Sul palco, Alec Empire è una presenza minacciosa, una specie di Iggy Pop meno devastato ma molto più rabbioso, un urlatore intento a sovrastare il frastuono implacabile delle basi dei suoi Atari Teenage Riot. Fuori dalle scene, è un conversatore pacato, pronto a spiegare le idee dietro al suo nuovo lavoro dal solista “Intelligence and sacrifice”, un doppio CD diviso fra aggressione e sperimentazione. Inevitabilmente, il discorso è caduto anche sugli Atari e sulla tragica morte di Carl Crack, membro fondatore della band distrutto dai problemi psichici. In termini di mitologia rock, una vicenda quasi da manuale. Ma Empire non ha intenzione di concedere nulla alla mitizzazione. Cominciamo dalla domanda che probabilmente ti rivolgono più spesso: che ne sarà degli Atari Teenage Riot?
In effetti ce lo chiedono in molti, soprattutto i fan. Il fatto è che non ho una risposta precisa. Non abbiamo ancora trovato una soluzione, però la stiamo cercando. Nel 2000 ci siamo presi una pausa perché il successo aumentava ma i nostri problemi stavano peggiorando. Carl soffriva di attacchi psicotici, io ero in cattive condizioni di salute, Hanin è rimasta incinta e quindi ci sembrava il momento di fermarci e non pubblicare niente di nuovo fino al 2003. Ho detto al gruppo che avevo intenzione di registrare il mio disco da solo e andare in tour. Avevo molte idee che volevo realizzare, compresa quella di scrivere pezzi nuovi per il prossimo disco degli Atari senza scadenze fisse. Poi Carl è morto a settembre e ora non sappiamo cosa fare. Probabilmente è meglio lasciare passare un po’ di tempo prima di prendere decisioni. Adesso si tratta ancora di una situazione emotiva troppo forte. Non so cosa succederà: forse resteremo in tre, forse cercheremo altri.
L’album dal vivo uscito nel 2000 è pressoché inascoltabile, una tempesta di rumore.
“Live at the Brixton Academy” fotografa la situazione della band in quel momento: non ci sono parti vocali, è il suono del gruppo che si sta sfasciando. In un certo senso, è stato divertente pubblicarlo, era un modo per spiegare ai fan che ci trovavamo in quello stato e che quindi non aveva senso insistere. Meglio fermarsi per un po’ di tempo.
“Intelligence and sacrifice” è invece un disco molto più articolato. Viene presentato come il tuo primo album solista vero e proprio, anche se ne hai pubblicati altri in precedenza. Lo consideri un nuovo punto di partenza?
Considero questo il mio primo album semplicemente perché mi sono preso tutto il tempo necessario e ho sviluppato tutte le idee che volevo. Anche il metodo di produzione è stato diverso rispetto a quello che ho utilizzato in passato, sono arrivato a usare 120 piste per ottenere un suono più potente, mentre i dischi degli Atari sono sempre stati realizzati con mezzi molto più limitati. L’approccio lo-fi/punk degli Atari Teenage Riot era una dichiarazione di intenti che era necessario fare. Ora penso che, se riesco a fondere nel modo giusto elettronica e strumentazione rock, posso ottenere un suono molto più incisivo. Per la prima volta penso di essere riuscito a inglobare elementi diversi ed evitare che la musica sembri una specie di collage, una cosa che accade invece nei dischi degli Atari: lo stile è molto personale, ma è facile vedere da dove arrivano i diversi pezzi che lo compongono. Questa volta mi sembra che il risultato finale sia qualcosa di unico, che non si può ricondurre ad altro.
Non temi il rischio della sovrapproduzione, di appesantire quello che fai o di perderti in troppi dettagli tecnici?
No, perché ho ancora un approccio punk a quello che registro, non cerco in nessun modo la perfezione tecnica. Nel secondo CD di “Intelligence and sacrifice” ho usato un metodo più vicino al jazz, scrivo alcune parti e poi lascio il resto all’improvvisazione. In questo modo non rischio di fare musica basata solo sulla tecnica.
Il primo CD del tuo album ha buone potenzialità per farsi notare sul mercato americano e colpire il pubblico di gruppi come i Nine Inch Nails, ad esempio. Hai considerato la possibilità di diventare una rockstar?
