Parla poco, Des’ree. Pochissimo, per la precisione. La sua voce, esattamente come quella che riempie le canzoni del suo nuovo album “Dream soldier”, dal vivo sembra arrivare da un luogo recondito e lontano. Un luogo pieno di sogni e di languidi pensieri. Privati. Segreti. Preziosi. Le sue parole, misurate e ragionate in lunghi silenzi, sono essenziali come lei. Il viso curato, il leggero trucco e un completo nero sobrio ma al tempo stesso elegante. Non importa dunque se in dieci anni di carriera, premi, riconoscimenti e un’imminente partecipazione al Festival di Sanremo, Des’ree ha raccolto più di quanto sperasse. “Da bambina suonavo il pianoforte perché mi rendeva felice”, dice, con lo sguardo illuminato da un barlume di spensieratezza. E forse è davvero questa la virtù più nobile di Des’ree: aver capito che le cose importanti della vita sono quelle semplici, oggi considerate insignificanti da una società sempre più ansiosa. Ma che cosa spera, allora, che la sua musica possa dare alla gente, Des’ree? Non la salvezza, non la redenzione, come qualcuno vorrebbe. Le sue canzoni sono qui per rendere la vita meno pesante. E far apprezzare a tutti la bellezza. Che cosa conosci del Festival di Sanremo, visto che sarai una delle ospiti internazionali di questa nuova edizione?
Mi hanno detto qualcosa a riguardo, anche se devo dire non molto, di cosa è Sanremo oggigiorno. Mi è sembrato eccitante. Per cui, aspetto questo avvenimento con trepidazione.
Per scegliere il titolo del tuo nuovo album, “Dream soldier”, hai chiesto il parere dei fan sul tuo sito Internet. Come mai questa decisione?
Perché sai, loro sono così fedeli e sinceri nei miei confronti che a volte mi sembra che conoscano la musica meglio di me. Così mi sono detta: “Perché non dovrei permettergli di aiutarmi nella scelta?”.
L’hanno coniato loro o avevano diverse opzioni?
Gli ho dato due possibilità, ma tutti hanno preferito “Dream soldier”.
Posso chiederti qual era l’altro titolo disponibile?
“Lip gloss junkie”. Ho pensato che fosse funky e diverso dai soliti titoli, ma che non catturasse veramente l’essenza del disco. “Dream soldier” invece funziona molto meglio in questo senso.
Credi dunque che, come lascia intuire il titolo del tuo disco, nella vita sia necessario lottare per realizzare i propri sogni?
A volte. Le tue mete, le cose che ti sono care, le cose a cui tieni, quelle che ti sono preziose, a volte devi farlo. Ma soprattutto devi lottare per mantenere queste cose, una volta che le hai ottenute.
E’ passato parecchio tempo dal tuo disco precedente, “Endangered species”. Quanto hai impiegato per realizzare questo nuovo album?
Le registrazioni dei brani sono durate circa tre mesi, ma per la scrittura c’è voluto molto più tempo: tre o quattro anni.
E cosa ti è successo in questi tre o quattro anni?
Oh, Dio, ho voluto solo prendermi un po’ di tempo, per conoscere me stessa. A volte, quando sei in giro per il mondo, sei così occupata che tutto passa così velocemente che quasi non sai più chi sei. Così ho voluto fermarmi, rimanere a casa per qualche tempo a fare le cose di tutti i giorni, cose che mi aiutano a tenere i piedi per terra. L’industria musicale a volte è un processo molto bizzarro.
E adesso come ti senti?
Adesso mi sento bene, sì. Per me è molto importante essere bilanciata, nella mia vita. Altrimenti non posso trovare l’ispirazione né fare musica.
Dopo questo periodo di riposo, quali sono stati i sentimenti che hanno maggiormente ispirato le tue nuove composizioni?
Un’immensa varietà di sensazioni. Credo che con questo album io mi sia aperta un po’ di più rispetto al passato. A volte senti di non aver nulla da perdere, altre ti senti brutta, altre ancora bella. E questo è ciò che succede anche nella mia vita. A volte va tutto bene, oppure va tutto male. Mi sento entusiasta, o spenta.
