Ani DiFranco. Michelle Shocked. Aimee Mann. Ragazze con la chitarra pronte a combattere, assai più dei loro colleghi maschi, per affermare la loro voglia di indipendenza dai lacci e lacciuoli del business discografico. Physique du rôle e circostanze hanno portato Aimee, a differenza delle altre due, a frequentare per un breve periodo i piani alti delle charts e i salotti glamour del pop. E mentre Ani e Michelle, folk singer anti-establishment dalla nascita, sono riuscite per vie diverse a guadagnarsi il controllo totale del loro percorso artistico, con le multinazionali della musica la Mann ha dovuto patteggiare una sorta di sofferto armistizio armato: rinunciando ai diritti sul suo passato per avere le mani libere nel presente e nel futuro. Le sue battaglie con la Universal (per il rifiuto a pubblicare “Bachelor n.2”, nonostante una prestigiosa collaborazione con Elvis Costello; per la messa in commercio di un greatest hits non autorizzato) sono diventate un caso pilota nello studio delle turbolenze che agitano i rapporti tra artisti ed etichette musicali: ed è ironico ma sintomatico che la crescita di status della bionda e longilinea cantautrice sia arrivata proprio in coincidenza della sua polemica e orgogliosa dichiarazione d’indipendenza. “Magnolia”, cinedramma corale e metropolitano che Paul Thomas Anderson ha diretto utilizzando le canzoni della Mann come ingrediente primario della sceneggiatura, è servito a trasformare una lucciola pop degli anni ’80 (ai tempi dei ‘Til Tuesday, la sua prima band) in una stella fissa del panorama cantautorale americano. O almeno queste sembrano essere le premesse, stando alla solidità del nuovo album “Lost in space”, all’efficienza imprenditoriale dimostrata dall’artista (che con il marito Michael Penn ha messo in piedi un’etichetta e un collettivo autogestito di musicisti, United Musicians), e alla sua ritrovata serenità d’animo. Che oggi – è il nostro giorno fortunato - le fa superare persino la leggendaria antipatia per le interviste e le routine promozionali, e la invoglia a parlare in pubblico del suo approccio obliquo e psicoanalitico al pop. Fin dal titolo e dall’immagine di copertina “Lost in space” si rifà ad atmosfere “aliene”, quasi da science fiction. Le canzoni, invece, trattano come sempre di problemi e difficoltà della vita reale. Qual è il punto di contatto, tra spazio interiore e spazio esteriore?
Pensavo al fatto che quando si vive circondati da miglia e miglia di vuoto ci si può sentire molto isolati: può accadere anche a Los Angeles, dove vivo oggi. E in questo sta per me il collegamento tra le due dimensioni della solitudine, quella interiore e quella esteriore.
E’ quello il filo comune che lega le canzoni?
L’isolamento, la difficoltà di comunicare e di entrare in contatto con il prossimo è certamente uno dei temi conduttori dell’album. Un altro riguarda le forme di dipendenza e di comportamento compulsivo che tutti tendono in qualche modo a manifestare quando cercano un rapporto con l’esterno: in un modo ovviamente scorretto e dannoso per la loro salute.
Non ti riferisci solo alle droghe vere e proprie, naturalmente…
No. Parlo di ogni genere di dipendenza, anche psicologica: quelle a cui la gente ricorre per cercare di evitare situazioni e sensazioni che mettono a disagio, e a cui si tenta di sfuggire.
Esperienze personali, o piuttosto osservazione di ciò che vedi intorno a te?
Credo si tratti di comportamenti che in qualche modo ci riguardano tutti, senza arrivare agli estremi della tossicodipendenza o delle esperienze su cui non si riesce più ad esercitare nessun controllo. Ho letto molto sull’argomento, un sacco di libri di psicologia. E’ un tema che mi interessa molto: credo che aiuti a comprendere meglio il genere umano.
E’ per questo motivo, per conservare un’unità tematica al disco, che la tracklist è cambiata all’ultimo momento?
Sì. Da quando ho cominciato a pensare che le canzoni potevano essere legate tra loro ho fatto qualche modifica: mi sembrava servisse a dare più coesione e a far funzionare meglio l’insieme.
Che fine fanno, solitamente, le canzoni scartate da un disco? Le coltivi, le conservi, o le getti definitivamente nel cestino?
