La lussuria come filosofia di vita: la band svedese parla del nuovo 'In lust we trust'...

Se sul palco gli Ark puntano molto sul look da pronipoti di Ziggy Stardust, nella vita quotidiana preferiscono uno stile molto più contenuto. Ola Salo, Sylvester Schlegel e Leari, cantante batterista e bassista della band, si sobbarcano i doveri promozionali con nordica cortesia e abbigliamento piuttosto dimesso. Ola, frontman trasgressivo, non offre particolari spunti glam. Senza gli abiti da palco sembra un incrocio fra Woody Woodpecker e Dave Gahan dei Depeche Mode.
Tutti ci tengono soprattutto a sottolineare la fedeltà a certi principi fondamentali stabiliti fin dai tempi di Elvis Presley: sincerità, passione, voglia di comunicare col pubblico. La messinscena è un modo per preservare la tendenza all'esagerazione tipica del rock. Riusciranno a convincere nuovi adepti?


Perché avete scelto questo nome?
Ola Salo: Ci chiamiamo così perché abbiamo sempre sognato di essere qualcosa di più di un semplice gruppo. Avevo in mente proprio l'Arca della Bibbia quando ho scelto il nome della band. Del resto con un padre predicatore è difficile non essere condizionati.

Ola, come hai iniziato a fare musica?
Ola: Ho ascoltato musica pop per tutta la vita, l'ho scomposta e poi ho imparato a ricomporla. Scrivere una canzone discende dal fatto che alimenti un costante dialogo... o piuttosto un costante monologo con te stesso, non so. Insomma una struttura di pensiero. Certo devi essere molto sintetico, altrimenti sei fottuto. Se diventa troppo complesso non è più pop, è qualcos'altro. Devi essere semplice, definitivo. Creare una specie di slogan. La soluzione finale.

Il nuovo album si intitola "In lust we trust". Cosa intendete esattamente con questo slogan?
Sylvester Schlegel: Tutta la nostra filosofia è basata sul piacere, sulla libidine. La gente viene costretta a frenare i propri piaceri, si deve conformare a certi stereotipi di comportamento e noi vogliamo abbattere tutto questo. E' stupido dover reprimere la propria tendenza a raggiungere il piacere e penso che ognuno dovrebbe avere il diritto di dare sfogo alla propria libidine, indipendentemente da quale sia la sua visione del mondo. In un certo senso, è una dichiarazione di intenti fortemente politica.

Pensate che il rock sia il mezzo giusto per fare arrivare queste idee alla gente?
Sylvester: Il rock 'n' roll è un modo molto diretto per comunicare con il pubblico, è facile da capire. Esiste forse un manifesto politico che si possa cantare?
Leari: Il rock è sempre stato un modo per ribellarsi ai modelli di comportamento considerati accettabili. Chi ascolta rock 'n' roll in genere è qualcuno che cerca qualcosa di nuovo, un modo di comportarsi diverso da quello che gli viene imposto. Di solito, vuole cambiare il mondo.

Non pensate che anche il rock sia ormai una forma stabilizzata, a volte anche conformista?
Sylvester: In un certo senso, non è più provocatorio come era negli anni '60. La gente è molto più abituata a vedere capelli lunghi. Ma continua a essere un buon modo per esprimere idee ed emozioni e per ispirare il pubblico. Molti giovani continuano a trarre ispirazione dalle rockstar e dalle loro canzoni. E' vero però che è diventato molto più difficile riuscire a provocare. Comunque, noi non crediamo nella provocazione fatta per il puro gusto di farla, dietro deve esserci un'idea da comunicare. Se non hai bisogno di provocare per fare arrivare alla gente quello che vuoi dire, va benissimo lo stesso.

Quando si parla di voi, si tira sempre in ballo il glam rock degli anni '70. Avete dei modelli di riferimento fra i nomi di quel periodo?
Sylvester: No, nessun modello. Ovviamente gente come David Bowie ci ha influenzato, ma abbiamo ascoltato molto altro: psichedelia, punk, disco music, elettronica, metal...
Leari: Non ci interessa restare sul palco a guardarci i piedi, quello che facciamo è un 'concept' completo, che comprende la musica, i testi e la parte visuale, il modo di stare sul palco. Il glam rock era basato sulla stessa idea: pensa a David Bowie che si è creato un alter ego sul palco all'epoca di Ziggy Stardust. Quindi capisco perché il glam venga preso come riferimento quando si parla di noi.
Sylvester: Ci piace vestirci in modo vistoso sul palco e dare spettacolo. Dai tempi del glam non si sono viste molte cose del genere. In concerto tendiamo a esagerare le nostre emozioni perché sappiamo di dover intrattenere. Ma ci piace e tutto parte da un entusiasmo sincero. Vogliamo che chi ci viene a vedere abbia qualcosa da ricordare.
Leari: Comunque non fingiamo. Non sarebbe "arkish".

Avete registrato il nuovo album dopo il buon successo di "We are the Ark". Questo vi ha permesso di lavorare con più calma e più mezzi a disposizione?
Sylvester: Sì, abbiamo avuto più tempo per registrare e più soldi a disposizione. Inoltre, eravamo più preparati. Sapevamo esattamente ciò che volevamo fare. Abbiamo cominciato facendo demo per ogni canzone e siamo entrati in studio con le idee molto chiare. Sapevamo fin dall'inizio che l'album si sarebbe intitolato "In lust we trust" e ci siamo focalizzati su quest'idea.
Leari: "We are the Ark" era una specie di presentazione del gruppo. Questa volta volevamo dare un'immagine più completa del modo in cui suoniamo e scriviamo canzoni.
Sylvester: Siamo molto più affiatati dal punto di vista musicale, c'è qualcosa di speciale quando suoniamo insieme. Non credo che ci fosse questa intesa quando abbiamo registrato l'album precedente. E poi siamo consapevoli del fatto che con questo disco abbiamo un pubblico numeroso pronto ad ascoltarlo. Prima l'atteggiamento era: "ehi, abbiamo fatto un album, ascoltateci". Adesso sappiamo che c'è già molta gente interessata.