Vieni descritta prevalentemente come una cantante soul. Ti ritrovi in questa definizione o avresti altro da aggiungere?
Credo di sì, di essere una cantante soul. Forse non nel senso più tradizionale del termine, dello stile della musica, ma credo che le tematiche di cui canto arrivino dai sentimenti e quindi dall’anima. Anche il rock ‘n’ roll può arrivare dall’anima, o il folk. Adesso mi vengono in mente i Coldplay. Ecco, credo che la loro musica arrivi dal cuore. Quando li sento, è come se parlassero anche per me. Come Stevie Wonder.
Sei una cantante di colore, e oggi, parlando alla musica nera, si pensa irrimediabilmente all’hip-hop. Hai mai pensato di usare elementi di questo stile nella tua musica?
No, non proprio. Forse qualche base, ma questo è tutto.
Tempo fa c’è stata qualche polemica da parte tua nei confronti della stampa britannica, che spesso ti considera più come un’artista americana piuttosto che inglese. Continua ad essere così?
Sì, in qualche modo continua ad essere così. E non capisco proprio perché. La stampa britannica pensa che io suoni più americana… ma ancora adesso non ne so spiegare le ragioni. Mi chiamano anche “la migliore esportazione britannica”, visto che i miei dischi vanno molto meglio all’estero che non in patria. Credo addirittura che il mercato britannico sia quello in cui vado peggio, molto stranamente…
Negli ultimi anni la scena musicale nera negli Stati Uniti si è evoluta, e ha visto la nascita di nuovi cantanti. Anche in Gran Bretagna, secondo te, sta accadendo una cosa del genere?
A dire il vero, in Gran Bretagna non abbiamo mai avuto qualcosa che si potesse definire come una scena nera e soul. Eppure ci sono molti artisti neri inglesi pieni di talento, ma per qualche motivo sembrano non riuscire a sopravvivere oltre il secondo, o addirittura il primo disco. Quando sono andata negli Stati Uniti sono rimasta scioccata dal modo in cui le diverse sezioni musicali, negli uffici della mia casa discografica, fossero divise: c’era il pop bianco, alla fine di un corridoio, e dalla parte opposta, l’R&B. E queste due sezioni non si potevano mai incontrare. E’ una cosa che non ho mai capito. Quando penso alla situazione in Gran Bretagna, penso che ci sarebbe il bisogno di una sorta di Motown inglese, un’industria discografica che si preoccupasse di sviluppare il talento degli artisti neri del nostro paese. Non credo sia una cosa negativa, né razzista o qualcosa di questo tipo, penso solo che potrebbe essere positivo.
Una delle tue nuovi canzoni è intitolata “Something special”. Cos’è, per te, speciale?
Il fatto che le cose arrivino quando meno te lo aspetti, dal nulla. Quel brano non è stato pensato a lungo. Io e il mio chitarrista stavamo facendo una pausa. Stavo bevendo dell’acqua e lui strimpellava la sua chitarra. Gli ho detto: “Mi piace quel suono, rifallo”. Così abbiamo iniziato a lavorare su quella melodia e le parole sembravano riempire i punti giusti. Per me quella canzone è il simbolo di come un brano viene scritto. A volte arriva dal nulla. Ecco perché l’ho voluta intitolare “Qualcosa di speciale”. E’ piena di considerazioni su come certe persone abbiano bisogno di essere isolate, per scrivere, altre invece di un amore appassionato per scrivere una canzone d’amore, mentre altre ancora hanno bisogno di fumare qualcosa che li faccia rilassare… E’ una canzone che raccoglie queste piccole meditazioni. Parla delle necessità di una persona per scrivere ed essere ispirata.
Credi sia un dono essere capace di scrivere canzoni?
Credo di sì, oggi come oggi. A volte penso che siano le canzoni a trovare te. Non sei sempre tu, a scoprirle. Per me, almeno, è così. Potrei essere in macchina, o in bicicletta, e quando una canzone mi arriva nella testa. Ma non so né da dove, né perché.
