I capelli corti a caschetto non ci sono più, dissimulati dall’extension. Ma per il resto Carmen Consoli non è cambiata, almeno in apparenza. Stessi occhioni scuri sottolineati da un filo di trucco, stessa vivacità, la parlantina sciolta di sempre infarcita di colorite espressioni in dialetto catanese. Semmai è diventata più saggia. Racconta di sé e del nuovo album “L’eccezione” nascondendo ogni possibile apprensione per le conferme che da lei si attendono dopo il grande balzo nel “mainstream” compiuto con “Parole di burro” e “L’ultimo bacio”. Siamo nella Chinatown milanese, nei dintorni di Corso Sempione, il giorno dopo che l’Etna ha ricominciato a ruggire e a vomitare lava nel Catanese. Carmen oggi vive a Sant’Alfio, alle pendici del vulcano, ma non sembra affatto preoccupata dalle notizie diffuse dalla stampa e dai telegiornali . Il lato oscuro e inquieto della sua personalità lo lascia sfogare in certe sue canzoni. Di persona – lo si era già capito nella conferenza stampa di pochi giorni prima allo Zelig - trasmette invece energia, ottimismo e voglia di divertirsi, a dispetto o forse proprio a causa delle tragedie che ultimamente l’hanno toccata da vicino (la morte del suo scopritore Francesco Virlinzi, la scomparsa di alcuni familiari). Sarà anche la solare tranquillità riconquistata a contatto con la sua terra…
Intanto i fatti di cronaca superano la fantasia. Tu scrivi di Matilde che spara ai gatti, e a Catania un ragazzo di 24 anni apre il fuoco sui passanti dalla finestra di casa…
Beh, almeno ci siamo uniformati al resto del paese. Gli interessi della mafia si sono spostati da qualche altra parte, evidentemente. Mi ha fatto ridere sentire in televisione i miei concittadini che urlavano in dialetto ai poliziotti: “E spegnetelo, quel maledetto faro!”.
Il tuo nuovo disco, “L’eccezione”, è zeppo di immagini naturalistiche: fiori, frutti, fenomeni atmosferici, il succedersi delle stagioni. Il paesaggio esteriore che influenza in modo determinante quello interiore?
E’ molto probabile. Io e il resto della band abbiamo fatto un po’ gli hippies, abbandonandoci alla natura che ci circondava. Abbiamo seguito il corso delle fioriture: il ciliegio a maggio, poi il fico, le prugne, le pere, le nespole, le albicocche. Anche la scrittura delle canzoni ha cominciato a fluire più facilmente, in modo più naturale. Per un anno intero abbiamo dormito, lavorato, cucinato in questa casa comune ai piedi dell’Etna, cambiando l’ordine delle nostre priorità. Non si trattava più di comportarsi da musicisti più o meno di successo ma di farsi accettare dalla comunità circostante, di impararne bene il dialetto, di gestire gli orari stravolti: si andava a dormire alle sei e mezzo del mattino e ci si svegliava alle quattro del pomeriggio per poi ricominciare a lavorare due ore dopo…
Come si usava negli anni ’60 e ’70: i Traffic, i Fairport Convention, i Rolling Stones di “Exile on main street”…
Proprio così. Attraverso la convivenza scattano tra di noi dei meccanismi insoliti. Parlo al plurale perché sto proseguendo il mio percorso accanto agli amici di sempre: mi aiuta a sentirmi lontana dalle logiche dello star system che ti impongono di cambiare musicisti ogni anno. Loro, i ragazzi del gruppo, mi fanno restare con i piedi per terra: appaio come solista agli occhi del pubblico ma dietro di me ci sono sempre state altre orecchie, altri occhi. Lavoriamo sempre insieme, e abbiamo registrato molte altre canzoni che avrebbero potuto finire nell’album. Le abbiamo scartate perché c’erano dei doppioni: c’era, per esempio, un altro pezzo sulle sindromi e le patologie di un personaggio femminile. Ma di Matilde ne bastava una, una gallina in un pollaio è sufficiente: come “Contessa Miseria” in “Mediamente isterica”.
