Per molti, il nome di Johnny Marr resta ancora legato ai fasti degli
Smiths e alla felice accoppiata creativa con Morrissey. Grazie agli exploit
di quel periodo, Marr si è conquistato un posto permanente nell'olimpo del
rock inglese e lui lo sa benissimo. Ma non ha nessuna voglia di vivere di
ricordi e ha ancora una gran voglia di suonare. Quindi, è felice di
rimettersi in gioco con una nuova band, gli Healers, che debutta con l'album
"Boomslang", in cui Marr si cimenta per la prima volta nel ruolo di cantante
oltre a quello di chitarrista. A spalleggiarlo ci sono l'ex-Kula Shaker
Alonza Bevan e Zak Starkey, attuale batterista degli Who (nonché figlio
d'arte, di un tale Richard Starkey di Liverpool, alias Ringo Starr). Una specie di supergruppo,
come si diceva una volta? Neanche per idea, come ci ha spiegato il leader.
Una piccola band per appassionati, semmai, senza strategie per dominare il
mercato mondiale. Meglio così, aggiungiamo noi. Il disco degli Healers segna il tuo debutto come cantante a tempo pieno. Che impressione ti fa essere al centro dell’attenzione?
Mi sento a mio agio perché mi sembra che il risultato sia buono. Dato che ormai ho esperienza, penso di essere in grado di giudicare obiettivamente il nostro disco. Penso che la mia voce suoni nel modo giusto per la nostra musica. Se non fosse stato così, se l'album fosse uscito male, non avrei certo fatto pressioni per essere il cantante perché non avevo alcun desiderio di mettermi in primo piano. In effetti, sono stati gli altri membri della band a convincermi che la mia voce poteva funzionare, non era la mia idea iniziale. Ho fatto audizioni a un paio di cantanti, ma gli altri non hanno nemmeno voluto ascoltarli perché pensavano che io fossi la persona adatta a ricoprire quel ruolo. Mi sono fidato di loro, ma non avrei mai pensato all’inizio che sarei stato io il front-man. Devo ammettere però che mi ero fatto un quadro preciso dello stile del gruppo e, quando coinvolgi un cantante, il nuovo arrivato aggiunge sempre qualcosa di suo al quadro. Il che è giusto, deve essere così. In passato, mi piaceva questo tipo di rapporto, spesso c’erano delle sorprese. Adesso però il mio approccio è un po’ cambiato: se ho un’immagine, non mi piace molto che qualcuno arrivi e ci metta una grossa striscia rossa. Una volta avrei detto: “ah, interessante, una grossa striscia rossa”. Adesso preferisco mantenere la mia immagine del gruppo.
Come vi siete formati? Visti i nomi coinvolti, potete dare l’idea di una formazione all-star.
No, niente del genere. Ho incontrato Zak per caso e non sapevo nemmeno chi fosse. Ci siamo visti per la prima volta su un ascensore a New York, io non avevo idea di chi avessi davanti. Abbiamo cominciato a parlare e abbiamo sentito subito una certa affinità. Quando siamo scesi dall’ascensore, abbiamo continuato a chiacchierare e dopo una decina di minuti gli ho chiesto come mai si trovasse a New York. Mi ha risposto che suonava la batteria con gli Who e solo allora ho capito che stavo parlando con Zak Starkey. Ma a quel punto avevamo già deciso che eravamo amici. Era uno di quegli incontri in cui capisci subito di avere molte cose in comune. Siamo stati un po’ in giro insieme a New York e abbiamo deciso di riprendere i contatti una volta tornati in Inghilterra e magari suonare insieme, solo per divertimento, niente di più. Così ci siamo incontrati e abbiamo suonato con diversi altri musicisti. C’era un’ottima intesa, si capiva subito che la combinazione fra me e lui funzionava bene. Mancava il bassista giusto, ma per nostra fortuna Alonza Bevan, che conosco da tempo, non era più impegnato con i Kula Shaker. Siamo andati d'accordo subito e per me era molto importante. Non volevo andare in tour con gente che non vede l'ora di rinchiudersi nella sua stanza in hotel o entrare in studio con persone pronte a dire solo "sì, Johnny", volevo un gruppo vero. Fortunatamente ci siamo intesi subito, a vista.
Il fatto di aver scelto un'etichetta come la iMUSIC, che opera su internet, è stata voluta o dettata soprattutto dalla necessità?