No, ho sempre la speranza di pubblicarle da qualche parte. C’è sempre un posto dove collocarle: compilation, dischi organizzati per scopi di beneficenza, progetti che in qualche modo richiedono sempre materiale che non è stato pubblicato altrove.
Le immagini di copertina e del booklet interno trasmettono anch’esse un senso stralunato di isolamento, di solitudine. Chi è Seth, l’autore?
Un cartoonist canadese che ho incontrato a Toronto. Pubblicava un mensile di strisce chiamato Palooka-ville, pubblicato dall’editore Drawn&Quarterly. Conoscevo il suo lavoro, e mi piaceva molto. Vedo un parallelo, tra quello che facciamo noi due. Nelle sue storie e nei suoi disegni, che hanno un tratto molto asciutto, Seth raffigura un’umanità vittima della depressione: ed è esattamente quello che faccio io con la musica pop. Mi intriga il fatto che entrambi utilizziamo forme di espressione che si suppongono essere “leggere” per affrontare questi temi. E’ una forma interessante di contrasto, utilizzare il pop – o le strisce dei fumetti – per trattare argomenti seri.
Spetta ai testi, nel tuo caso, il compito di trasmettere il messaggio “forte”. La musica, tutto sommato, resta di facile ascolto…
Sì, la musica ha la funzione di introdurre al tono emotivo della canzone, ma abbinare un suono eccessivamente drammatico ad un testo impegnativo sbilancerebbe troppo la canzone. Una musica di piacevole ascolto serve a catturare l’attenzione dell’ascoltatore.
In “Lost in space” si percepisce comunque una grande cura nella scelta dei suoni. Anche con il ricorso a strumenti desueti: il chamberlin, l’autoharp, la cetra…
Non avevamo nessun obiettivo preciso in mente. Semplicemente abbiamo cominciato a sperimentare un po’ con i suoni per tener vivo l’interesse durante il processo di registrazione. Siamo andati alla ricerca di suoni e strumenti particolari, qua e là, tanto per divertirci.
Usi i concerti, e le reazioni che cogli nel pubblico, per sviluppare le tue canzoni?
No. E ho anche smesso di presentare canzoni nuove in concerto perché non mi piace che vengano diffuse attraverso Internet prima che io le abbia registrate nel modo che ritengo adeguato.
Essendo diventata totalmente indipendente, con “Lost in space” hai potuto fare le cose a modo tuo, secondo i tuoi ritmi. Ci sono artisti, invece, che tirano fuori il meglio di sé solo quando sono sotto pressione. Stimolati dal confronto, a volte anche dal conflitto, con qualcun altro…
Non è mai stato il mio caso. Sono sempre stata di quelle che lavorano meglio e di più quando hanno in mano il pieno controllo della situazione. Oggi scrivo di più e faccio più concerti di prima, sono molto più produttiva di quanto fossi quand’ero con una major. Quando sei legato a una grossa casa discografica che cerca di indirizzare il tuo lavoro è difficile essere motivati se, come succede di solito, non ricevi nessuna gratificazione artistica o monetaria per quel che stai facendo. Oggi vedo i risultati immediati del mio lavoro.
Ora che la tempesta è passata, cosa pensi di quel che è successo tra te e la Universal?
Nell’andarmene, sono convinta di aver fatto la cosa giusta. Non puoi pensare di battere un avversario del genere, semplicemente perché ha a disposizione più denaro e più risorse di te. Riuscire ad evadere da una situazione simile è probabilmente la cosa migliore che si possa fare.
Nessun problema, dunque, nel cambiare ruolo? Da beniamina di MTV, ai tempi dei ‘Til Tuesday, a bandiera della musica indipendente?
Mi sento molto meglio nei miei nuovi panni, non ho mai avuto l’atteggiamento e la personalità che occorrono per fare la rock star. Ai tempi dei ‘Til Tuesday siamo stati famosi per un paio d’anni e la gente mi riconosceva per strada: ma il fatto di venire inseguita dai fan mi sconcertava più che rendermi felice. Oggi non sono super-famosa, è vero, ma ho guadagnato il rispetto dei miei pari, che per me è la cosa più importante. E, ti dirò, guadagno molto più di prima, vivo bene e faccio quello che voglio. Per me questo significa avere successo. E credo che molti altri artisti seguiranno questa strada in futuro.
