Robyn Hithcock racconta la 'band invisibile', recentemente riformatasi per pubblicare un nuovo album, 'Nextdoorland'...

Una vecchia raccolta dei Soft Boys si chiamava “Invisible hits” e in effetti negli anni ‘80 il gruppo sembrava davvero invisibile.
Scioltasi senza troppi clamori, il nome della band ricorreva spesso nelle riviste specializzate, vuoi perché l’ex-leader Robyn Hitchcock si stava guadagnando un seguito con suoi Egyptians, vuoi per le dichiarazioni di stima di altri musicisti (Peter Buck dei R.E.M. in testa). Ma i dischi dei Soft Boys - man mano sempre più mitizzati - non si vedevano in giro molto facilmente. La recente ristampa di “Underwater moonlight”, il loro lavoro migliore, e la conseguente reunion dovrebbero rimettere le cose a posto. Il nuovo “Nextdoorland” dimostra che la band non ha perso niente delle sue qualità peculiari e ha tutte le carte in regola per trovare uno spazio nella scena di oggi. Si tratta solo di riprendere i contatti con quanti hanno ancora le orecchie sintonizzate sul rock e la psichedelia degli anni ‘60. Roba vecchia? Niente affatto, come ci ha raccontato lo stesso Hitchcock


Quando è stato ristampato “Underwater moonlight” e i Soft Boys hanno ripreso a fare concerti, avevi detto di non sapere come sarebbe andata a finire.
In realtà, stavamo già lavorando a “Nextdoorland” ma non avevamo intenzione di farlo sapere fino a quando non fosse finito. Non è bello far conoscere alla gente le proprie intenzioni se poi non si concretizzano. E’ come mostrare il progetto di un architetto per un palazzo che non viene costruito, un palazzo di niente. “Nextdoorland” ha cominciato a prender forma prima del tour dell’anno scorso e lo abbiamo completato più o meno quando gli Stati Uniti stavano attaccando l’Afghanistan, durante l’inverno.

Il fatto di avere ripreso a suonare insieme regolarmente ha rianimato l’entusiasmo?
Non so. Io, Morris e Kimberley abbiamo collaborato piuttosto spesso in questi anni. Non è stata una rimpatriata fra gente che non si vedeva da ventidue anni. Non ci sono stati saluti come “Ciao, come va? Quanto sei ingrassato! E dove sono finiti i capelli?”. Io e Kimberley abbiamo suonato insieme nei nostri album solisti recenti, Morris Windsor era con me negli anni ‘80, con gli Egyptians. Abbiamo solo rimesso in piedi il gruppo... Non è una risposta molto interessante, comunque abbiamo visto che c’era abbastanza vita per registrare un altro disco.

Come mai avete deciso di dividere i pezzi che avete registrato fra “Nextdoorland” e l’EP “Side three” ?
Avevamo quindici/sedici canzoni e le nostre preferenze non coincidevano. Ero soprattutto io a volere che l’album fosse piuttosto breve perché penso che i CD oggi siano troppo lunghi. All’epoca degli LP c’era un’interruzione a metà che ti permetteva di fermarti ed eventualmente ascoltare altro. Adesso i CD ti costringono ad andare dall’inizio alla fine: meno durano, meglio è, secondo me. Matthew Seligman avrebbe voluto includere tutti i pezzi sull’album, ma in quel modo sarebbe stato troppo per me. Quindi siamo arrivati a un compromesso: l’EP si intitola “Side three” proprio perché lo abbiamo immaginato come un altro lato dell’album. Penso che le canzoni dell’EP siano più deboli rispetto alle altre, ma il gruppo forse suona meglio e probabilmente a Matthew piacciono proprio per questo motivo.

Ascoltando “Nextdoorland”, è chiaro che i vostri riferimenti musicali sono rimasti gli stessi che avevate all’esordio. All’epoca siete diventati un gruppo di culto ma non vi ascoltavano in molti. Pensi che oggi ci sia più spazio per i Soft Boys?
Abbiamo sempre suonato beatle-music. Quando abbiamo cominciato, alla fine degli anni ‘70, l’ambiente musicale era stufo dei Beatles, era il periodo del punk e a molti giovani non interessava la musica degli anni ‘60. Negli anni successivi lo stile dei Beatles ha ripreso a richiamare interesse, sono ricomparse le canzoni con chitarre e armonie vocali. In un certo senso i pezzi di “Nextdoorland” potrebbero essere nel “White album”, mentre quelli di “Underwater moonlight” erano più vicini a “Revolver”. Le canzoni che scrivo, sia per i Soft Boys che per i dischi da solista, si rifanno a quello stile. Finché esisterà il rock ci sarà in circolazione quel tipo di musica, anche se penso che alla fine il rock lascerà spazio a qualcosa di diverso. Dipenderà dai cambiamenti della società e della tecnologia. Ma se parliamo di musica pop della seconda metà del XX secolo, allora i Beatles ne sono i quattro alfieri, se non i re in assoluto e io lavoro in quella scia. Quando gli altri suonano con me, è lo stile che tutti abbiamo in mente.