La “sicilianità” traspare evidente, in queste canzoni…
Sento di essermi riappropriata della mia lingua e delle mie origini. In paese si parlava siciliano, e dopo anni in giro per l’Italia ci mancava tanto. Ho fatto un pezzo in catanese come “Masino” perché mi sentivo di avere raggiunto una buona proprietà di linguaggio. I siciliani sono dei puristi, se sbagli dizione e scrivi male il dialetto ti bacchettano subito. Io poi, che sono di papà catanese ma di mamma veneta, non ho una credibilità immediata come siciliana: ma credo di parlare il catanese con un’inflessione corretta, molto meglio di tanti ragazzi della mia età. Quella di “Masino” che raccoglie le ciliegie dall’albero mentre la suocera gli grida di stare attento a non cadere è una storiella popolare condita da un po’ di superstizione e da un’ambientazione rurale tipicamente siciliana. Al fondo c’è anche un desiderio più profondo di scoprire se stessi: ai siciliani piace tramutare in risata anche le riflessioni più profonde, non prendersi mai troppo sul serio sdrammatizzando anche le tragedie. Mia nonna, che è morta qualche giorno fa, mi ha salutato dicendomi che, data la sua magrezza, sarebbe stato meglio farla accomodare nella custodia della mia chitarra invece di spendere soldi per una bara. Scherzare non significa essere superficiali, vuol dire celebrare come un dono ogni giorno di salute, ogni giorno di benessere
Ascoltando “L’eccezione” sembra di capire che i tuoi orizzonti musicali si stiano ancora allargando: la musica brasiliana e la bossa nova erano già un’influenza evidente nell’album precedente, ma oggi il ventaglio si è ancora aperto…
E’ frutto dello studio. Poiché c’è gente che compra i miei dischi e che viene ad intervistarmi, sento il dovere di affinare i miei mezzi espressivi. Ogni mattina dedico un’ora al solfeggio ritmico cantato e un’altra ora allo studio dell’armonia e della composizione. Non sono ancora Beethoven ma comincio ad avere le idee più chiare, sulla tecnica musicale…
Come giudichi, oggi, i tuoi primi sforzi compositivi?
Devo dire che con le melodie ci azzeccavo, se facevo un accordo minore cercavo intuitivamente una melodia nella stessa chiave. In giro si sentono parecchi errori, semitoni che cozzano tra di loro come una quinta bemolle e una quinta normale, chitarre in accordo minore abbinate a bassi in terza maggiore. Magari non te ne accorgi perché gli strumenti suonano su frequenze molto diverse e a questo serve un produttore, che ti suggerisce magari di utilizzare un certo accordo perché il tuo cantato non dà una connotazione armonica precisa. Poi, non è detto che le dissonanze non funzionino: pensa al blues.
Anche lì è questione di regole e di eccezioni…
Certo, ci sono cose tecnicamente scorrette che lasci correre perché sono belle. In Italia siamo preparati musicalmente, forse anche troppo precisi, troppo leccati…
Non temi, con la tecnica, di perdere spontaneità?
No, perché ti aiuta a maturare un altro modo di vedere le cose. Studiare i giri armonici arditi di Jobim mi è servito a prendere coscienza del fatto che non sapevo fare niente. La musica brasiliana è molto complicata, soprattutto quando si tratta di cantare e suonare contemporaneamente.
Hai altri punti di riferimento musicale, in questo momento?
Resto legata ai miei vecchi idoli, ai Pixies e ai Sonic Youth, agli Shellac e ai Fugazi, ai gruppi della Touch and Go. Mi piace far convivere influenze così diverse.
Però intanto dici di voler tenere separate le due tue anime, quella acustica e quella elettrica.
Dentro di me ci sono due anime, è vero: mi sveglio alla mattina e ascolto volentieri un musicista brasiliano come Marcio Faraco o “Boys for Pele” di Tori Amos. Poi, alla sera, metto su i Breeders perché, abituata ai rumori del giorno, sento il bisogno di un impatto sonoro più forte. Alla fine gli estremi si attraggono sempre.
