Una formula semplice e diretta, quella del gruppo spagnolo: energia musicale e parole di protesta...

Il buon momento dello ska-punk in Italia è confermato anche dal buon successo degli Ska-P, sestetto spagnolo che punta a fare scatenare il proprio pubblico con una formula semplice e diretta: massima energia, cori da stadio, testi anti-sistema. Senza nessuna pretesa di essere grandi artisti o raffinati ideologi, sanno come lanciare i loro slogan in modo efficace. Joxemi (chitarra), Luismi (batteria) e Pipi (seconda voce) affrontano le interviste con lo stesso atteggiamento che emerge dai loro dischi (il più recente è “¡¡Que corra la voz!!”). Se non lo avessero usato i Manic Street Preachers, il titolo “This is my truth, tell me yours” potrebbe essere il loro motto.

Nei vostri testi spesso affrontate temi politici e sociali in tono duro. Questo vi ha causato problemi?
Joxemi: Per ora no. Non siamo nel giro della televisione e delle grandi radio, restiamo nell’underground e in questa situazione non ci sono problemi con i nostri testi.
Pipi: Per fortuna, in Spagna la dittatura è finita da qualche tempo, c’è libertà di espressione e possiamo dire quello che vogliamo. E’ vero che non possiamo arrivare nelle reti televisive e radiofoniche più grandi, ma non ci sono problemi per questo: non ci interessa arrivarci.

Nell’underground però c’è chi fa notare la contraddizione fra il vostro spirito più o meno anarchico e il fatto di essere sotto contratto con una multinazionale come la BMG. Ricordo di aver letto commenti caustici su un sito spagnolo.
Joxemi: La decisione di lavorare con una grande casa discografica è stata presa solo perché volevamo fare arrivare la nostra musica a più gente. Comunque, non abbiamo la pretesa di convincere nessuno delle nostre ragioni. Chi viene ad ascoltarci capisce quello che diciamo.
Luismi: Le case discografiche tendono ad assomigliarsi. Alla fine, sia le indipendenti che le major vogliono guadagnare. Spesso con le indie ci sono più problemi, perché chiudono molto facilmente.
Joxemi: Il nostro modo di lavorare è comunque indipendente: suoniamo quello che ci pare e scriviamo i testi che vogliamo. Nessun discografico ci viene a dire che cosa dobbiamo fare. Ci sono etichette indipendenti che promuovono i gruppi facendosi sponsorizzare da grandi marchi, la Coca Cola o cose del genere. Sarebbe molto peggio essere in una situazione simile.
Pipi: Quello che ci interessa della BMG è che è in grado di fare arrivare i nostri dischi nei negozi, tutto qui.
Joxemi: E non sempre è stato così.
Pipi: Già. Il nostro primo disco è uscito per una piccola indie catalana e ancora adesso lo vendiamo ai nostri concerti, ad amici e parenti. Non avevamo voglia di continuare così.
Joxemi: Va anche detto che è il terzo anno che arriviamo in Italia e solo adesso sembra esserci un buon appoggio da parte della BMG. Fino a quando non vedono la possibilità di vendere, non ti prestano molta attenzione.

Forse c’è anche il fatto che non siete il gruppo ideale per dominare le classifiche. Non avete nemmeno l’aspetto da “artisti di punta”.
Joxemi: E’ chiaro. Anche la nostra storia non è certo quella delle superstar lanciate sul mercato con grandi mezzi. Prima degli Ska-P, abbiamo suonato tutti con band più piccole. Le cose si sono sviluppate in modo naturale.
Pipi: Siamo molto contenti del nostro percorso. I concerti sono stati fondamentali: ne abbiamo fatti un sacco. In Francia ad esempio abbiamo lavorato molto prima di raccogliere qualcosa.

Avete suonato con diversi gruppi italiani e il vostro nome compare fra i ringraziamenti nell’ultimo album dei Punkreas. Che ne pensate della scena italiana?
Joxemi: Pulpul, il nostro cantante, ha partecipato al disco dei Punkreas. Io non li conosco, ma dovremmo avere idee simili, penso.
Luismi: Comunque dobbiamo suonare insieme, ci sarà modo di conoscerci meglio.
Joxemi: I gruppi con cui abbiamo suonato mi sono sembrati buoni. Linea 77, Persiana Jones e Derozer mi hanno fatto una buona impressione, hanno molta energia.

