«ACT III - Kasabian» la recensione di Rockol

"Act III": i Kasabian guardano avanti partendo dal passato

Serge Pizzorno e soci pubblicano il nono album in studio tra passato, psichedelia e nuovi slanci

Recensione del 07 set 2026 a cura di Elena Palmieri

La recensione

Già un anno fa, quando il tour di “Happenings” si era appena concluso, i Kasabian avevano cominciato a lasciare intravedere il lavoro successivo con il singolo “Hippie Sunshine”, primo segnale di un disco che avrebbe poi richiesto altri dodici mesi, quattro singoli d’anticipazione e persino un rinvio per gli ultimi ritocchi. Ora Serge Pizzorno e soci arrivano finalmente a “Act III”, nono album in studio pubblicato a due anni dal precedente. Il titolo chiarisce subito il punto da cui la band vuole ripartire, presentando il terzo capitolo della formazione consolidata dopo l’uscita di Tom Meighan, come seguito di un percorso iniziato con “The Alchemist’s Euphoria” nel 2022 e proseguito con “Happenings”. "Act III", composto da 13 tracce concentrate in appena 32 minuti e 52 secondi, è anche il tentativo di chiudere una fase di assestamento durante la quale i Kasabian hanno dovuto capire che cosa potessero diventare senza perdere ciò che erano stati.

Il terzo atto

In un'intervista per l'NME, Pizzorno ha descritto gli ultimi sei anni come “una specie di piccola opera” e “Act III” come il momento “in cui tutto finalmente converge”, fornendo una definizione che trova riscontro tanto nella costruzione del disco quanto nel suo suono. “Inspired by true events”, "Ispirato da eventi realmente accaduti", recita una didascalia che accompagna la tracklist sul retro di copertina, come a rafforzare un immaginario cinematografico fatto di episodi personali, frammenti e persone incontrate lungo il percorso.

Tre brevi interludi strumentali dividono la scaletta come cambi di scena, a partire dalla traccia di apertura “Quiet on set please 1m9”. Ma la convergenza riguarda soprattutto la musica, mentre “Soulmate” apre realmente il disco con un basso sporco, chitarre scure e una scansione vocale che recupera qualcosa della tensione del debutto del 2004 senza trasformarsi in una replica. Qui Pizzorno mette subito al centro un sentimento privato e confessa: “I hold it down for my love / She’s my real soulmate / I hear a voice from above / She’s my real soulmate”. “Hippie Sunshine”, la canzone da cui il progetto ha preso forma, allarga invece il quadro con chitarre psichedeliche, aperture melodiche e un’energia pensata chiaramente per il palco, prima che “Superpowers” spezzi il percorso con synth levigati, groove R&B e un’attitudine più vicina ai Gorillaz che al rock frontale dei vecchi Kasabian. È proprio in questi passaggi che “Act III” mostra il suo carattere migliore e insieme il suo limite, perché guarda continuamente al catalogo della band senza volersi fermare dentro una sola delle sue epoche.

Al centro del disco c’è però una questione più personale, che si rivela in “Great Pretender”, per cui Pizzorno ha preso spunto dalla sindrome dell’impostore chelui stesso ha imparato a riconoscere da quando si è ritrovato a guidare anche fisicamente una delle più grandi band britanniche della sua generazione. Il musicista non la racconta come una debolezza, ma - ha sottolineato nell'intervista - come “il segnale che ti trovi sul limite di qualcosa di reale”. Il ritornello della quinta traccia di "Act III" ribalta infatti il dubbio in movimento sul ritornello: “Watch me go / I'm the great pretender / Baby blue / Now it's time for me to surrender / And we can dance again, dance again / We can dance again, dance again”, canta Serge. È una delle idee che meglio sintetizzano questi Kasabian, perché il bisogno di dimostrare qualcosa non viene cancellato dal successo, ma trasformato in carburante. Subito dopo, “Nothing Better Than This” riporta il disco verso l’elettronica, con una linea di basso abrasiva, pulsazioni da club e quella sfumatura goth che Pizzorno ha confessato di aver immaginato pensando a una canzone sulla quale potessero ballare quattro pipistrelli a testa in giù visti in un video virale. Il filmato citato dal musicista parlando con l'"NME" era originariamente accompagnato dalle note di “Sudno (Boris Ryzhy)” dei bielorussi Molčat Doma. In effetti, “Nothing Better Than This” conserva qualcosa del gotico elettronico e ipnotico di quel brano, ma con i Kasabian quegli stessi pipistrelli finirebbero per ballare con molta più frenesia e decisamente meno oscurità. “There’s nothing better than this / A kiss / A night you cannot miss”, è un ritornello volutamente elementare, quasi uno slogan da cantare in massa, e chiarisce quanto il live sia stato una misura decisiva nella costruzione dell’album.

