Inaspettatamente loquace, il cantautore romano racconta il nuovo 'Il fischio del vapore', ma anche...

Chi l’avrebbe detto: Francesco De Gregori ha voglia di esporsi in pubblico. Parla volentieri con i giornalisti, si concede al rito delle conferenze stampa (l’ha fatto di recente in occasione delle avventure estive del “quartetto” con Fiorella Mannoia, Pino Daniele e Ron), va persino in televisione a far promozione. Una mutazione imprevedibile, la sua. Merito soprattutto dell’ultimo disco uscito quasi senza preavviso, “Il fischio del vapore”, collezione di canzoni popolari aggiornate in chiave elettroacustica che lo vede al fianco di Giovanna Marini, icona e musa del folk revival nostrano dai tempi eroici del Nuovo Canzoniere Italiano (roba di quarant’anni fa…). Dov’è finita la leggendaria ritrosia del Principe, vien subito da chiedersi (e chiedergli)? “Sono sempre sfuggito ai media, è vero”, ammette lui. “Ma questo disco meritava un’eccezione. E’ talmente controcorrente, talmente estraneo ai canoni commerciali odierni, che ha bisogno di una visibilità speciale: se io e Giovanna non ci rendiamo disponibili a spiegarlo e a farlo sentire in giro rischia di essere dimenticato”. Al telefono, Francesco è cordiale, loquace, puntuale nelle descrizioni e nei commenti. Magari resterà un’occasione rara, data la naturale riservatezza del personaggio. E non era il caso di farsela scappare…


Un disco come questo sembra destinato a “parlare” ad un paio almeno di generazioni. Ti sei chiesto se lo capiranno anche i più giovani, che di mondine, di Togliatti e forse anche di Pasolini hanno solo una vaga idea o non hanno mai sentito parlare?
Non lo vivo come un problema, a essere franco, ma condivido la curiosità di sapere come verrà accolto dai ragazzi di oggi. L’idea di fare un disco come questo, e di coinvolgere Giovanna Marini, mi è venuta una sera suonando al Palaghiaccio di Marino. Era una situazione strana, quella, e “L’attentato a Togliatti”, che con il gruppo avevamo spesso provato per divertimento, è venuta fuori così, senza motivo. La reazione positiva del pubblico mi ha fatto pensare di avere improvvisamente riaperto una finestra su una musica diversa da quella di oggi, con un ritmo desueto che fa “zum pa pa” e che però racconta cose reali. Io penso che un disco come questo possa suscitare curiosità in chi lo ascolta. Gli arrangiamenti sono assolutamente contemporanei, il linguaggio musicale è allineato con quello del pop odierno. Non abbiamo voluto fare un recupero accademico, né un’operazione d’archivio e polverosa. Non ne sarei stato neppure capace, e comunque non era intenzione né mia né di Giovanna. Mi auguro naturalmente che venda…

C’e anche un prezzo abbordabile che aiuta …
Si parla sempre male dei discografici, ma in questo caso debbo spezzare una lancia in loro favore: la Sony ha capito che in questo caso era giusto fare uno sforzo.

In pezzi come “Sento il fischio del vapore” l’arrangiamento robusto ed elettrificato sembra quasi riprendere il filo di certo folk-rock britannico tra i ’60 e i ’70…
E’ un genere che non conosco. Ho semplicemente chiesto alla mia band, che mi accompagna da anni, di suonare quelle canzoni come se le avessi scritte io. Mi sono venuti dietro spontaneamente, e con gran divertimento. Anche il batterista, che aveva teoricamente il compito più difficile, si è adattato immediatamente a questi moduli ritmici diversi. Lo “zum pa pa” classico, in realtà, è rimasto solo ne “L’attentato a Togliatti”: il resto è stato rielaborato dal gruppo in due o in quattro quarti, con grande intelligenza. E tutti, mi sembra, hanno dato il meglio di sé.