Più vai avanti, più sembri legata ai valori tradizionali: la famiglia contro la “singlitudine” a tutti i costi, i ritmi della natura contro quelli artificiali della metropoli…
Famiglia intesa in senso lato, come gruppo o comunità allargata di persone. Nelle metropoli ho visto casi di solitudine agghiacciante. Ormai è diventato anticonvenzionale parlare di donne che lavano i piatti, che sanno cucinare e che vogliono dei bambini. I maschi hanno perso la cavalleria: anche all’estero vedo uomini volgari che si permettono di non tirare fuori il portafoglio quando mi invitano a cena: per me questa è una forma di maleducazione intollerabile. Colpa anche della donna, che vuole entrare in competizione, che quasi si veste da uomo e si vergogna della sua femminilità: ben vengano le donne che mostrano le loro forme…
Tu stessa hai cambiato un po’ immagine, dagli inizi…
Credo di essere sempre stata “signorina”, nonostante la chitarra elettrica: con le mie gonne, i miei tacchi assurdi…
A proposito di donne con la chitarra: in Italia sono sempre state poche.
Ricordo solo Grazia di Michele e Paola Turci. Sono state il modello di noi cantautrici più giovani. “Bambini” della Turci io la facevo identica all’originale. Vederla sul palco di Sanremo con una chitarra fu un vero flash, era avanti di anni alle altre. “Ringrazio Dio”, “Frontiera”, “Le ragazze di Gauguin” erano tra le poche cover in italiano che facevo, agli inizi. Io ho avuto la fortuna di incontrare Francesco Virlinzi, un produttore che mi ha incoraggiata a scrivere le mie canzoni come Joni Mitchell e Ani DiFranco. Spesso, alle donne come agli uomini che fanno questo mestiere, viene tolta la possibilità di essere padroni della propria musica. Un cantautore ha valore per quello che esprime, non importa se la canzone non è abbastanza pop e non ha un ritornello. In Italia questo non lo abbiamo ancora capito: le canzoni devono avere l’apertura melodica, essere radiofoniche, avere per forza il “bridge” e il “riff”. Di queste cose ci hanno riempito la testa. Un tempo la grandezza di una canzone pop veniva dalla sua immediatezza. Oggi, le canzoni si costruiscono a tavolino, da cinque pezzi te ne fanno uscire uno solo, appiccicando la strofa di questo all’inciso dell’altro. E’ frustrante, per chi la crea, vedere che non c’è rispetto per la musica. Certi artisti validi non riescono ad emergere, me ne vengono in mente tanti che meriterebbero di essere ascoltati da un pubblico molto più vasto.
Oggi hai una tua etichetta discografica…
Sì, l’ho fondata con Maurizio Nicotra e si chiama Due Parole. Vogliamo muoverci su un terreno diverso da quello di Operazione Trionfo, soddisfare un nostro senso estetico…La prima band sotto contratto si chiama La Camera Migliore, sono di Prato e li abbiamo scoperti sentendoli suonare dal vivo. Il disco dovrebbe uscire a novembre, distribuito da Universal, ma senza pressioni: niente Sanremo, gli lasceremo il tempo di crescere.
Cosa contraddistingue il cantautorato femminile da quello maschile?
Le donne hanno una scrittura molto simile tra loro: leggendo i testi tradotti di Alanis Morissette e di Ani DiFranco mi sono accorta che dicono le stesse cose che dico io. Marina Rei esprime pensieri che avrei voluto dire io, e per cui non ho trovato le parole. Gli uomini, come De Gregori o Guccini, usano un linguaggio più diretto. Noi ricorriamo di più alle immagini, abbiamo un’inclinazione più poetica.
Prima hai ricordato Francesco Virlinzi. E’ di lui e della sua lotta contro il cancro che parli in “Mulini a vento”?
No, parlavo di mio zio che è morto l’anno scorso. Forse a causa della mia educazione cattolica, ho avuto una presa di coscienza abbastanza prematura del ciclo vitale e della precarietà dell’esistenza. Mi ha aiutato a cercare di dare un senso a quello che faccio, a non buttarmi via, a non rinunciare a me stessa per uniformarmi alla norma: in questo consiste l’eccezione. I cancri del mondo sono tanti: non conta tanto vincerli quanto combatterli, è la lotta in se stessa che dà valore alla vita.