Oltre a rendervi più sicuri, questo vi ha messo anche sotto pressione?
Leari: E' ovvio che senti una pressione maggiore, ma non è un ostacolo, quando sei convinto di quello che fai.
Sylvester: Ci troviamo nella situazione che abbiamo sempre sognato: registrare un album sapendo già che la gente lo avrebbe ascoltato. Perfetto.

Siete sempre soddisfatti del vostro lavoro?
Ola: Dipende. Diciamo che creare una canzone, trovare gli spunti giusti è un processo affascinante: spesso hai la sensazione che gli altri siano molto più semplici di te. Meglio definiti, mentre tu sei dolorosamente complesso. Gli altri, tutti, sono più belli, più felici e più sani. Tu, al contrario, sei di continuo esposto ai mali del mondo

E quindi come ve la cavate?
Ola: L'unica possibilità che abbiamo è mostrare le nostre debolezze. Non credo che abbiamo altre chance. Se pensiamo di poter fare qualcosa di importante, dobbiamo trovare il coraggio di esporci, di rischiare. Io personalmente credo di avere qualcosa da dire. Del resto sono sempre stato un tipo pretenzioso. Da piccolo mi ispiravo a grandi personaggi come Lou Reed, Leonard Cohen. Credevo che sarei diventato importante almeno quanto loro.

Una sana dose di autostima...
Ola: Che poi si è scontrata con la realtà. Quando abbiamo cominciato a fare musica, cioè dieci anni fa, ci sentivamo molto incompresi. Non eravamo benaccetti. Eravamo famosi solo a casa nostra, e non ci bastava. Non eravamo nemmeno credibili: dicevamo cose trasgressive, ma non ci spingevamo mai oltre i limiti. E nell'ultimo decennio, quello dell'ironia e del cinismo esasperati, alla Tarantino, le vie di mezzo non erano ben accette.

E poi cos'è successo?
Ola: Abbiamo continuato a credere che la nostra musica avrebbe potuto avere un grande ruolo nel mondo del pop. Abbiamo sempre pensato di essere bravi. Eravamo ossessionati dai Doors e dai Queen: ci ponevamo come obbiettivo quello di diventare famosi almeno quanto loro.

Cosa sarebbe accaduto se "We are the Ark" fosse stato un flop?
Leari: A tutti piace suonare e quindi non penso che avremmo smesso. Suonare occupa una grande parte della mia vita.
Sylvester: Già, però ci saremmo trovati in una situazione molto difficile. Probabilmente saremmo stati costretti a ricorrere ai sussidi di disoccupazione o a cercare lavori che non avevamo nessuna voglia di fare. Avremmo dovuto ricominciare da capo. Siamo stati molto fortunati.
Leari: Comunque non mi sarei spaventato, ci sono già passato.
Sylvester: Certo, per anni abbiamo vissuto grazie al sussidio. Siamo abituati.

All'estremo opposto, pensate di potercela fare anche nel mercato più importante per il rock, gli Stati Uniti?
Sylvester: E' molto difficile, direi quasi impossibile. Ma se ci dovesse essere uno spiraglio, potrebbe anche accadere. Abbiamo scoperto che in ogni paese c'è gente potenzialmente interessata a quello che facciamo e penso che potrebbe esserci anche lì.

Che tipo di reazioni vi aspettate a "In lust we trust"?
Sylvester: Spero che il pubblico ne sia felice e scosso. E spero che arrivi sia a gente che lo ama che a gente che lo odia.
Leari: I testi di questo album sono molto diversi rispetto al passato. Qualcuno potrebbe non essere d'accordo con quello che diciamo. Prima, chiunque poteva ritrovarsi in pezzi come "It takes a fool to remain sane", stavolta non è così.

Da quali canzoni vi aspettate controversie?
Sylvester: Da "Father of a son", che parla del diritto degli omosessuali di adottare figli. Sono sicuro che nel vostro paese non tutti saranno d'accordo con quello che diciamo. Non credo che il Papa sarà contento.
Leari: Penso che sia un argomento interessante, perché la gente ancora oggi ha idee molto arretrate sull'omosessualità.

Perché avete deciso di affrontare la questione?
Sylvester: Da una parte ci rendiamo conto che molti hanno ancora un atteggiamento medievale rispetto a questo argomento. Dall'altra, c'è un risvolto personale, dato che Ola è bisessuale e in futuro potrebbe capitargli di stare con un uomo e desiderare dei figli. A noi sembra ovvio che tutti possano avere il diritto di crescere dei bambini, se li amano e sono in grado di crescerli.

In Italia siamo abituati a considerare i paesi del nord più aperti rispetto a questo argomento.
Sylvester: In Svezia molta gente ha un atteggiamento conservatore, ma fa finta che non sia così, si sforza di apparire liberale. Se parli con gli svedesi, ti rendi conto che per molti questa è ancora una questione difficile da accettare. La legge è cambiata da qualche mese, adesso gli omosessuali possono adottare bambini, ma non c'è un accordo generale sulla decisione. Comunque la gente è cambiata. E non grazie alla nostra canzone.

(Paolo Giovanazzi/Paola Maraone)

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