Il presente dei Kasabian continua

Dopo l’interludio “Mind palace 2m7”, la seconda parte di "Act III" si permette qualche deviazione in più e in alcuni momenti trova proprio lì le idee più interessanti. "Silver Apple Eyes” parte da un battito disco e scivola dentro una psichedelia morbida e notturna. Ad accompagnare una scrittura più rarefatta rispetto alla prima metà, arrivano i versi: “Words are better left unsaid / Leave it in your head / Writing letters in the sand”. “The Guru And The Crypto Time Machine” è ancora più irregolare, tra funk-rock, produzione deformata e riferimenti ai nuovi guru digitali, agli influencer e alle criptovalute, ma dietro l’ironia lascia emergere un invito piuttosto esplicito a liberarsi di ciò che blocca il presente: “If you’re chained to the trauma, you should walk towards the white light”, canta Pizzorno. Dopo “Npc 3m12”, il brano “Glide” rallenta ulteriormente il passo e lascia respirare batteria, pianoforte e synth, mentre la voce del frontman rinuncia in parte alla consueta scansione rappata e torna a ricordare il timbro più disteso dei primi lavori. “Hyper//Rising” rimette insieme chitarre ed elettronica in un crescendo più nervoso e massiccio, anche se qui l’accumulo funziona meno della sottrazione che lo precede.

La chiusura affidata a “Say You (Closer)” sceglie infatti un’altra strada e porta “Act III” verso un tono più intimo, caldo e quasi sospeso. “It’s gonna get brighter / You've always been a fighter”, esclama Pizzorno, in un passaggio che suona meno come un motto da stadio e più come una frase rivolta a qualcuno da vicino. È anche il punto in cui si capisce meglio perché il disco, pur costruito raccogliendo frammenti di tutte le epoche dei Kasabian, non sia davvero un esercizio di nostalgia.

Serge Pizzorno ha detto nell'intervista che “il DNA dei Kasabian scorre attraverso tutto il disco”, e infatti si riconoscono i bassi distorti degli inizi, la psichedelia di “West Ryder Pauper Lunatic Asylum”, l’elettronica di “48:13” e alcune aperture più recenti. Non tutto di "Act III" raggiunge lo stesso livello e certi esperimenti sembrano ancora abbozzati, mentre alcuni ritornelli puntano sull’immediatezza più che sulla profondità. Eppure il nuovo album suona più centrato di “Happenings”, soprattutto perché non sembra più chiedersi continuamente se la band possa esistere nella sua forma attuale. Dopo sei anni di transizione, il terzo atto non serve tanto a recuperare quello che è stato perso quanto a stabilire che questo, ormai, è semplicemente il presente dei Kasabian.

Tracklist

02. SOULMATE (02:26)
03. Hippie Sunshine (03:06)
04. SUPERPOWERS (02:53)
05. GREAT PRETENDER (02:38)
07. mind palace 2m7 (00:36)
08. SILVER APPLE EYES (03:08)
10. npc 3m12 (00:35)
11. GLIDE (03:44)
12. HYPER//RISING (03:40)
13. SAY YOU (CLOSER) (02:53)
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