“I veri nomi” è il titolo del nuovo romanzo di Andrea De Carlo, scrittore italiano tra i più noti ed apprezzati. Perché ne parliamo su Rockol? Beh, per due motivi almeno. Ecco il primo: il romanzo è la storia di due personaggi, Alberto Scarzi e Raimondo Vaiastri, i cui destini si intrecciano nel corso degli anni a partire dai soldi e da una provvisoria fama ottenuta vendendo ad uno sprovveduto editore false interviste a importanti cantanti rock. Ed ecco il secondo motivo: il romanzo, pubblicato da Mondadori, ha allegato un CD musicale, composto e suonato dallo stesso scrittore. Che non ha mai nascosto la sua passione per la musica rock, anche nei suoi lavori precedenti. Partiamo dall’espediente narrativo de “I veri nomi”: due ragazzi che si inventano false interviste a cantanti rock. Come è nata questa idea?
E’ nata da quella dimensione mitica che avevano i grandi personaggi del rock, soprattutto un tempo. Erano in una sorta di Olimpo, difficili da raggiungere, e le poche interviste che circolavano erano come delle voci su figure leggendarie: leggendole si aveva l’impressione di trovarsi di fronte a dei dialoghi immaginari. Era l’idea più folle che potesse venire a due ragazzi di vent’anni come i protagonisti del libro: riuscire a realizzarle avrebbe implicato una serie di contatti, di viaggi, di incontri che questi due disgraziati non avevano assolutamente la possibilità di avere e di fare. Così se le inventano.
Forse non dovremmo dirlo, ma è capitato e forse capita ancora oggi che delle interviste a cantanti non siano esattamente vere…
Questa idea nasce proprio dall’inaccessibilità di questi personaggi, che spesso sono anche poco disposti a parlare, a raccontarsi… Non so adesso, ma c’è sempre stata l’abitudine a confezionare le interviste: lo facevano vuoi gli uffici stampa, vuoi i giornalisti di paesi cosiddetti minori che andavano a pescare dalle interviste fatte in America o in Inghilterra. C’è sicuramente una piccola tradizione, in questo senso. Ancora oggi mi capita di leggere delle cose che da subito non mi sembrano esattamente di prima mano…
Al di là delle citazioni musicali nei tuoi romanzi, hai mai scritto direttamente di musica?
No, non mi è mai capitato. Ho una frequentazione con il giornalismo rock principalmente da lettore. Quando avevo 17 o 18 anni passavo le ore a leggermi le interviste su giornali come Rolling Stone o Melody Maker, era una sorta di genere letterario che mi occupava molto tempo.
Anche per questo la musica rock è uno spesso sfondo presente nei tuoi libri.
Credo che ci sia una musica anche nella scrittura: il ritmo, il suono delle parole, la scansione di una frase attraverso la punteggiatura… E poi la musica fa parte della mia vita: il rock è stato una fortissima rivoluzione, quando è arrivato, mi ha sconvolto la vita. Mi ha influenzato fortemente come persona, e quindi anche poi come scrittore. Alcuni musicisti mi hanno influenzato in termini letterari, come Dylan: soprattutto nel suo periodo d’oro, da “Highway 61 revisited” in poi, è stato un innovatore del linguaggio scritto e parlato. Il suo modo di mettere insieme le parole di una canzone è stato rivoluzionario, almeno per me: procedere per associazioni di suoni, per evocazioni, per affioramenti di nomi.
Non sono pochi gli scrittori che, direttamente o indirettamente, hanno inserito la musica rock nella loro opera letteraria. C’è qualcuno con cui, in qualche modo, senti qualche affinità, qualche assonanza?
La musica nella letteratura l’ho trovata da Francis Scott Fitzgerald: oltre che inserirla nelle sue storie, ne era influenzato dai tempi e dai ritmi. Kerouac faceva delle jam session a parole con Ginsberg, in cui duettavano come strumenti jazz. Dalla mia generazione in poi sono quasi tutti influenzati dal rock, da McInerney a McEwan, da Kureishi a Hornby a Rushdie. E’ sempre difficile valutare i propri contemporanei, soprattutto per quanto riguarda un lavoro individuale come quello di scrivere, che parte dalle ossessioni personali, dalle manie… Certo, ci sono dei punti di contatto qua e là: magari leggendo Kureishi mi capita di trovare alcune assonanze, in una pagina di Hornby ne trovo altre…
Al libro è allegato un CD, intitolato “Alcuni nomi”, che contiene musiche da te scritte e suonate.