Nel disco è frequente il recupero dei canti tradizionali delle mondine. Hai avuto modo di ascoltare la rielaborazione che ne fecero qualche anno, nell’album “Matrilineare”, gruppi e solisti che ruotavano nell’orbita dei CSI e del Consorzio Produttori Indipendenti?
No, il disco non l’ho mai sentito, ma credo che loro abbiano affrontato la materia da un versante molto più sperimentale. Noi invece ci siamo limitati a riprendere in mano le partiture e a suonarle con lo spirito di oggi, utilizzando gli strumenti consueti per me e per il mio gruppo ma senza fare uno sforzo consapevole di aggiornamento. E’ stata un’operazione di una semplicità assoluta, in fondo…

Qualche purista potrebbe risentirsene?
Non lo so, magari qualcuno penserà che abbiamo commercializzato, deturpato una cosa sacra. Ma questo senso di sacralità mi è estraneo: per me le canzoni sono cose vive, che vanno continuamente rilette e rielaborate. Sicuramente un pezzo come “Bella ciao”, che è nato in risaia, non era in origine per voce e chitarra…ma ognuno fa bene ad utilizzare gli strumenti che ha a disposizione. Noi abbiamo voluto evitare anche quelli della tradizione colta, i liuti le concertine e via dicendo. In fondo, siamo una garage band. Qualcuno avrà da ridire? Io mi sento in pace con la mia coscienza.

“Bella ciao” l’ha cantata Santoro in TV, la cantano i ragazzi del Social Forum a Firenze…E’ per darle un significato diverso che avete deciso di recuperare la versione originale, nata anche quella dalle mondine?
La rilettura partigiana è quella che è rimasta nelle orecchie di tutti, ma io e Giovanna volevamo far conoscere quest’altra versione che, secondo me, è più bella sotto l’aspetto lirico. La “Bella ciao” dei partigiani è estremamente coinvolgente come canzone di lotta, come canzone politica. Ma per qualità poetica la versione delle mondine è più densa, più profonda. C’è, alla fine, quel verso straordinario che dice: “Ma verrà un giorno che lavoreremo in libertà”. Ricorda come queste donne fossero allora quasi in condizione di schiavitù. Ma è anche un verso attuale, perché ancora oggi c’è tanta gente, anche in Italia, che non lavora in libertà: pensa ai clandestini, sottopagati e in nero, che vengono impiegati per la raccolta dei pomodori.

E dalle risaie provengono molte delle canzoni che avete scelto di includere nel disco…
Sono state un punto di passaggio fondamentale della nostra musica popolare. Il lavoro nelle risaie ha rappresentato un grande momento di aggregazione collettiva, un po’ com’è stato per le piantagioni di cotone nel Sud degli Stati Uniti.

Già. Più difficile immaginare che qualcosa del genere potesse avvenire in fabbrica, dove il lavoro è altrettanto duro ma più alienato e parcellizzato. E l’ambiente è estremamente rumoroso.
L’operaio al tornio, se si distrae per cantare, rischia di rimetterci una mano….

Ricorre spesso il nome di Giovanna Daffini, mondina e cantautrice. L’hai conosciuta?
Non personalmente, no. Ma ho ascoltato i suoi dischi e la sua voce mi ha sempre sconvolto: proviene direttamente dal centro della terra, è di una bellezza e di una drammaticità straordinarie.

Cosa apprezzi in Giovanna Marini, invece?
La voce, innanzitutto. Anche Giovanna è una cantante straordinaria, con quella timbrica così poco consona al canto classico. Mi colpisce il suo modo di intonare le note, di scandire le parole, di prendere le pause: “I treni per Reggio Calabria” è una canzone difficilissima da cantare. Ma il suo non è stato solo un apporto vocale: la scelta dei pezzi è avvenuta di comune accordo, guidata da lei che ha una cultura in materia molto superiore alla mia. E i brani arrangiati in maniera più moderna, più estrema, sono farina del suo sacco. La versione più consueta de “Il feroce monarchico Bava” è giocata su due accordi di chitarra. Nel nostro arrangiamento invece c’è un’armonia fissa sotto la quale sono le voci a spostarsi, e questa è opera di Giovanna: è arrivata in studio e ha detto ai musicisti cosa dovevano fare. E i ragazzi della band erano felici di farsi dirigere da questa signora di 65 anni da cui erano completamente affascinati.