In “Solamente por pensar” citate Carlo Giuliani. Avete seguito il caso degli scontri durante le manifestazioni di Genova e l’ipotesi che la polizia abbia fabbricato prove false contro i manifestanti?
Joxemi: E’ successo anche a Barcellona.
Pipi: Certo, usano qualsiasi pretesto per picchiare, che sia vero o no.
Joxemi: L’obiettivo è quello di usare l’argomento della violenza per criminalizzare tutto il movimento, in Spagna come in altri paesi del mondo.
Pipi: Così, possono mostrare le immagini dei politici a congresso e la violenza nelle strade. Quello che non viene detto è che c’è molta gente che discute e lotta per cause giuste. Ma tutto passa in secondo piano, preferiscono mostrare scene di teppismo.
Luismi: E in questo modo giustificano la repressione.

Pensate che scrivere canzoni su questi argomenti possa essere un modo per dare voce a queste idee?
Pipi: Nel caso di Carlo Giuliani, si tratta solo di un omaggio a tutta quella gente che continua a lottare per le proprie idee.
Joxemi: Non abbiamo una formula per cambiare il mondo, e non è possibile farlo con la musica. Però si possono comunicare dei punti di vista che possono spingere i ragazzi a informarsi o a guardare le cose in modo diverso, come accadeva a me quando leggevo i testi dei Clash, ad esempio.

Nella vostra musica ci sono accenni al folk e nell’ultimo album compare anche una fisarmonica. Pensate sia necessario aprirsi a stili diversi, visto che ci sono ormai moltissimi gruppi che suonano ska-punk e può esserci il rischio che diventi ripetitivo?
Joxemi: Per noi è normale, perché siamo cresciuti ascoltando musica popolare spagnola e messicana e quindi ci piace mescolare tutto questo con il punk.
Pipi: Che sia punk o popolare, quello che importa è che una canzone ci piaccia. Quanto al fatto che lo ska-punk possa diventare ripetitivo, be’, può succedere. Come ci sono molti che scrivono canzoni d’amore, ci sono anche molti gruppi punk, e continuano a nascerne. Alla fine, sarà la gente a decidere cosa preferirà ascoltare.
Luismi: Col passare del tempo, può sempre succedere diventare noioso uno stile che oggi ti colpisce. Ma per adesso non vedo segnali del genere.

Joxemi ha una maglietta dei Clash. Oltre a loro, quali altri gruppi vi hanno spinto a suonare?
Joxemi: La Poja, Sex Pistols, Ramones, Rancid... Se non ci fossero stati questi gruppi, non esisteremmo.

In alcuni dei vostri pezzi sento qualcosa dei Mano Negra.
Joxemi: Anche loro sono stati una grande influenza.
Luismi: Uno dei migliori concerti che ho visto è stato quello dei Mano Negra. E’ stata una delle più grandi serate della mia vita, oltre a quella del giorno in cui mi sono sposato.

Nei concerti punk è normale che si faccia stage-diving o moshing. Gruppi come i Fugazi sono molto intransigenti e chiedono sempre di evitare comportamenti che possono causare infortuni, arrivando anche a smettere di suonare. Voi che ne pensate?
Joxemi: Non abbiamo nessun problema se qualcuno vuole salire sul palco, urlare al microfono, ballare. Ci possono essere guai quando sale troppa gente sul palco: una volta in Francia la struttura ha ceduto. Quando ci accorgiamo che c’è un pericolo del genere, ci fermiamo. Ma di solito lasciamo che i ragazzi facciano quello che vogliono e ci mettiamo d’accordo con la security perché li lascino salire sul palco.
Pipi: Se ti butti dal palco durante un concerto punk, sai già che la gente sotto ti prenderà, sono tutti abituati a queste cose, non c’è grande pericolo. E comunque, è impossibile tenere completamente sotto controllo quello che fa il pubblico.

Prossimi progetti?
Pipi: Abbiamo un sacco di concerti in Europa. A settembre torneremo in Spagna e poi partiremo per l’America. Dovremmo andare anche negli Stati Uniti, se ci lasciano entrare.
Luismi: Il nostro futuro sono chilometri, chilometri e chilometri. Di sicuro, quando tornerò a casa, la mia bambina avrà già un fidanzato. E anche mia moglie lo avrà.

Che problemi potreste avere a entrare negli Stati Uniti?
Luismi: Molti dei nostri testi sono contro l’imperialismo americano e lì non concedono facilmente l’ingresso a chi ha idee poco gradite alle autorità.
Pipi: Comunque sappiamo che c’è molta gente negli Stati Uniti che è d’accordo con noi.
Joxemi: A me interessa di più tornare in Messico o in Cile. Non amo molto gli Stati Uniti.

(Paolo Giovanazzi)

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