Per il nome di Lara Martelli si sono spesi molti aggettivi. Il più frequente, forse, è “promessa”. Sta di fatto che questa venticinquenne ragazza romana (ma di origini finlandesi da parte di madre) ha già fatto molta strada: cinema, televisione - a TMC2 -, un primo contratto con una major… Poi la decisione di ripartire da zero. E di incidere “Orchidea porpora” (vedi recensioni) in modo totalmente indipendente, vendendolo inizialmente solo su sul Web (sul suo sito, www.laramartelli.it). Se poi pensate che per incidere il disco Lara è volata ai Southern Tracks Studios di Atlanta (già casa dei Pearl Jam, di Dylan e di Bruce Springsteen che vi ha registrato“The rising”), avete un’idea della peculiarità del progetto. Con lo stesso spirito di crescita graduale, Lara è da poco partita per un giro di concerti nella penisola. Rockol ha colto l’occasione per incontrarla e farsi raccontare la sua filosofia artistica.
Qual è stato il percorso artistico che ti ha portato oggi ad un disco “indipendente” come “Orchidea porpora”?
E' stato un percorso sicuramente particolare: ho firmato il mio primo contratto discografico a 15 anni…Oggi, posso dire di avere le idee piuttosto chiare sul da farsi. Nei primi anni della mia carriera il mio bagaglio culturale non si è potuto assolutamente sviluppare, mi sono trovata in una situazione statica e troppo controllata. Piano piano mi sono resa conto di dover mettere ordine nel mio mondo musicale, cercando di trovare spazio per tutte le influenze musicali che mi hanno condizionato nella mia crescita artistica. Per esempio, mi ha aiutato lo studiare chitarra e pianoforte, perché mi ha permesso di mettere in pratica con maggiore facilità le idee che avevo. In seguito ho sentito il bisogno impellente del "palco", dell'esibirmi dal vivo, anche suonando cover e brani che esulavano dal mio repertorio ideale, sia esso originale o no. La svolta è stata l'incontro con Massimo Giangrande, la mia metà artistica, col quale ho messo in piedi la band che mi accompagna ancora adesso dal vivo: con lui ho sempre co-firmato i brani, compresi quelli finiti su "Orchidea porpora".
Quindi hai deciso di fare un passo indietro, rispetto alle esperienze precedenti, che ti hanno visto pure sotto contratto con una major…
Esatto. Come artisti bisogna cercare di essere vicini a quello che si sente: mi sono appassionata a Nick Drake e Billie Holiday, e per me - oggi - sarebbe impossibile fare musica senza fare "arte", senza cioè esprimere un qualcosa di più profondo che non sia la mera canzonetta... Forse ho scelto una strada che non mi farà diventare ricca e che non mi porterà alla celebrità. Ma ho preferito mettermi in discussione e intraprendere una strada di ricerca che ritrovarmi magari "vecchia", tra qualche anno, senza neanche avere la forza di cambiare rotta.
“Orchidea Porpora” è stato inciso in America. Anche questa una scelta abbastanza coraggiosa, per un disco di rock italiano.
Ho avuto la fortuna di registrare ai Southern Tracks di Atlanta. Ho scelto questo luogo perché li hanno inciso alcuni tra gli album più importanti della storia del rock, da "Ten" dei Pearl Jam ad alcuni dei Sonic Youth... Abbiamo deciso di catturare tutta l'energia possibile registrando dal vivo, e non traccia per traccia, in modo da avere un suono più rock. Il fatto di incidere in un posto simile mi ha ispirato, perché entrare in uno studio come quello ti obbliga a "respirare" l'arte ed il talento di chi è venuto prima di te. Oltretutto, abbiamo avuto la possibilità di collaborare con gli stessi tecnici che hanno lavorato con le star che io amo: è stata un'esperienza straordinaria, forse la più importante della mia vita.