Nei tuoi nuovi brani i temi principali riguardano la fratellanza e l’amore. In Inghilterra artisti come Damon Albarn o Massive Attack hanno invitato i loro colleghi a schierarsi contro la guerra in Iraq. Ritieni sia sufficiente il tuo impegno musicale in questo senso o credi invece sia necessario, in questo periodo, partecipare anche attivamente al mantenimento della pace nel mondo?
So di scrivere musica per me stessa, perché per me è come una terapia. Le cose che mi spaventano, quelle che mi preoccupano, cerco di allontanarle con le mie canzoni. Per me, essere ottimisti è un processo. Non mi sveglio felice alla mattina, non vedo subito il meglio in tutto ciò che mi circonda. Ma proprio perché riesco a percepire sempre il peggio che cerco di scrivere canzoni che siano positive e che mi facciano sentire meglio. In ritorno, spero che anche le persone che le ascoltano possano sentirsi meglio. Penso che questi messaggi influenzino le persone, non so quanto in profondità, perché credo che a volte l’influenza di una canzone sia solo momentanea. Per cui, anche la mia musica dovesse far sentir bene qualcuno solo per un breve momento, per me è una buona cosa.
Molte cantanti nere, come ad esempio India.Arie, vengono considerate parte di un nuovo movimento musicale femminile. Senti anche tu un senso di appartenenza a questa scena?
Credo di sì. Le loro canzoni mi hanno insegnato aspetti in cui una donna si può confrontare, principi universali che valgono in tutto il mondo, non soltanto per le donne di colore. E credo sia questa la loro forza. Anche io ho sempre parlato di queste cose. Essere orgogliose, non avere il timore di sentirsi forti e belle o positive. Credere in se stesse. Per cui mi sento parte di questo movimento.
Nelle tue canzoni sembri, spesso e volentieri, focalizzarti sulle piccole cose della vita, più che sui grandi, irrisolti quesiti. Credi dunque che nella vita sia importante ciò che sta sotto la superficie, ciò che a volte non riusciamo a vedere per quando sia semplice?
Penso che altri artisti siano in grado di affrontare le grosse questioni della vita meglio di me. Perché alla fine della mia giornata io so che le cose che davvero importano, nella vita, sono quelle più semplici. Prima di arrivare a pensare alle grosse questioni. E poi, d’altronde, qualcuno deve pur parlare di queste piccole cose, o no?
A proposito, in “It’s OK” descrivi una giornata cominciata male, e lo fai con una metafora molto efficace, dicendo “e allora apri il frigorifero e ti accorgi che anche il latte è andato a male”. Sono queste, le piccole grandi cose della vita di cui parli?
Oh, sì! Tutte queste esperienze lo sono. Le piccole irritazioni della vita.
C’è anche un’altra canzone, “Doesn’t matter”, che inizia con una chitarra in stile flamenco. E’ forse il risultato dell’aver visto ballare dal vivo di Joaquin Cortes?
Sì! Lo devo ammettere. Adoro il flamenco. La musica. Le chitarre. Il ballo. E’ stato il mio piccolo tributo… forse non tributo, ma è sicuramente nato tutto da lì, da Joaquin Cortes.
Pratichi lo yoga, ma ti piace anche prendere lezioni di kickboxing. Sono due specialità dai risvolti molto contrastanti: da un lato la meditazione e la ricerca del proprio spirito, dall’altro l’aggressività e la distruzione…
Lo so, è vero! E’ che a volte ho bisogno di sfogarmi attraverso l’aggressività. Il kickboxing è sicuramente molto utile per questo. E poi c’è lo yoga, il karma… (ride)
E la musica che cosa fa per il tuo spirito?
Oh, Dio! La musica per me è curatrice. Sì, mi sento come se stessi curando me stessa, quando canto.
Ti ricordi la prima volta che ti sei detta: “Voglio diventare una musicista?”
Certo. Avevo quattro anni. Ho cominciato a suonare il piano. Ero felice. E ho subito capito che la musica sarebbe stata la mia vita.
(Valeria Rusconi)