Ripeterete l’esperienza? Insomma, ci sarà magari una seconda puntata?
Nel lavoro io mi affido sempre alla spontaneità, e questo per me è già un capitolo chiuso. Certo, il bagaglio di esperienze è destinato a rimanere, e magari nel prossimo disco che farò certi elementi di questo lavoro riaffioreranno: ma non in maniera cerebrale, non in maniera programmatica. Quello che mi piacerebbe fare piuttosto è produrre un disco di Giovanna, che continua a scrivere canzoni, e canzoni molto belle. Mi sembra un progetto più a portata di mano: potrei essere un buon tramite tra lei e i musicisti rock, mi sentirei di mediare tra i due mondi. Intanto sto anche producendo un disco di mio fratello, Luigi Grechi.

Tu e Giovanna avete spiegato di aver scelto le canzoni dell’album seguendo un criterio di puro gradimento personale e piacevolezza musicale. Ascoltandole in sequenza, esiste un filo che le leghi tra loro?
Mentre lo incidevamo non ci pensavo. Ma riascoltando il disco mi pare di poter dire che se c’è un tema comune a molte canzoni dell’album questo è l’innocenza. Sono innocenti le mondine, sono innocenti Pasolini, e Sacco e Vanzetti, e gli emigranti che affondano sulla nave Sirio…

Innocenti e vittime, tutti quanti…
Sì. Ma dopo tanti anni è la loro innocenza a rifulgere di più. Quando guardo la fotografia di Sacco e Vanzetti che abbiamo riprodotto sul libretto del CD vedo le facce di due galantuomini, che però sono finiti su una sedia elettrica. Mentre facevo il disco, però, non pensavo a quel tema: pensavo esclusivamente ai suoni.

Molti dei fatti di cronaca raccontati dalle canzoni abbracciano un periodo storico che va da fine Ottocento agli anni ’70 del secolo appena concluso. E poi? Manca la prospettiva, la distanza storica sufficiente per affrontare episodi più recenti? O sono scomparsi piuttosto gli eredi dei cantastorie?
Ad un certo punto la musica è diventata industriale e ha privilegiato altri mezzi di comunicazione: si è cominciato a far dischi, ad ascoltare la radio. I tempi coincidono anche con gli inizi della mia carriera: a quel punto, cominciando a scrivermi i versi da solo, sono diventato un po’ parte in causa. Esistono canzoni importanti di commento sociale scritte dopo quel periodo: ad esempio “I morti di Reggio Emilia” o “Contessa”, che sono bellissime. Ma noi non abbiamo voluto fare un disco di canzoni di lotta. Abbiamo voluto fare un disco di canzoni popolari. E sicuramente con l’industrializzazione della musica la canzone popolare ha cambiato tono e spessore. A parte il mio pezzo, “L’abbigliamento di un fuochista”, e quelli di Giovanna, il brano più recente che abbiamo scelto è “Nina ti te ricordi” di Gualtiero Bertelli che, credo, risale a fine anni ’60 o ai primi ’70. Ma anche in questo caso non si è trattato di una scelta programmatica.

Non è che oggi la canzone pop ha più difficoltà ad interpretare ed esprimere il sentire comune?
Ma no, molte canzoni di oggi sono altrettanto popolari, nel senso che parlano al popolo. Cambiano i modi di comunicazione, perché oggi si passa attraverso la discografia, ma non i contenuti. Mi viene in mente “Vita spericolata”: è una canzone popolare che descrive in modo straordinario lo stato d’animo di una generazione. Se vai primo in classifica non sei più “popolare”? Forse è vero il contrario. Credo che lo spartiacque tra la canzone tramandata oralmente e quella diffusa attraverso i mezzi di comunicazione di massa possa essere fatto risalire alla nascita del festival di Sanremo e alla sua diffusione in TV. C’è stato indubbiamente un cambiamento di temperatura, in quegli anni, sia nel modo di scrivere canzoni che nel modo di ascoltarle. Ma sempre di musica popolare si tratta.

