Adorato da critici e colleghi e snobbato dal grande pubblico (o è il contrario?), il musicista inglese racconta il nuovo 'The old kit bag'...

Da uno che ha inventato il folk-rock (versione inglese) con i Fairport Convention, che è in circolazione da 35 anni e che ha pubblicato più di 20 album a suo nome ci si aspetterebbe un comprensibile ripiegamento sugli allori, lo sfruttamento legittimo di un marchio che non attrae l’attenzione delle masse ma che ha pieno diritto di cittadinanza tra le icone di culto della musica popolare. E invece la mente di Richard Thompson, 54 anni da compiere, adorato da critici e colleghi e perennemente snobbato dal grande pubblico (o è piuttosto il contrario?), ancora oggi frulla di progetti, lo sguardo rivolto perennemente al futuro e poca, pochissima voglia di guardarsi indietro. E’ nei negozi in questi giorni “The old kit bag”, una nuova raccolta di “unguenti, foglie di fico e lacci emostatici per l’anima”, come lui stesso definisce nei sottotitoli di copertina le sue canzoni-medicina pubblicate, per la prima volta in diciotto anni, da un’etichetta indipendente (la Cooking Vinyl in Europa, Nasco in Italia). Ma quella è solo una delle facce del prisma. C’è in cantiere un disco di canzoni per bambini. C’è, soprattutto, l’infaticabile attività dal vivo, che l’anno scorso lo ha visto replicare a New York un fantasmagorico show intitolato “1000 years of popular music” in cui, tenendo fede al titolo del programma, il cantautore-chitarrista si imbarca in un ironico e onirico viaggio musicale che parte dall’Inghilterra medioevale per arrivare a Britney Spears, passando per Shakespeare, il Cinquecento italiano, Fats Waller, i Beatles, gli Who e Prince. E a cui si aggiungono in questi giorni altre tappe del suo personale “neverending tour”: a Lawrence, minuscola “college town” del Kansas, lo ha raggiunto al telefono Rockol.


Sei sempre in tournée. Come Dylan ….
Devo lavorare, per pagarmi l’affitto. Ma è una vita che mi piace, naturalmente.

Il nuovo disco, “The old kit bag”, ha un suono molto essenziale, ridotto ai minimi termini: e questo in un momento in cui molti tuoi colleghi fanno a gara ad infarcire i loro album di megaproduzioni e ospitate di prestigio.
Non presto attenzione a cosa succede nella scena rock. E ho rinunciato a seguire le mode dagli anni ’70. In questo disco mi premeva mantenere una sorta di coesione tra un pezzo e l’altro, non importa se elettrici o prevalentemente acustici. E per farlo ci siamo tenuti fedeli alla formula del trio: io, la batteria di Michael Jerome e il contrabbasso acustico di Danny (Thompson). Volevo che il disco risultasse il più semplice possibile, e poter provvedere da solo a qualunque intervento di editing o sovraincisione fosse necessario.

E’ una strada che avevi già percorso, in qualche modo, in passato. Non c’è il rischio che i dischi suonino troppo simili l’uno all’altro?
Il rischio c’è, ma onestamente il nuovo CD mi sembra molto diverso dal precedente. Forse è il fatto di avere un contrabbasso acustico in tutte le canzoni ad aggiungere trame e sfumature diverse. E poi c’erano considerazioni di budget: non potevo permettermi di fare un disco troppo costoso, la produzione doveva essere piuttosto essenziale. Per “Mock Tudor”, con la Capitol alle spalle, avevo più denaro da spendere.

Con Danny Thompson, in particolare, c’è un’alchimia musicale evidente all’ascolto…
Danny è uno strumentista fantastico dal punto di vista melodico e suona anche in modo molto aggressivo. Non fosse così, probabilmente sarei dovuto ricorrere ad un basso elettrico. Ha una personalità musicale e un carattere molto forte, uno stile di esecuzione immediatamente riconoscibile. E poi mi piace lavorare in studio con gli stessi musicisti che suonano con me anche dal vivo.