L’idea è nata dal fatto che da sempre suono, mentre scrivo. Invece di fumarmi una sigaretta, quando ogni tanto mi prendo una pausa durante la fase di scrittura, prendo la chitarra e suono. Queste musiche, che nascono in modo così estemporaneo. sono legate all’atmosfera di quello che sto scrivendo.
Ho voluto semplicemente mettere su nastro le musiche che venivano in mente nel periodo in cui stavo scrivendo “I veri nomi”. E, inoltre, volevo che ci fosse un legame abbastanza libero: non volevo necessariamente una colonna sonora con parti definite per certi capitoli, ma che un lettore potesse farsi un’idea acustica di ciò che avevo nella testa io in quel momento.
Solitamente capita il contrario: i musicisti diventano scrittori.
E’ vero. Penso che anche la musica sia un modo di raccontare delle storie: una canzone ben riuscita narra personaggi, una vicenda, o anche solo un’atmosfera. Non è poi così strano che qualcuno che sa scrivere delle belle canzoni sia in grado di raccontarti una storia. E’ uno strumento diverso, tutto sta nell’impadronirsene e ci sono alcuni che per istinto ci riescono. Credo che possa succedere lo stesso anche nella direzione opposta, indipendentemente dal linguaggio, che ha ovviamente ha una specifica dote di strumenti da utilizzare. Raccontare una storia è una cosa universale: Fellini sapeva raccontare le sue storie così bene che avrebbe potuto tranquillamente scriverle.
Tra i musicisti-scrittori ti ha colpito qualcuno in particolare?
Ho letto la raccolta di racconti di Ligabue, “Fuori e dentro il borgo”, e non era male: storie semplici, che riuscivano abbastanza bene a descrivere luoghi e personaggi.
Leggendo “I veri nomi” si ha un’impressione, in parte confermata da quello che dici: sembri un po’ un nostalgico del rock... Verso la fine de “I veri nomi” fai dire ad un personaggio che il rock è finito.
Non sono nostalgico: trovo che anche oggi ci siano musicisti che fanno delle cose belle. Ma l’aspetto dirompente del rock, la sovversione e la rottura degli schemi accettati, della forma borghese e della tranquillità, quel tipo di rock è finito da un pezzo. Il rock che faceva mettere in prigione i Rolling Stones, quello che faceva pedinare John Lennon dalla CIA, che faceva fare agli artisti dichiarazioni che preoccupavano i politici, è stato metabolizzato dal sistema e non c’è niente di equivalente adesso. Ci sono stati alcuni colpi di coda, come il punk; oggi, mi sembra, tutto viaggia in modo più sottorreaneo, ma anche con meno forza.
Sempre nel libro, verso la fine, un tuo personaggio cita un artista con “pizzetto da capretta multimediale” in cui non è difficile riconoscere Peter Gabriel. Ti sta così antipatico?
Ha fatto delle cose interessanti, ma è un tipo di musicista che a me non piace tanto. Ha questa specie di astuzia che lo fa muovere su vari territori per cui è difficile capire se è un operatore dei media o altro. Secondo me, ha fatto cose più interessanti nei suoi videoclip che non nella musica. Mi irrita più l’atteggiamento che non lui come persona, ovviamente. Quello che mi piace del rock è la dimensione più rustica, anche più rozza, però più immediata e sincera.
Stai preparando uno spettacolo basato su “I veri nomi” e sulle relative musiche del CD. Ci spieghi di che cosa si tratta?
Non saprei neanche come definirlo… Diciamo così: sono delle serate dove c’è una parte di miei discorsi estemporanei, una parte di recitazione in cui due attori giovani mettono in scena delle parti del libro, e infine delle parti in cui suono accompagnato da un percussionista: eseguiamo alcuni pezzi del CD, improvvisiamo delle cose nuove. Abbiamo fatto una serata a Bologna ed un’altra a Firenze, e forse lo porteremo in giro in varie città italiane l’anno prossimo.
(Gianni Sibilla)
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