Quelle vecchie canzoni le hai messe in circolazione anche su Internet: tradizione e modernità…
Mi sembra un’evoluzione del tutto naturale, fisiologica, e non è la prima volta che lo faccio. Internet oggi è come il telefono, un mezzo a disposizione di tutti.

In certi paesi, ad esempio in Irlanda, è normale che la musica tradizionale venga rielaborata e assorbita nella produzione pop corrente. In Italia molto meno: non abbiamo più memoria storica?
E’ vero. E non è una bella cosa. Io spero, con un disco come questo, di aver lanciato un sasso nello stagno, ricordando a qualcuno che anche noi abbiamo un patrimonio di musica popolare straordinario e che si presta ad essere rielaborato. E’ un codice impresso dentro di noi.

Avevi familiarità con tutte le canzoni?
Sì, tranne un paio. Questa versione di “Sacco e Vanzetti” me l’ha fatta conoscere Giovanna.

Alcune le hai cantate la prima volta tanti anni fa, ai tempi del Folk Studio. Gli attribuisci un significato diverso, oggi?
Stiamo parlando di trent’anni fa….Comunque direi di no: adesso come allora le amo per la loro bellezza intrinseca. Fossero state brutte canzoni, non avrei fatto un disco come questo: invece sono belle melodie, e cantarle dà gusto. Le parole hanno un senso, e cantare con Giovanna è davvero divertente.

Lo hai detto prima: non avete voluto fare un disco politico. Sbaglierebbe, dunque, chi gli attribuisse un significato militante?
Io credo che si tratti di un’interpretazione sbagliata. Un disco militante sarebbe stato fatto di altre canzoni, ci sarebbero stati “I morti di Reggio Emilia”, “Contessa”, “La ballata di Pinelli”. Ma resta il fatto che il popolo è sempre stato di sinistra e che è difficile trovare una canzone popolare di destra. Come Togliatti, anche Mussolini, durante il Ventennio, è stato vittima di attentati, tre addirittura. Eppure non ci sono tracce di canzoni scritte su quegli episodi. Solo in questo senso “Il fischio del vapore” è un disco di sinistra.

Eppure molte canzoni sembrano gettare una luce su episodi di attualità politica. Molti hanno tirato in ballo il ritorno dei Savoia…
Lasciamoli stare, che hanno già i loro problemi da risolvere…E’ vero che molte canzoni – quella che racconta della nave di emigranti, o quella che parla di Sacco e Vanzetti e di pena capitale – restano di un’attualità sconvolgente. Gli innocenti esistono anche oggi, e anche oggi sono vittime.

Perché ti sei tirato fuori da alcuni brani?
Per rispetto al lavoro di Giovanna. Inutile aggiungere qualcosa ad un risultato che è già perfetto in sé. Così è stato per “I treni per Reggio Calabria”, per “Bella ciao” e per “Lamento per la morte di Pasolini”. Quest’ultima l’abbiamo anche provata insieme: ma mi è venuta fuori una voce da cantautore che non c’entrava nulla con il suono che doveva avere la canzone.

Quando hai scritto “L’abbigliamento di un fuochista” hai fatto uno sforzo consapevole di stare nel solco di una certa tradizione?
No, per quanto mi ricordi. Ma dopo averla scritta per l’album “Titanic”, nell ’82, mi resi conto che dovevo cantarla con Giovanna. E così avvenne. Ci conoscevamo dal ’70, ma quello è stato l’inizio ufficiale della nostra collaborazione. Per questo era giusto riprenderla anche in questa occasione.

