra e l'ha presa...

Ti vedremo mai a musicare un film?
Chi può dirlo? E' una cosa che sicuramente mi interessa, così come può interessare ad ogni artista: a volte, lavorare sul del materiale la cui ideazione non è propria permette di essere più liberi, e di potersi "donare" meglio all'opera che si sta realizzando. Nei miei sogni, avrei voluto scrivere la colonna sonora di "Novecento parte prima".

Tornando a "Che fantastica storia è la vita", come è nato? Cosa ti ha fatto tornare la voglia di fare un disco?
Ho l'impressione che, almeno da 2 o 3 anni a questa parte, non siano uscite canzoni che il pubblico ricorderà nel futuro. Dal 2000, eccezion fatta per i tormentoni estivi, non ho sentiti brani che avessero sostanza e presa sul pubblico. Per questo penso che ci sia bisogno di un album che interrompa questo lungo "digiuno", che segni il tempo. Io mi prendo i miei spazi, pubblicando i dischi a distanza di anni, ma credo di poter offrire al pubblico questa sostanza della quale parlavo prima.
Gli artisti della mia generazione, realizzando i dischi, avevano una sorta di spinta propulsiva che li portava a scrivere album belli e fortemente unitari al loro interno. Ascoltando la musica di oggi, invece, mi sembra che aleggi nell'aria una sorta di stanchezza generale, che porta le band o i cantanti a lavorare "in economia", ricalcando pedissequamente ciò che altri artisti avevano già prodotto.
In sostanza, spero che la svolta musicale - che nel 2000 non c'è stata - la segni il mio disco con tre anni di ritardo.

A chi sarebbe da imputare, dal tuo punto di vista, la mancanza globale di creatività che ha portato la musica nazionale odierna a questa sorta di torpore? Agli artisti più giovani che non hanno saputo creare qualcosa di originale o alle case discografiche che hanno seguito una politica sbagliata?
Su questa faccenda ho un'opinione precisa. Il mondo delle radio non può essere diviso dal mondo della produzione discografica: ho infatti l'impressione che, oggi più che mai, siano le radio a dare l'imprinting al pubblico sulla musica da ascoltare. Il problema è che le emittenti non sono più alla ricerca di una musica che sia fine a se stessa, ma cercano una musica che faccia da sottofondo ai propri palinsesti. Le canzoni diventano, quindi, da soggetto a oggetto, un mezzo per accrescere gli ascolti. Questo è il problema fondamentale: dei tanti brani che noi sentiamo sulle grandi radio private e non, non ne esiste uno che sia programmato per il semplice piacere di diffonderlo. E' come se queste grandi stazioni utilizzassero i pezzi più in voga per convincere la gente a non cambiare frequenza. Ma è una questione di filosofia di fondo: ai promoter di oggi hanno insegnato che il massimo successo si ottiene con il massimo riscontro immediato di pubblico, mentre i cantautori della mia generazione sono cresciuti con la convinzione di poter vendere milioni di copie senza avere un passaggio radio.
Attualmente però l'industria musicale e la radio non vanno d'accordo, perché i dischi proposti in radio, solitamente non vendono, ma rimangono "dentro" la radio, perché funzionali ad essa. Magari segnano un'estate, ma nulla di più. E poi vengono diffusi talmente tanto che la gente perde la voglia di ascoltarli, senza affezionarsi alla persona che li canta e senza potersi rendere conto del lavoro che c'è dietro per realizzarli.
Non è l'unico problema, ma tutto sommato questo è l'inconveniente che penalizza al massimo gli artisti nostri connazionali, che passano tante volte alla radio e - se funzionali al mezzo - anche sulle emittenti televisive specializzate, ma senza risultati di vendita. Questo porta ad una distonia tra il gusto delle radio e il gusto degli acquirenti di dischi. E' questa, penso, la ragione che ha decretato un grande successo del compilation, perché nelle raccolte il pubblico sa già quello che c'è, a differenza degli album più nuovi, dei quali si conosce - rischiosamente - solo il primo singolo. Sono convinto che esista ancora un pubblico che voglia fruire la musica in maniera meno superficiale e più approfondita, ma non sono sicuro che ci sia una base di artisti pronta a fornire al pubblico ciò che vuole. La gente ha bisogno di sicurezza...