Non trovi ironico il fatto che “I wanna destroy you” sia stata poi ripresa proprio da un gruppo punk americano, i Circle Jerks?
In America molta gente pensava che noi fossimo punk, non c’erano le distinzioni che valevano in Inghilterra. Leggevano “I wanna destroy you” e pensavano che fossimo come i Sex Pistols. Invece i punk inglesi ci consideravano degli hippy della classe media con i capelli lunghi, roba da evitare. In realtà molti punk erano hippy della classe media che cercavano di staccarsi da quello stile, mentre a noi non interessava cambiare. I Damned, Siouxsie & The Banshees venivano dalla psichedelia. I Clash pure. Ironicamente, noi non eravamo hippy, avevamo i capelli lunghi ma non ci interessavano molto le droghe. Ci piaceva la psichedelia, ma l’unico ad avere preso l’acido ero io e non me lo sono fatto più di quattro o cinque volte. Invece molti gruppi punk si facevano un sacco di droghe. Semplicemente, noi venivamo dalla musica degli anni ‘60 e non avevamo intenzione di staccarcene, pensavamo che non ci fosse niente di meglio di “Eight miles high”, “Good vibrations”, “Waterloo sunset”, “She said, she said”, “Arnold Layne”, “Are you experienced”? e così via. Non facevamo finta che ci fosse qualcosa di nuovo in grado di prendere il posto di quella musica. Ci piaceva e cercavamo di fare qualcosa di altrettanto buono.

I Beatles erano il modello che avevi in mente anche ai tempi degli Egyptians?
Era un po’ diverso perché negli Egyptians c’era un tastierista. In un certo senso, erano una formazione che si adattava meglio a stili diversi. Nei Soft Boys ci sono due chitarre, basso e batteria, una formazione che impone qualche limite. Certo, è un formato che comprende la Magic Band, i Sonic Youth, i Television, i Velvet Underground, i Beatles... Puoi dividere le chitarre sui due canali: io sono a sinistra e Kimberly a destra. Forse sono pigro, ma non ho mai cercato di fare qualcosa di particolarmente nuovo dal punto di vista musicale. So che i miei testi non rientrano nei canoni della musica pop, ma io scrivo così e non riesco davvero a fare altrimenti. Questo forse ci impedisce di vendere più dischi, ma forse ci evita anche di essere una semplice copia dei Beatles, non so.

A proposito di testi, hanno contribuito molto alla tua immagine di personaggio piuttosto bizzarro. Recentemente però hai affermato che gli altri membri dei Soft Boys sono molto più eccentrici di te.
Certo, sono tutti molto strani. Se ti dovesse capitare di trascorrere una serata con tutti noi, ti accorgeresti che io sono quello normale. Dovresti conoscerli. Voglio dire, quando riesci a conoscere qualsiasi persona, è come scavare sotto la superficie di un pianeta, arrivi a strati diversi: la pietra, il fango, i fossili, poi un lago d’olio e alla fine arrivi al nucleo, che è rovente. Accade lo stesso con le persone: più le conosci, più arrivi a strati inaspettati. Con Matthew, Morris e Kimberly non ci vuole molto a trovare risvolti strani nella loro personalità. Sono tutti simpatici, ma penso che siano molto più eccentrici di me. Però sono io a scrivere i testi e cantare e per questo attiro più attenzione.