United Musicians, il collettivo musicale che hai fondato con tuo marito Michael Penn, oggi include altri cantautori come Bob Mould e Pete Droge. Ci saranno nuovi adepti, in futuro?
Stiamo parlando con un paio di persone che ci piacerebbe avere con noi. Ma per me è già molto badare personalmente alla mia carriera e assicurarmi che i miei dischi escano e siano reperibili sul mercato. Abitando a Los Angeles, cerco di fare un po’ di proselitismo nella comunità artistica. C’è gente che ha passato una vita intera alla corte delle major e che non si rende conto di quali soddisfazioni si possano ottenere mettendosi in proprio.
Il successo di “Magnolia” ti ha reso le cose più facili o più difficili?
Più facili, sicuramente. La gente ha cominciato a guardarmi con più rispetto, a prendermi più seriamente. Sono stata vista di nuovo come un’artista di successo, e questo spalanca molte porte.
Sei soddisfatta del modo in cui sono state usate le tue canzoni, nel contesto del film di Paul Thomas Anderson?
Paul è un amico, e ha fatto un lavoro fantastico. Ho apprezzato moltissimo l’uso che ha fatto della mia musica.
Immagino però che, nel momento in cui le hai scritte, le canzoni parlassero di altri personaggi, altre situazioni…
E’ vero, ma i personaggi che avevo immaginato erano simili a quelli che Paul ha descritto nel film. Mentre lui scriveva il soggetto io stavo lavorando in studio a “Bachelor n.2”, e la collaborazione è sbocciata così, molto naturalmente.
L’abbinamento alle immagini ha cambiato in qualche modo il tuo punto di vista sulle canzoni?
In un caso soprattutto. C’è quella scena in cui i vari personaggi del film cantano una strofa a testa (di “Wise up”): mi sono accorta di come ciascuno potesse attribuirgli un senso differente.
Anche in “Lost in space” c’è una canzone, “Today’s the day”, che è stata usata per un film con Jennifer Lopez.
Quella è una storia abbastanza complicata. Un mio amico che lavorava alla produzione mi ha chiamata chiedendomi di scrivere una canzone per il film. Sono stata sul set a vedere delle scene e, differentemente da come accade di solito, mi è venuta un’idea per un pezzo. Siccome però continuavano a cambiare la sceneggiatura e a rigirare le scene, ho dovuto riadattare il testo più volte. Quando l’ho registrata nuovamente per l’album ho cambiato il titolo, il testo e anche la struttura degli accordi, in modo che avesse senso nel nuovo contesto.
“Guys like me” è scritta, curiosamente, da un punto di vista maschile.
Mi sono ispirata ad alcuni miei amici e alle loro esperienze: il tema è il sentirsi molto distaccati dalle cose che ti stanno intorno.
Che ne pensi della nuova generazione di interpreti femminili di successo: Norah Jones, Avril Lavigne…
Norah Jones è brava, una sorta di chanteuse di stile tradizionale. Avril Lavigne mi sembra il classico prodotto major a grande budget. Alle sue spalle c’è uno dei team di autori più in voga del momento, si fanno chiamare The Matrix. Il suo primo singolo era molto accattivante, e come performer ha grinta e personalità. Ma si nota questo sforzo di darle una personalità punkeggiante e un po’ estrema. Vivendo a Los Angeles, è facile riconoscere la confezione hollywoodiana.
Sembra di capire che non sia il tuo genere. Chi sono i tuoi autori preferiti?
Tra i più giovani, non saprei. Alle major non interessano i bravi parolieri, perché ritengono che un buon testo non serva a vendere meglio un disco. Anzi, di solito pensano il contrario: che un testo troppo intelligente allontani il grande pubblico. I miei preferiti? Direi Elliot Smith: ascoltare i suoi dischi mi ha spesso ispirato e spinto a scrivere, in momenti di crisi creativa. E anche mio marito, Michael, scrive testi eccellenti.
A proposito di Michael Penn: ho letto della vostra intenzione di pubblicare un live, come Acoustic Vaudeville.
Abbiamo avuto parecchi problemi tecnici con le registrazioni e il progetto è stato per il momento accantonato. Credo che dovremmo cercare di registrare altri show prima di pubblicare un disco.
(Alfredo Marziano)