Poi c’è l’altra faccia della religione, quella che descrivi in “Eppur si muove”…
Non mi sento di dover fare polemiche, ma è un dato di fatto che molte persone della mia generazione oggi ricorrono all’analista a causa di certi tabù e di certi retaggi ereditati dall’educazione cattolica. Oggi è ammissibile masticare l’ostia: ai tempi in cui ero ragazzina una mia compagna fu punita con una violentissima sberla per questo. A tredici anni, a causa dei miei seni sviluppati, le suore del paese mi trattavano come un demonio. Io sono profondamente religiosa: per questo mi spavento a vedere la fede cristallizzata in dottrina, gli alti esponenti del clero che sfoggiano ori e scarpe di Prada, mia nonna che venne rifiutata in una clinica gestita da suore, due anni fa, solo perché era cieca e dunque invalida. Tutto questo mi sa di razzismo e di intolleranza, l’opposto della cristianità. In terza media sono stata bocciata in musica: facevamo solo canti gregoriani e la mia insegnante diceva che ero negata…
In “Eppur si muove” il testo si accompagna imprevedibilmente ad una musica solare e scoppiettante. Devi amare molto i contrasti, i chiaroscuri…
E’ un altro insegnamento della musica brasiliana, loro sono abituati ad associare un commento sonoro allegro a testi molto tristi. Pensa a “Desafinado”.
Nel disco c’è una sola canzone d’amore, “Uva acerba”. Altri artisti sul tema amoroso ci costruiscono un canzoniere intero…
Non mi vergogno ad ammetterlo, non sono molto fortunata in amore. Oggi sono molto concentrata sul lavoro. Ma ho 28 anni e mi auguro di incontrare la persona giusta prima o poi, sono aperta e non mi creo pregiudizi. In quella canzone parlavo di una storia finita malamente. “Fiori d’arancio”, invece, è una metafora. Come Matilde e il professore di “Moderato in re minore”: sono due lati della stessa medaglia, due modi diversi di reagire di fronte alla solitudine. Forse per l’esempio familiare che ho avuto davanti, ho sempre visto la donna affetta da isteria, quando è messa alle strette. E l’isteria è una malattia tipicamente femminile, le carenze affettive creano panico e possono trasformarla in una patologia cronica che ti porta a maltrattare tutti quanti ti stanno intorno. Ho visto molti uomini accettare la propria condizione di solitudine senza colpevolizzare nessuno e sviluppare per questo un’intolleranza isterica. Non voglio generalizzare, per carità, ci sono uomini con l’utero e donne molto mansuete, ma ho sempre visto il sesso maschile vivere il suo dolore in maniera molto più discreta. Lo verifico anche nelle liti tra me e i ragazzi della mia band. Loro non si fanno mai prendere dal panico. Come mio padre, anche davanti alle cose più tremende come la morte di sua madre.
Hai detto di odiare i palasport, e di volere per questo tornare a suonare nei club…
Non riesco a concepire l’idea di un concerto davanti ad una massa di gente che tiene gli accendini accesi. Non amo le cose plateali e nel mio piccolo mi posso permettere di non farmi prendere da manie di grandezza. Mi rendo conto di non essere nessuno, in fondo, e di essere stata fortunata. Mi piace prendere spunto e imparare da chiunque: quando sento una canzone nuova di Raf o di Ligabue mi metto subito a impararla, così, per esercizio. Non ho snobismi: mi piaceva “Can’t get you out of my head” di Kylie Minogue e l’ho rifatta a modo mio. Non mi piacciono i palasport, è vero. Ma se è per questo non mi piacciono neanche le chitarre a punta giapponesi. Trovo volgari gli atteggiamenti da divo, le guardie del corpo, le cose che ti tengono lontano dalla vita vera. Sono un po’ come Matilde, in fondo.
(Alfredo Marziano)