Nei tuoi testi in passato hai anche affrontato temi politici. Hai ancora interesse per questo genere di argomenti?
Ho le mie opinioni politiche. Penso ad esempio che George Bush sia la cosa peggiore che sia accaduta agli Stati Uniti da quando John Kennedy è stato ucciso. Penso che l’America non abbia alcun diritto di invadere l’Iraq, ma non ho le parole adatte per scrivere canzoni su questi argomenti. Finiscono per diventare dei dogmi o della propaganda. Non riesco a comporre cose del tipo “Tony Blair non è abbastanza di sinistra per me” o “Abbasso Berlusconi”.
Sull’ultimo album c’è “Strings”, che stavo componendo quando c’è stato l’attacco terroristico alle Twin Towers e lì c’è una specie di commento sul fatto che Bush ha deciso di dichiarare guerra al male. Ma come puoi fare una cosa del genere? Dichiarare guerra a una categoria morale? Si tratta solo di quello che penso io, ma non sono molto bravo a sviluppare questi argomenti in una canzone. E non credo che ci sia molta gente capace di farlo.
I commenti sociali sono troppo complicati da esprimere in musica, perché le canzoni devono essere piuttosto semplici, devono durare tre o quattro minuti. Billy Bragg ci riusciva, ma non ho ascoltato cosa sta facendo adesso. Bob Dylan era molto bravo in questo, ma stiamo parlando di quarant’anni fa.

A proposito, hai pubblicato da poco un album di cover di Dylan, “Robyn sings”...
Lo hai sentito?

No, ho solo letto la tracklist.
Già, non riusciresti comunque a trovarlo da nessuna parte (risata). Sta lentamente trovando una distribuzione in Europa, ma non si può dire che sia stato pubblicato in senso proprio. L’ho solo messo in circolazione per chi è interessato a me e alle canzoni di Dylan, non si può considerare il mio nuovo album. Avevo già un po’ di registrazioni con gli Homer dove ricreavamo il suono del famoso concerto di Dylan alla Royal Albert Hall. Poi avevo un po’ di cover registrate dal vivo e ho aggiunto qualcos’altro fatto in studio per completare l’album. L’ho fatto perché ascoltare Dylan mi ha spinto a scrivere canzoni quando avevo più o meno 14 anni. Arrivato più o meno a 50, volevo riprendere il contatto con il passato, ma non per nostalgia. In un certo senso, è la stessa cosa che mi è accaduta con la rinascita dei Soft Boys, il mio primo gruppo veramente buono, quello che mi ha portato a registrare e fare concerti.

Erano circolate voci della possibile pubblicazione di un tuo libro di racconti. Ci stai lavorando?
L’ho fatto per un po’, poi mi sono fermato. Ho fatto leggere qualcosa ad altra gente ma è stato considerato troppo strano e surreale. Adesso non ho molto tempo per proseguire, penso che lascerò perdere per uno o due anni e poi vedrò se quello che ho scritto mi sembrerà ancora buono. Forse lo riprenderò in mano, potrei farlo diventare una sceneggiatura per il cinema. Il fatto è che la mia occupazione principale è la musica, è quello che mi piace fare. So disegnare e dipingere, ma suonare resta la mia attività preferita. E le canzoni sono più brevi e semplici da scrivere rispetto a un racconto o un romanzo, dove devi avere una struttura molto forte per reggere una storia lunga. Un giorno probabilmente riuscirò a farlo. Registrare dischi comunque è molto più veloce.

Dopo “Nextdoorland” i Soft Boys hanno in programma altri dischi?
Forse registreremo un altro disco, forse no. Davvero non lo so. Alla gente dovrebbe piacere questo, dato che è il primo che pubblichiamo da ventidue anni a questa parte. Forse ci metteremo altri ventidue anni per fare il prossimo e a quel punto... o Gesù, avremo 70 anni. Potremmo fare un altro Buena Vista Social Club. Ma potrebbe essere interessante vedere cosa possono fare degli anziani con il tipo di musica che suoniamo, anche se probabilmente sarei tentato di introdurre nella formazione anche gente più giovane, come fanno i gruppi zingari.

E comunque nel frattempo potete sempre vedere come si comporteranno Paul McCartney o i Rolling Stones quando arriveranno a quell’età.
Oddio, non vorrei mai fare come gli Stones. Certo, la gente vuole vederli, come vuole vedere il Colosseo. Sfortunatamente, il Colosseo non invecchia, mentre le cose sono più difficili per McCartney e gli Stones. Con i Soft Boys non cerchiamo di fare finta di essere più giovani. Suoniamo ancora i pezzi vecchi ma non li suoniamo più allo stesso modo e le canzoni nuove sono scritte con la testa di un individuo intorno ai 50 anni, non cerchiamo di rifare “I wanna destroy you” o “Kingdom of love” e non volgiamo competere con il nostro passato. “Underwater moonlight” aveva una sua magia, “Nextdoorland” è una storia diversa.

(Paolo Giovanazzi)

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