Ben Harper è un raro caso di musicista che, di persona, è esattamente come ce lo si può immaginare ascoltando le sue canzoni. Comunicativo, caldo e spontaneo, racconta la sua musica con passione ed entusiasmo. L’incontro con il musicista – l’occasione è ovviamente la pubblicazione del quinto disco di studio “Diamonds on the inside” – si trasforma in una chiacchierata a quattr’occhi, più che in una canonica e rigida intervista. Il musicista racconta a cuore aperto il suo percorso musicale degli ultimi anni, quello che l’ha portato da “Burn to shine” del 1999 a questo nuovo inizio, passando per il disco dal vivo “Live from mars”. E ci racconta che non vede l’ora di tornare a suonare dal vivo…
“Diamonds on the inside” è il tuo primo disco di studio da quasi quattro anni a questa parte. Che cosa hai fatto, nel frattempo?
Sono andato a vedere i Lakers nel campionato NBA, ho giocato a backgammon… Ho dormito più del solito nel mio letto, me la sono presa con calma, insomma.
Qual è stato il percorso musicale che hai fatto in questo periodo?
Ho spaziato moltissimo. Sono passato dal roots reggae di Lee Perry alla musica francese di Jacques Brel, Edith Piaf, Serge Gainsbourg. Ho ascoltato un sacco di Pearl Jam, i Wilco, Jack Johnson, Beth Orton, Gillian Welch, Sly Stone… E poi avanti, avanti ancora…
Nel frattempo, hai pubblicato un disco dal vivo. E’ giusto dire che “Live from mars” ha chiuso un periodo della tua carriera, e che questo disco è un nuovo punto di partenza?
Esattamente. Non potrei dirlo meglio io stesso. Questo disco è una sorta di panorama sul mio mondo musicale attuale.
Quanto questo disco è stato influenzato dalla tua intensa attività live di questi anni?
Suonare dal vivo è una sorta di palestra: più eserciti i muscoli, più si rinforzano. In questo caso i muscoli sono i miei concerti e la mia capacità di suonare la chitarra, di cantare.
La ripetizione, il suonare costantemente rende la musica viva. I concerti mi hanno portato a dove sono ora musicalmente, questo disco è parte di ogni show che abbiamo fatto in questi anni.
Suonare dal vivo così tanto ha influenzato anche il tuo modo di scrivere canzoni? Hai scritto i nuovi brani in tour, oppure ti sei rinchiuso in una stanza a comporre?
Entrambe le cose. Questo disco è una raccolta di canzoni scritte nel periodo che va dal giorno dopo la fine del disco precedente al giorno prima dell’inizio delle registrazioni. La musica è come il vento: soffia, continua a passare, a fluire. E finché c’è vento ci sono nuove canzoni.
La prima cosa che colpisce, ascoltando il disco, è il suono: possente, complesso, eterogeneo, molto più che in passato. Come sei arrivato a questo suono?
Perché ho una mente aperta! Qua dentro c’è tutto me stesso. E, per la prima volta ho prodotto il disco da solo, ho potuto avere sotto controllo tutto il processo creativo.
Che tipo di esperienza è stata quella di essere anche produttore, oltre che musicista?
Ho potuto catturare la mia visione musicale. Non me ne frega niente di compiacere il mio ego dicendo che sono anche un produttore. Ho potuto semplicemente portare alla luce il mio progetto del disco, catturando le idee soniche che avevo in testa. Per questo disco volevo ottenere una sorta di muro del suono alla Phil Spector, ma costruito con la “roots music”, la musica delle mie radici afroamericane.
In questo disco, per la prima volta, hai usato strumenti come le tastiere o loop elettronici di batteria.
Le tastiere le avevo usate qua e là, ma non erano mai state così presenti, è vero. Forse era solo tempo che succedesse, tempo di andare avanti. Lo stesso vale per i loop. Allargare i propri orizzonti può essere rischioso, ma semplicemente ora mi sono sentito di farlo: questo disco è un nuovo mondo, perché la mia vita ora è nuova, diversa. Non sono più intimorito dallo studio e sento di potere esprimere appieno il mio potenziale. Sento di avere costruito una base nella mia carriera, e di non avere più pressioni che mi limitano. Ora mi sento come un domatore, non più come un leone ingabbiato.
Prima nominavi i Pearl Jam: pure loro hanno usato per la prima volta le tastiere nel loro ultimo disco…
Non è incredibile? Il fatto è che seguiamo lo stesso percorso…
Tra parentesi, negli anni scorsi ti si è visto spesso duettare con loro. Cantavate la loro “Indifference”, se non mi sbaglio.
Si, è vero. Ho aperto qualche loro data, e ogni tanto cantavo quella canzone. Eddie Vedder è venuto da me, ed era onorato che io cantassi “Indifference” perché nessuno - mi diceva - fa mai cover delle loro canzoni. Così qualche volta l’abbiamo cantata assieme. Una registrazione del duetto è finita sul singolo natalizio dei Pearl Jam dell’anno scorso.
Quella canzone, peraltro, si adatta bene al tuo repertorio. Ha lo stesso tema di alcuni tuoi brani, quello della “rivoluzione individuale”: ogni cambiamento del mondo parte dalla singola persona. Penso, per esempio, a “With my own two hands”, che apre il disco nuovo.
E’ vero, è un tema che fa parte delle mie canzoni. Addirittura, ti dirò, che mi piacerebbe intitolare il mio prossimo disco “Soul revolution”: sarà un disco reggae, come la canzone che citavi, perché ora sono dentro quel sound.
Quanto c’è di narrazione autobiografica nelle tue canzoni, e quanto invece è finzione?
C’è sicuramente molto di me, ma non voglio dire cosa di preciso. Queste canzoni sono molto espressive da un punto di vista emozionale, e non voglio rivelare così tanto di me stesso, non voglio dare accesso ad una parte così personale del mio cuore. Per cui, la risposta ufficiale è: “è tutta finzione”. Ma chi mi ha ascoltato a sufficienza mi conosce, e sa riconoscermi anche in ciò che canto.
Il tuo rapporto con i mass media mi sembra molto equilibrato: vai in radio, in TV, ma non ti sei fatto sbranare, o non li hai usati in maniera eccessiva, come è capitato ad altri artisti.
Il punto è che io sono un musicista, e la mia preoccupazione principale è la musica. Vado sui media, perché aiutano a diffondere il messaggio, ma cerco di andarci mantenendo la mia credibilità. Se vado in TV, suono dal vivo, per esempio. Cerco di essere contemporaneamente underground e commerciale, anche se le cose non vanno sempre di pari passo. So che ci sono i singoli, i videoclip, ma tutto alla fine si riduce a me, alla mia chitarra, e alle mie canzoni.
Hai avuto molti più riscontri, almeno inizialmente, in Europa che non in America, la tua patria. Ti sei mai chiesto il perché?
La situazione in America si sta evolvendo. Certo, ho avuto dischi d’oro e di platino in Europa e anche in Oceania, ma pure in America la mia popolarità sta crescendo. Voglio dire, abbiamo suonato di fronte a 10.000 persone negli Stati Uniti, e qui in Europa ogni tanto suoniamo di fronte a 1.000. Per cui non sono completamente d’accordo. Forse in Europa è successo tutto più in fretta, questo sì. E va bene così: gli orizzonti si stanno espandendo, da ogni punto di vista.
A proposito di concerti, hai voglia di tornare a suonare dal vivo?
Figurati, non vedo l’ora. Tutto l’anno prossimo sarà come una lunga festa di celebrazione della pubblicazione del disco. Faremo una festa ovunque andremo!
(Gianni Sibilla)