Il tipo di rock che tu fai oggi è abbastanza demodé…
Non sono completamente d'accordo: forse sarà anche vero, ma la musica di un certo tipo non può tramontare da una stagione all'altra. Gli artisti cercano in continuazione di allargare i propri orizzonti, ma la canzone "vera" non potrà mai essere considerata fuori moda. Penso agli Strokes, che hanno attinto ai Velvet Underground: oggi sono di moda, ed i più giovani, ascoltandoli, hanno modo di avvicinarsi ad una grandissima band rock del passato. Sono i corsi e ricorsi storici che fanno sembrare di certe cose "fuori moda". Ma la musica è un gran calderone: un musicista, per quanto possa essere geniale e innovativo, non può non attingere a quello che già è stato.
Un'altra scelta in controtendenza è quella di vendere il disco solo su Internet, senza appoggiarti ad una grande casa discografica...
E' stata una scelta obbligata più che una dettata dalla moda, perché nessuna etichetta convenzionale avrebbe accettato di produrre un disco così, ed in questa maniera. Le case discografiche non ne hanno certamente intenzione: oggi mi sembrano ossessionate dalla logica del profitto e dei numeri.
Abbiamo preferito circondarci di persone che hanno creduto sin dall'inizio in questo progetto. La scelta di Internet è stata consequenziale, perché - a pensarci bene - la rete è un mezzo immenso, che farà sparire, nel giro di pochi anni, etichette e case discografiche.
Che tipo di risposte avete avuto seguendo queste strade non convenzionali?
Abbastanza buone, ma discretamente lente. In Italia la musica viene intesa in maniera tradizionale, e c’è sempre una patina di esterofilia che condiziona il grande pubblico. Per gli artisti connazionali c'é sempre poco spazio, sopratutto se votati ad una musica di ricerca o al rock: in questi casi la risposta da parte dei media è sempre lentissima. Negli Stati Uniti forse questo problema non esiste, perché ci sono più opportunità di emergere e c'é un pubblico più attento.
Noi volevamo far conoscere questo disco nella maniera giusta, con calma, per questo abbiamo optato per una modalità di diffusione così particolare, senza forzare necessariamente i tempi.
Questo album sembra anche un investimento per il futuro.
Ho fatto fatica a scrivere questo disco: è stato un processo lungo, che ha comportato un grande lavoro di selezione. Ma oggi mi ritrovo col primo mio lavoro del quale sia completamente soddisfatta...
La domanda immediatamente successiva, allora, è: dove vuoi arrivare?
Voglio continuare a fare il mio lavoro al meglio, fuori dalle logiche commerciali. Ho delle idee per il mio nuovo disco, che sono completamente diverse da quelle finite su "Orchidea porpora"... Poi, per quanto riguarda la pubblicazione, sia chiaro che non avrei nessun problema a lavorare con una major: la scelta indipendente è stata dettata dal fatto che, per realizzare il mio progetto, avevo bisogno della massima libertà. Se poi parlo male delle major non è perché voglio fare la trasgressiva a tutti i costi, ma per esperienza diretta, perché il primo contratto che ho firmato proprio con una major: è stata un'esperienza bruttissima, e ho sempre avuto il coraggio di ammetterlo.
Per fare quello che sto facendo adesso sono stata costretta a rimettermi completamente in discussione: per affrontare questa nuova esperienza in maniera più serena e consapevole possibile sono anche tornata a fare la cameriera, uscendo dall'ambiente discografico. Ho anche avuto le possibilità materiali di condurre una vita del genere, grazie a Dio: tuttavia, non posso neanche permettermi di pubblicare tutto ciò che mi passa per la testa...
Per quanto riguarda questo disco, desidero solo un po' di attenzione da parte del pubblico, nei confronti di un lavoro onesto fatto con passione.
Recentemente sei stata a Chicago a cantare ad un Festival dedicato a Jeff Buckley.
Jeff Buckley è uno dei miei idoli di sempre. Quando, la prima volta, mi ha contattato l'organizzazione del festival per chiedermi se volessi partecipare, non ci credevo. Al telefono devo aver risposto qualcosa come 'chi sei? è uno scherzo? mi stai prendendo in giro, vero?'. Suonare per la persona alla quale si tiene di più al mondo (e che non è né il fidanzato, né il genitore o l'amico) riempie di una soddisfazione difficile da esprimere...
(Davide Poliani/Gianni Sibilla)