Dell’Italia descritta nell’album abbiamo perso qualcosa? Forse la capacità di indignarci?
No, quella no. Mi pare che oggi siamo indignati a sufficienza. Ma sono mondi completamente diversi, quello di oggi e quello di allora, certe cose le abbiamo perse ed altre le abbiamo guadagnate. Comunque, non ho nessuna nostalgia di quell’epoca.

Ora tu e la Marini state preparando due concerti a Roma. Che ci sarà in scaletta?
Tutti i pezzi del disco. Poi Giovanna farà alcune canzoni sue con le tre cantanti con cui lavora normalmente e con cui si produce spesso in improvvisazioni straordinarie, tra il classico e il contemporaneo. Io ci metterò dentro qualcosa del mio repertorio: e magari alle canzoni de “Il fischio del vapore” ne aggiungeremo qualcun’altra.

Non avete materiale scartato dal disco tra cui pescare?
No, abbiamo registrato insieme “Viva l’Italia” ma l’abbiamo tolta perché era una canzone troppo programmatica, che non c’entrava nulla con il resto. E’ un pezzo troppo attuale: quando canto nei concerti un verso come “Viva l’Italia che resiste” mi rendo conto che viene naturale pensare ad un paese antagonista rispetto a questo governo…

Anche se in passato, come “Born in the USA” di Springsteen, era diventata una canzone ad uso e consumo di tutti, buona per tutte le stagioni…
E’ vero, ognuno l’ha indossata come ha preferito. Ma se sono io a cantarla davanti al mio pubblico, io e loro sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando. E in questo disco non c’era bisogno di una bandiera da sventolare.

Per promuovere l’album andrete anche in TV. Una scelta inattesa da parte di un artista riservato come te…
Andremo da Gianni Morandi, siamo stati invitati per il 30 novembre. Mi piacerebbe fare un paio di canzoni mie e un paio con Giovanna. Ma dobbiamo parlarne anche con lui, prima…Imbarazzi? Assolutamente no. Questo è un disco di cantastorie: e oggi il sabato sera da Morandi equivale ad esibirsi sulla piazza della chiesa o del comune cinquant’anni fa.

E’ un periodo in cui ti stai spendendo molto…Quasi in contemporanea esce il disco del “quartetto” con Pino Daniele, Ron e la Mannoia.
Non sono mai stato ritroso quando si tratta di collaborazioni artistiche, e quello è stato un incontro di una piacevolezza unica. Io e Pino, per esempio, non ci eravamo mai trovati di fronte: ed è stato bello scoprire che ogni sera sul palco scaturivano delle idee, delle scintille nuove. So che molti giornalisti, soprattutto all’inizio, l’hanno presa con scetticismo, come un’operazione puramente commerciale: ricordo una conferenza stampa terribile…Ma facevano male a non fidarsi: il divertimento è stata la motivazione principale, e sono state proprio le nostre diversità artistiche a rendere più gustoso il cocktail. Anche questo è passato, comunque. Il disco? Me ne sono disinteressato, è stato Pino ad incaricarsi dell’organizzazione e della produzione. Ma sono contento che ci sia in giro una testimonianza di quello che abbiamo fatto, come il vecchio “Banana Republic” con Lucio Dalla.

E che succederà adesso, dopo queste deviazioni di percorso?
Non so se possano davvero essere considerate tali. Sto facendo molti concerti, mi diverto a suonare e vado ovunque, nei teatri, nei palazzetti e nei piccoli club…

Una specie di “neverending tour”?
Lasciamo perdere questi paragoni, per favore. Il fatto è che con i musicisti del gruppo c’è ormai un rapporto quasi simbiotico. Ci ritroviamo in modo quasi automatico, ci divertiamo e non sentiamo la fatica. E dove ci chiamano a suonare, noi andiamo. Questo è il mio presente e il mio futuro immediato. Prima o poi metterò le mani a un disco nuovo: ma in che direzione andrò di qui in poi, proprio non ne ho idea.

(Alfredo Marziano)

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