Rockstar? Sì, sono pronto (risata). No, in realtà non ho mai fatto considerazioni del genere. In Giappone abbiamo avuto molto successo, non bado molto a questo. Io vado per la mia strada e se c’è molta gente che mi segue, tanto meglio. Non ho intenzione di scendere a compromessi con la mia musica per ottenere più successo. Ho lavorato con un sacco di artisti, da Björk agli Arsonists, mi sono rivolto a fasce di pubblico differenti. Ecco, posso dire di avere sempre cercato questo obiettivo, riuscire ad arrivare a gente diversa. Penso che sarebbe noioso continuare a suonare per la stessa audience underground per quindici anni consecutivi.
Qualche anno fa mi avevi detto che ti sarebbe piaciuto remixare James Brown. Adesso quali sono i tuoi desideri da remixer?
Mi piacerebbe remixare Michael Jackson e Prince. Jackson è un personaggio interessante, con la sua immagine pubblica, quella faccia devastata… Sarebbe bello prendere la sua voce e ricostruirla, avrei molte idee. Penso che dovrebbe affrontare il fatto che il suo disfacimento faccia sensazione. Verrebbe accolto con molta più attenzione se dicesse: “Ok, sono una vittima dell’industria musicale capitalista, guardatemi”. Sarebbe meglio se si presentasse così, invece di nascondersi e coprirsi la faccia: è triste, perché tutti sanno comunque cosa gli sta accadendo dietro le quinte. Sarebbe una bella sfida. Mi piacerebbe anche fare qualcosa con gli Oasis, nella vena di album dei Beatles come “Sgt. Pepper” o il “White album”.
Ma credi davvero che Michael Jackson si possa considerare come una vittima dell’industria musicale?
Se prendiamo in considerazione il suo conto in banca, probabilmente no (risata).
Il tuo lavoro con gli Atari Teenage Riot ha sempre avuto una connotazione politica radicalmente anticapitalista. Pensi che questo possa in qualche modo ostacolarti sul mercato statunitense, data la situazione politica attuale e le posizioni dell’amministrazione Bush?
Negli Usa il disco uscirà a settembre, quindi non posso dire ancora niente di preciso. So però che molta gente in America non è affatto d’accordo con la politica di Bush. Comunque, non sono disposto a cambiare le mie idee per essere più allineato con l’establishment. Non sono affatto antiamericano, molte delle mie posizioni sono vicine agli ideali americani originari. Penso che ci sia molta gente negli Stati Uniti in grado di capirlo.
La morte di Carl Crack ovviamente ti ha toccato molto, visto che vi conoscevate da tempo. Ha in qualche modo toccato anche la tua musica?
Ho finito l’album prima della morte di Carl e non ho più scritto molto da allora. Non so se questo toccherà la mia musica, anche se ovviamente mi ha scosso molto.
Se non ti dà fastidio l’argomento, come sono andate le cose esattamente?
Carl soffriva di improvvisi cambi di personalità, un male molto simile alla schizofrenia. Stava peggiorando e per lui era un grosso problema, perché in qualsiasi momento poteva capitargli di diventare un’altra persona: sul palco, quando se ne stava da solo o in qualunque altra situazione. Quando rientrava nel suo stato normale, non ricordava niente di quello che gli era capitato, ma per chi gli stava accanto era difficile tenere i rapporti con lui dopo averlo visto agire in modo minaccioso o violento durante una crisi. Nessuno riusciva più a comportarsi come se nulla fosse accaduto, ovviamente. Per questo motivo Carl aveva deciso di intraprendere un lungo periodo di cura e questa alla fine è stata la ragione principale che ci ha convinti a fermare l’attività degli Atari Teenage Riot. Abbiamo continuato a tenerci in contatto e gli abbiamo assicurato che poteva prendersi tutto il tempo che gli ci voleva, lo avremmo aspettato. Ci scrivevamo e le sue lettere erano molto positive, nelle ultime ci scambiavamo opinioni sulle prossime cose da fare con gli Atari. Non mi aspettavo proprio che finisse così ed è stato molto difficile accettarlo.
(Paolo Giovanazzi)