Le tue relazioni con i batteristi sembrano meno stabili: ultimamente hai lavorato di nuovo con Dave Mattacks, poi con Michael Jerome, e ora ne hai ingaggiato un terzo, Earl Harvin, per il prossimo tour…
In effetti c’è un po’ di confusione. Michael Jerome ha firmato un contratto di un anno con qualcun altro. Io continuo a considerarlo il batterista della band e aspetto che ritorni l’anno prossimo. Ma ora abbiamo un ottimo rimpiazzo: Earl Harvin è un percussionista eccellente e suona di tutto, jazz, punk, rock.

Perché hai scelto John Chelew come produttore?
Perché mi telefonava tutti i giorni, insistendo per produrmi. Ha fatto un bel lavoro su “Spirit of the century” dei Blind Boys of Alabama, e altrettanto su quel gran disco che fu “Bring the family” di John Hiatt. Sapevo che sarebbe stato adatto al ruolo. E’ difficile dire quanto il suo tocco sia riconoscibile, perché durante le registrazioni e il missaggio c’eravamo anch’io e l’ingegnere del suono Jimmy Hoyson a dire la nostra. Quel che ne è venuto fuori è il frutto di un miscuglio di personalità.

Giovani cantautori come David Gray e Beth Orton, che prendono in qualche modo ispirazione dal folk, sembrano prediligere oggi la combinazione di arpeggi acustici e ritmiche elettroniche. E’ una strada che interessa anche a te?
A dire il vero non mi piace suonare musica elettronica. Il fatto è che amo il suono delle vere percussioni, e la prima cosa che faccio quando ho in mano un disco è andare a vedere nei crediti chi è il batterista. La batteria, e l’elemento umano, aggiungono swing e sottigliezza all’esecuzione. Ogni tanto il ricorso all’elettronica mi sembra una buona scusa per essere pigri. Oggi è possibile far dischi senza molta fatica e senza avere nessun musicista intorno. E non è necessario neanche saper cantare, perché basta appiccicare le parti vocali di qualcun altro: a me sembra una prospettiva un po’ angosciante. Si ascoltano cose interessanti, nel campo dell’elettronica, ma sono poche. E’ un po’ quello che è successo con il rap: “The message” di Grandmaster Flash era un gran disco. Ma di lì in avanti l’evoluzione del genere è stata molto lenta. E comunque non è il mio pane quotidiano: a me piace ascoltare musicisti veri , sono molto più coinvolto dalla musica “roots” che dal pop.

Dopo le motociclette Vincent, dopo le MGB gran turismo e le case imitazione Tudor, “The old kit bag” suggerisce un’altra rievocazione di un’Inghilterra d’altri tempi. Da dove arriva questa infatuazione per la “Old Britannia”?
Beh, è quella la cultura da cui provengo, non si scappa. Mi interessa il passato, recente e remoto. Forse è una predisposizione naturale, non so, e comunque non è una scelta consapevole. Quando faccio musica, i miei riferimenti culturali spuntano fuori naturalmente, e in continuazione.

In effetti i tuoi dischi suonano profondamente inglesi, anche se li registri in California, dove ormai vivi la gran parte dell’anno…
Vivo lì, ma in una specie di comunità di espatriati inglesi. Nella sola parte Ovest di Los Angeles ci sono probabilmente cinquantamila cittadini britannici, circondati dai loro pub e dai loro tea shop. E’ una situazione strana, che cerco di evitare per quanto possibile, ma è inutile… Non riesco ad assorbire più di tanto la cultura californiana: continuo sostanzialmente a vedermi come un outsider, qui. Solo perché vivo in America, non vuol dire che mi metta a scrivere canzoni nello stile dei Beach Boys. Dove incidi i dischi conta fino ad un certo punto, anche perché io, Danny e Judith Owen, la backing vocalist, veniamo tutti dall’Inghilterra. Pensa alle prime incisioni di Louis Armstrong: suonava il jazz di New Orleans, eppure registrava a Chicago. Stando lontani da casa tanto tempo, si finisce per diventare più accanitamente nazionalisti. E per vedere il proprio paese sotto una luce diversa.

