la band di 'A whiter shade of pale' è tornata in Italia dopo quasi trent'anni. Parlano Gary Brooker e Matthew Fisher...

Procol Harum in Italia: gli storici rammentano che non accadeva dal lontanissimo 1973. E dunque l’inatteso ritorno di Gary Brooker e compagni – tra i tanti reduci riapparsi improvvisamente sulla scena – assume il sapore dell’evento, per chi (e qui da noi non sono pochi) sulle note di “A whiter shade of pale” e di “Homburg”, di “Conquistador” e di “A salty dog” ha cullato più di un sogno giovanile serbandone ricordi indelebili (quelle sigle alla TV dei ragazzi del pomeriggio, quelle cover ingenue e languorose dei gruppi beat italiani…).
Nella band, a far da contrappunto al piano e alla voce del carismatico leader Gary Brooker, è tornato anche l’inconfondibile Hammond di Matthew Fisher, e motivi di equilibrio diplomatico tra i due (che in passato hanno avuto più di un contrasto a proposito delle royalty e dei crediti per il mega-hit “A whiter shade of pale”) impongono l’intervista a due voci. Una chiacchierata amichevole ma frettolosa nei camerini del Teatro Smeraldo di Milano, in realtà, in cui i due (Brooker soprattutto) rispondono con cortesia ma senza dilungarsi in troppi particolari. Concentrati sulla musica, forse, che ancora oggi (lo dimostrerà il concerto di poche ore dopo) si incarica di parlare per loro conto…



Gary, sei fresco reduce dal tributo londinese a George Harrison. Com’era l’atmosfera alla Royal Albert Hall?
(Brooker). E’ stata una gran serata, un tributo delizioso alla memoria di George. Io ero rimasto in contatto con lui anche nei suoi ultimi anni di vita. In passato è capitato diverse volte di suonare insieme, su “All things must pass” come su “Gone troppo”.

Suoni ancora con altre band, con Ringo Starr e con i Rhythm Kings di Bill Wyman?
(Brooker). No, Ringo cambia sempre formazione e io oggi sono di nuovo concentrato al 100 % sui Procol Harum.

E tu, Matthew, sei tornato stabilmente nel gruppo solo negli ultimi sei anni…Perché te ne eri staccato?
(Fisher). A dire la verità, credo di aver mancato solo un tour da quando la band si è riformata, e solo perché avevo degli esami da sostenere per conseguire il mio diploma in informatica. Mi sono dedicato allo studio per tre anni, dal ’92 al ’95, suonando con i Procol soltanto in estate, durante il periodo di vacanze. Avevo solo un lavoro part time, e poco dopo il gruppo ha ricominciato ad avere più impegni…
(Brooker). Così, tra la fine del ’95 e l’inizio del ’96, alla vigilia di un nuovo tour in America e in Nord Europa, ho telefonato a Matthew e gli ho proposto di rientrare stabilmente.

E ora c’è un nuovo album in vista, “The well’s on fire”, annunciato per il febbraio prossimo…
(Brooker). Sì, abbiamo firmato un contratto con la Eagle Rock. L’album è stato appena completato: conterrà canzoni firmate da me, da Matthew e dal nostro paroliere di sempre, Keith Reid, in varie combinazioni. Sono tutti pezzi che sono venuti a galla in questi ultimi mesi.

Nei concerti, infatti, suonate pochissimi brani nuovi. Perché un periodo così lungo di inattività compositiva? Hai sofferto di una specie di blocco dello scrittore?
(Brooker). Direi di sì. Il fatto è che nel mondo circostante c’è troppo rumore e poca ispirazione. Avevo qualche idea in testa, naturalmente, e quando finalmente mi sono deciso a tornare in studio di registrazione e a concentrarmi le canzoni sono arrivate. Il vantaggio è che la nuova line-up (Geoff Whitehorn alla chitarra, Matt Pegg al basso e Mark Brzezicki alla batteria) è la migliore che abbiamo avuto da molto tempo a questa parte, e credo che nel nuovo album questo si senta. Ci conosciamo bene, e l’interplay fra di noi funziona alla perfezione. Io sono il più anziano, è vero, ma sono anche il più giovane di spirito!

Avete con voi anche un figlio d’arte: il papà di Matt Pegg è Dave, bassista dei Fairport Convention e per un certo periodo dei Jethro Tull…
(Brooker). Conosco Dave da tanto tempo. Dopo che Dave Bronze se ne andò per suonare con Eric Clapton avevamo bisogno di un nuovo bassista per il nostro nuovo tour. Pegg mi telefonò suggerendomi di dare un’opportunità a suo figlio. Nel ’93 si unì a noi, in Inghilterra, e da allora è rimasto nella band.

Cosa c’era, nella musica e nella cultura degli anni ’60, che oggi è andato irrimediabilmente perduto?
(Brooker). Non erano solo gli anni ’60 ad essere più interessanti dell’attualità. Anche il punk di fine anni ’70 era più stimolante di quel che si sente in giro oggi. Adesso quel che conta è solo avere un bell’aspetto e nella musica non c’è più anima. Le canzoni fanno schifo, le melodie non esistono… Però mi piacciono Lucinda Williams, Norah Jones, i Gomez, il nuovo album di David Bowie…
(Fisher). Bowie è il tipo di artista che può alternare cose meravigliose ad altre assolutamente scadenti.

A proposito di anni ’60: qualche settimana fa si è celebrato il sessantesimo compleanno virtuale di Jimi Hendrix. Voi, che avete spesso incrociato la sua strada agli inizi, che ricordo ne avete?
(Fisher). Oh, ci appoggiò molto all’inizio. Ricordo un concerto al Saville Theatre di Londra dove noi eravamo gli headliner: lui, che ci precedeva nel programma, suonò molto meglio di noi! E un’altra volta, allo Speakeasy, in cui Jimi era tra il pubblico e salì sul palco a suonare il basso mentre eseguivamo “Morning dew” di Tim Rose…

Vi ricordate di “Il tuo diamante”, il pezzo che incideste in italiano? Sapevate che la b-side, “Fortuna” (“Repent walpurgis”), riportava nei crediti il nome di un autore italiano, Paolo Dossena, esclusivamente per aver dato il nuovo titolo alla canzone?
(Fisher). Davvero? Dovremmo rivolgerci ad un avvocato…In effetti in Italia abbiamo avuto qualche problema a livello editoriale. La cover italiana di “Homburg” (“L’ora dell’amore” dei Camaleonti) uscì prima della nostra versione originale…

Avete voce in capitolo sulle ristampe del vostro vecchio materiale?
(Brooker). Solo in parte. Non le cose più antiche, fino a “Grand hotel”.

Avere avuto un successo quasi ingombrante come quello di “A whiter shade of pale” a inizio carriera ha condizionato le sorti della band?
(Brooker). Beh, se fosse stato un flop invece che un grande successo sarebbe stato più imbarazzante. Certo, sarebbe stato meglio essere preparati al successo e arrivarci gradualmente.
Che fine hanno fatto i vecchi membri della band, per esempio Robin Trower? (Brooker). Robin vive a Southampton e sta incidendo un nuovo album. Di altri ho perso le tracce.

(Alfredo Marziano)

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