Alla luce di queste riflessioni, stai pensando a strategie promozionali alternative, che non includano nel novero dei media coinvolti la radio?
Ancora non lo so: è forse prematura parlarne. Io so solo di aver fatto un bel disco, e quindi sono in pace con me stesso. Ma dal fare un grande disco a decretarne il successo commerciale ce ne passa.. Io di più non posso fare: la mia arma è solo quella di svolgere al meglio il mio lavoro da artista, dal vivo come in sala di incisione. Il live, poi, è un momento particolare, perché appartiene solo a te, e la tua opera non viene confusa in uno scaffale insieme ad altre, ma arriva diretta al pubblico. Attualmente sto facendo dei concerti acustici (il tour "One man band... or not?"), in cui accompagnato solo da due musicisti (Alessandro Centofanti e Amedeo Bianchi). Ho iniziato da posti relativamente raccolti, per poi arrivare a suonare davanti a 50.000 persone. La gente credo voglia questo: il pubblico si è stufato del rito dello stadio, che ogni volta richiede una nuova veste per essere appetibile; la musica è molto semplice, basta che sia suonata. Faccio capire ai miei fan cosa sia la mia opera, spiegando cosa c'è dietro: e la platea rimane affascinata. Prima di tornare al rock, agli allestimenti monumentali e a tutto il resto, dovranno uccidermi...

Quindi anche quando porterai in tour il tuo nuovo album ti vedremo dal vivo in una dimensione più intima?
Credo di sì. Io almeno non ho dubbi in proposito: mi limiterei ad inserire le nuove canzoni all'interno della mia "storia" di cantautore, rendendole al pubblico così come sono nate. Cioè acustiche.

Si dibatte molto, tra gli addetti ai lavori, se l'"affare" della musica live stia vivendo o meno una crisi. Dal tuo punto di vista cosa sta succedendo?
Secondo me il live è l'unico aspetto dell'industria discografica che attualmente funzioni. E lo dico con cognizione di causa, perché - benché entri in studio assai di rado - di fare concerti non ho mai smesso. Credo che ci sia una voglia, da parte del pubblico, di riavvicinarsi all'artista preferito: spesso la gente preferisce spendere gli stessi soldi che spenderebbe per un CD per un concerto. E poi, diciamo la verità: al giorno d'oggi molti dischi sono brutti. La gente ascolta il singolo e dice: "Perché dovrei comprare tutto il disco, se mi piace solo una canzone?". L'unica soluzione per uscire da questa stasi sarebbe smettere di fare dischi e concerti di routine, per offrire al pubblico qualcosa che valga la pena di essere acquistata.

Teorizzi anche tu, quindi, un ritorno alla "cultura del singolo" anni Cinquanta - Sessanta, in modo che il mercato non sia invaso da album tutto sommato accessori?
Assolutamente no, anzi. Il singolo ha "ucciso" la musica, in quanto visione molto parziale di un album. E' come se, per giudicare un libro, si leggesse solo un capitolo: è un ragionamento che non ha senso. Oggi, purtroppo, non c'è più gente che sappia "leggere" i dischi: io sfido la gente gli addetti ai lavori e i radiofonici a sapere se del singolo - che magari trasmettono in continuazione - hanno ascoltato anche l'album. La falsa cultura del singolo ha obbligato tutti a cambiare: è come essere a Sanremo tutti i giorni, dove si hanno tre minuti e mezzo per convincere l'audience della bontà del tuo operato. Si parla spesso di "pezzo radiofonico": ma cosa vuol dire? La radio è un mezzo o un fine? La musica, ormai, è diventata solo una scusa - in radio come in pubblicità, ma anche in molti altri posti - per fare della promozione a dei prodotti. La verità è che oramai vendono di più i dischi che non passano alla radio che non i dischi che sono "spinti", ma promossi solo perché - teoricamente - organici al sistema (radio, tv, eccetera) che li ingloba. Io pensavo che le case discografiche dovessero fare leva su tv e radio per promuovere il proprio prodotto, ma non c'è stato un discografico che abbia investito nella promozione.
L'industria discografica, un tempo florida, non ha fatto che bearsi della sua ricchezza sottopagando i suoi dipendenti (in primis gli artisti), senza preoccuparsi del futuro. Contando che oggi - essendo le case discografiche tutte multinazionali - non esiste più concorrenza, se non quella del "falso" e della pirateria, che attualmente è la più grande distribuzione del mondo. Se fossi lo Stato, ad esempio, per recuperare qualche euro per l'industria discografica dal sommerso darei la licenza di ambulante agli abusivi: si tratterebbe di un investimento congiunto tra Stato e industria discografica, che potrebbe risolvere le cose. Lo Stato, poi, per sconfiggere l'industria del falso, potrebbe anche togliere l'IVA al 20 per cento, e i discografici potrebbero abbassare della stessa quota il prezzo dei prodotti. Le soluzioni sarebbero tante, ma ho come la sensazione che manchi la voglia di metterle in atto.

(Davide Poliani)

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