Anche “Happy days and Auld Lang Syne”; il titolo dell’ultimo brano del disco, è un riferimento alla vecchia Inghilterra…
Sì, quel pezzo cita tre vecchie canzoni: “The sweet bye and bye”, che è una specie di inno; “Happy days are here again”, una composizione degli anni ’20; e “Auld Lang Syne”, una ballata tradizionale scozzese scritta da Robert Burns che la gente canta ogni anno alla vigilia dell’anno nuovo.

E’ dunque lo stesso tema che ritorna?
Il titolo, “The old kit bag”, introduce all’atmosfera del disco, o almeno di alcune canzoni: “A love you can’t survive”, ad esempio. Il senso è: sorridi, anche quando il tuo cuore soffre.

Di cosa parla “Gethsemane”, il primo pezzo dell’album?
Di un bambino che cresce. L’ho scritta pensando ad un mio amico che ha avuto un’infanzia molto felice, di assoluta libertà: corse nei boschi, gite in barca sul lago. Il resto della sua vita non è stato altrettanto piacevole, considerando le grandi aspettative dei suoi genitori. E’ una canzone sulle difficoltà di crescere, di assumersi responsabilità e di corrispondere alle attese che gli altri hanno su di te.

Pochi si aspettavano proprio da te, che sei di credo musulmano, una canzone come “Outside of the inside”: un atto d’accusa contro il fondamentalismo talebano, sull’onda della tragedia dell’11 settembre 2001…
L’ho scritta qualche mese dopo quegli avvenimenti: ma è una canzone che assume un punto di vista critico rispetto ad ogni forma di fondamentalismo, non importa se di marca musulmana o cristiana. Non mi piacciono i fondamentalisti di qualunque estrazione, ritengo si tratti di persone ignoranti. Se non si sapesse qual è il mio retroterra culturale, credo che la canzone manterrebbe il suo significato. In sostanza, si tratta di una difesa della civiltà occidentale nei confronti di chi, come un talebano, la considera del tutto priva di valore. Sono un fan della civiltà occidentale. Beh, non tutta: Madonna per esempio è un personaggio che mi infastidisce.

Dal vivo, ultimamente, hai aggiunto al repertorio un vecchio pezzo pacifista di Phil Ochs, “I ain’t marching anymore”. Un altro esempio di canzone dal messaggio politico-sociale: quasi una novità rispetto ai tuoi abituali canoni compositivi.
C’è un tempo e luogo per le canzoni a contenuto politico, e oggi è uno di quei momenti. Credo di scrivere canzoni politiche di tanto in tanto, magari mascherate sotto forma di canzoni d’amore, perché la politica è ovunque. Ma in certi momenti le cose si mettono così male che devi per forza dire qualcosa di più preciso e diretto. Anch’io, come tanti, sono preoccupato, e considero molto pericolosi i piani dell’America di invadere l’Iraq.

Qual è la reazione del pubblico americano, quando canti la canzone di Ochs?
Dipende. A New York e in California la gente esprime la sua approvazione. In una cittadina del Midwest come quella in cui suonerò stasera potrebbero linciarmi! Il che vuol dire che la suonerò: ho scelto di interpretarla proprio perché voglio stimolare delle reazioni. I cittadini americani hanno paura di prendere posizione contro la Casa Bianca. Ma si suppone che questa sia una democrazia e ci sia libertà di espressione. E credo sia importante cercare di suscitare una qualche forma di dibattito.

Non ami Madonna ma interpreti una canzone di Britney Spears, “Oops, I did it again”, nel tuo spettacolo “1000 years of popular music”. Come si lega alle altre canzoni dello show, alcune delle quali risalgono, appunto, a mille anni fa?
Ho semplicemente cercato di mettere insieme un set di belle melodie. E la canzone di Britney Spears, secondo me, appartiene a questa categoria. Anche “Kiss” di Prince, un altro dei pezzi in repertorio, mi piace molto. E poi eseguo brani dei Beatles, e degli Squeeze…Non mi piace quel che sento in radio, generalmente: Kylie Minogue non fa per me.