Quando ho messo insieme il gruppo sono stato contattato da diversi discografici americani che chiedevano di ascoltare qualcosa, ma di solito avevo una brutta impressione già dal momento in ci entravo nei loro uffici. Mi ricordava i tempi degli Smiths: volevamo qualcosa che assomigliasse a una famiglia e ci ritrovavamo a parlare con discografici che offrivano un mucchio di soldi. Non eravamo lo stesso tipo di persone, anche se loro erano molto gentili. La iMUSIC ha una filosofia di lavoro in cui mi ritrovo, è l'unica che secondo me abbia un senso ed è la stessa delle vecchie indie: la compagnia discografica e il gruppo seguono insieme tutto quello che bisogna fare. L'etichetta non cerca di cambiare l'artista e viceversa. E' molto semplice, ma a volte sembra qualcosa di rivoluzionario. Inoltre, pensa a label come la Track o la Stax, che sono nate per iniziativa di una persona che aveva passione per la musica e una visione particolare, capacità negli affari e sensibilità musicale. Penso di avere qualcosa in comune con gente del genere e sono cresciuto con questa mentalità. Capisco le necessità del grande business, ma non è parte del mio mondo.
Quando gli Smiths hanno esordito, la scena pop era dominata dai synth e c'erano molte produzioni smaccatamente commerciali. Per un gruppo come il vostro non sembrava esserci molto spazio. Pensi che adesso ci sia una situazione simile?
Se mi avessi fatto questa domanda cinque anni fa, avrei fatto una faccia disperata e ti avrei risposto che le grandi corporation hanno ucciso la musica. Ma adesso credo che la situazione sia cambiata. Pensando a gruppi come Labradford e Boards of Canada, ai dischi della Warp, ai Godspeed You Black Emperor, mi sembra evidente che ci sono musicisti che hanno mandato a farsi fottere le grandi etichette e hanno agito a modo loro. E, fatto cruciale, hanno trovato un pubblico. Le grandi compagnie di solito sottovalutano il numero di persone di buon gusto e questo è il motivo per cui capita che perdano montagne di soldi con progetti sbagliati o brutti film. Fanno ricerche di mercato che li portano a concludere che a tutti quelli compresi fra i 28 e i 40 anni di età debba piacere un certo prodotto e spendono una fortuna in pubblicità per promuoverlo in tutti i paesi del mondo. Ma non sempre funziona, perché per un sacco di gente una brutta idea rimane tale, anche se viene spinta in modo massiccio. L'altro lato della medaglia è che a molti piace ascoltare musica libera, fatta senza considerare il potenziale commerciale. Si interessano semplicemente perché sono degli appassionati, come me. Personalmente, chiudo la mente quando vedo brutti programmi televisivi, ignoro i bombardamenti pubblicitari per spingere le vendite di un disco. Ed era così anche negli anni '80, ai tempi degli Smiths, cercavamo di fare musica per gente come noi. Adesso cerco di fare qualcosa che piaccia a gente simile a me. E il fatto che mi piaccia ascoltare i gruppi che ti ho citato, non significa che debba seguirne lo stile. Sono sulla scena da parecchio tempo e so che molti da me si aspettano qualcosa che sia legato a ciò che ho fatto in passato. Va bene, non ho problemi con questo, ma allo stesso tempo voglio anche cercare di mantenere un elemento imprevedibile, fare qualcosa che sorprenda il pubblico. Ma se dovessi pubblicare un album di elettronica sperimentale, penserebbero tutti che sono diventato pazzo. Non avrebbe molto senso uscire con uno strumentale di cinquanta minuti, anche se nessuno alla iMUSIC mi avrebbe impedito di farlo. Ma io volevo ripresentarmi con dei pezzi rock e l'album degli Healers mi è sembrata la cosa giusta da fare.
Cosa ne sarà degli Electronic? Ufficialmente, non vi siete mai sciolti.
Sono stato in tre gruppi, Smiths, Electronic e The The, e sono fiero di poter dire che, almeno in due casi, sono rimasto in rapporti amichevoli con gli altri. Certo, tutti sono interessati al primo caso, comunque sono orgoglioso di potere ancora vedermi con Bernard. Anzi, ci siamo incontrati pochi giorni fa. Comunque non credo che gli Electronic incideranno più un disco. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare. Però mi piacerebbe registrare una colonna sonora o qualcosa del genere.
A proposito del primo caso, da vecchio fan degli Smiths, devo dire che dopo lo scioglimento la vicenda del gruppo ha preso una piega piuttosto triste, fra le cause in tribunale e le varie incomprensioni fra gli ex-membri del gruppo.
E' vero, ci sono state molte situazioni negative e probabilmente troppe chiacchiere, troppa voglia di far parlare i giornali. Ma io non ce l'ho con nessuno di loro. Sarebbe meglio se ci liberassimo di tutti i sentimenti negativi e ci ricordassimo del fatto più importante: siamo stati un grande gruppo.
Già. Dici di non nutrire rancori, ma in una intervista recente Morrissey ha detto qualcosa del tipo "non collaborerò mai più con Johnny perché non gli piaccio molto". Come la mettiamo?
Ma lo dice lui! Non avrei nessun problema a incontrarlo e parlarci, davvero.
(Paolo Giovanazzi)