In repertorio c’è anche una antichissima canzone italiana, “So ben mi ca bon tempo” di Orazio Vecchi. Come l’hai scoperta?
L’ho trovata in un libro di composizioni musicali. Orazio Vecchi era un musicista da cattedrale del sedicesimo secolo, originario della zona di Modena. E’ una canzone divertente, dal testo molto arguto. Spero che il mio accento sia comprensibile, quando la canto…

Porterai lo spettacolo anche altrove, in futuro?
Non ci sono programmi precisi, ma potrebbe essere divertente.

Cosa provi quando sono altri artisti ad interpretare le tue canzoni? Ultimamente è successo con Graham Nash, con David Gilmour e con la Del Mc Coury Band…
Ho sentito la versione di “Vincent” di Del McCoury e mi piace molto. Anche Graham ha rifatto “Pavanne”? Molto gentile da parte sua, la cantava dal vivo già venticinque anni fa.

Ti senti a tuo agio, ad essere tornato nei panni di artista “indipendente”?
Le major sono diventate troppo “corporative”, oggi la loro unica preoccupazione sono i risultati trimestrali. Sono i contabili, adesso, a governare il music business. Tutto è guidato dal profitto ed è scomparso l’amore per la musica. Negli anni ’60 la gente che lavorava nelle case discografiche amava la musica: Mo Ostin e il suo team alla Warner Brothers, per esempio…Per loro la musica era importante quanto il business. E così sostenevano per un’intera carriera gente come Randy Newman o Ry Cooder. Oggi il 90 % degli artisti non trova più spazio in una major. E molti di noi devono trovare modi diversi di raggiungere il loro pubblico.

Per Woody Guthrie la chitarra era una mitragliatrice che uccideva i fascisti. Per molti rocker un simbolo fallico. Per i Fairport lo strumento attraverso il quale elettrificare la musica folk. E cos’è per te, oggi?
Scrivo e arrangio il 90 % delle mie canzoni alla chitarra. Strimpello tutto il giorno, per la disperazione di chi mi sta intorno. Per me è un’estensione corporea.

Mi risulta che tu abbia in cantiere anche un album per bambini. E’ pronto?
Non ancora, mi serve un’altra canzone. E’ frustrante: vorrei pubblicare tutto allo stesso tempo ma non è possibile, c’è troppa roba. Certo, ora il Website mi dà l’opportunità di pubblicare anche piccoli progetti con più flessibilità.

I vecchi fan hanno sognato, vedendoti tornare in studio a sorpresa con la tua ex moglie Linda. Ci sarà qualche strascico?
Ho voluto essere presente su una traccia del suo album perché era un po’ come fare una riunione di famiglia. Ci suonavano due dei miei figli e mi è sembrata un’idea carina, farlo per loro. Ma una reunion non mi interessa: siamo stati un duo per dieci anni, ed è stato sufficiente. A me interessa andare avanti.

Ti infastidisce l’etichetta di “cantore delle tenebre” che qualcuno ti ha appiccicato?
Sì, parecchio. I critici pop in genere amano la musica leggera, scacciapensieri. Non gradiscono gli argomenti pesanti, impegnativi: e la mia musica è molto influenzata dalla tradizione, dalle ballate popolari antiche. Dunque, per me è normale parlare di morte, omicidi e cose del genere nelle canzoni. Penso di scrivere musica per un pubblico adulto, mentre molti critici pop hanno altri punti di riferimento. Da quando Dylan fece la sua svolta elettrica negli anni ’60 l’intero panorama della musica popolare è cambiato, soprattutto dal punto di vista testuale: e ci sentiamo tutti autorizzati a scrivere di qualunque argomento.

A proposito di critici: in una recente antologia di scritti sul rock compilata da Nick Hornby, alcuni di loro ti hanno attribuito un posto di rilievo nel dizionario dello “snob rock”, giudicando i tuoi album “intelligenti, ma in fin dei conti noiosi”…
Interessante…Magari hanno ragione loro: anch’io a volte mi trovo noioso, quando riascolto i miei dischi! Mi capita di rimetterli sul piatto per imparare di nuovo una canzone o rendermi conto di com’era la produzione. Ma ci sono certi miei album che non ascolto da vent’anni, ormai…

(Alfredo Marziano)

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