Con il loro album d’esordio, "Parachutes", questi quattro ragazzi
inglesi hanno letteralmente conquistato il mondo. Sono i Coldplay, che
dopo aver venduto cinque milioni di copie da una parte all’altra del
pianeta, portato a casa premi come due Brits e un Grammy per il miglior album alternativo, adesso sono di nuovo in pista.E’ appena uscito l’attesissimo “A rush of blood to the head”, secondo capitolo discografico del gruppo. In occasione dell’unica data italiana della band, tenutasi lo scorso luglio a Roma, abbiamo parlato del disco, e di tante altre cose, con il cantante Chris Martin.
Sarà anche per il successo di pubblico e di critica del precedente “Parchutes”, ma il vostro secondo disco si è fatto attendere parecchio…
E’ vero. Questo lavoro ci ha tenuti impegnati per ben dieci mesi, per noi tutti è stata davvero molto dura. Così tanto che adesso fare promozione in giro per il mondo ci sembra quasi una vacanza. E per fortuna non sentiamo alcun tipo di pressione.
Perché avete impiegato tutto questo tempo a realizzare “A rush of blood to the head?
Perché non eravamo soddisfatti. Abbiamo iniziato le registrazioni a Londra nell’ottobre del 2001 e a Natale era già tutto finito. Tutti erano contenti tranne noi. Avevamo la sensazione che le cose fossero filate troppo lisce. Qualcosa non andava e non avevamo voglia di farlo uscire solo per sfruttare l’onda del successo.
E quindi…
Abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo capito che non andava bene proprio niente. E ci siamo trasferiti in America, dove siamo riusciti a trovare la giusta concentrazione, quella che a Londra ci mancava.
Tutto si è allungato anche perché abbiamo fatto i conti con un aspetto del successo: le distrazioni. A casa, dove siamo più famosi, tutto contribuiva portarci con la testa altrove. In America, eravamo noi e basta. Lì qualche pezzo lo abbiamo conservato, altri no. La terza parte del lavoro comunque, quella della rifinitura audio, l’abbiamo terminata in Inghilterra.
Ma il successo vi ha cambiati?
No, noi sostanzialmente siamo rimasti quelli di sempre. Se pensassimo di essere i migliori perché le cose vanno bene saremmo dei perfetti idioti. Però vogliamo continuare a fare le cose a modo nostro.
E cioè?
Vogliamo continuare a pensare alla qualità e alla sincerità di ciò che facciamo e non ai numeri e ai soldi. Abbiamo il controllo del cento per cento sul nostro lavoro e non vogliamo rinunciarci. Non siamo una band che può essere manovrata, noi ci occupiamo di tutto: dall’incisione ai video, alla grafica. E abbiamo 4-5 collaboratori di cui ci fidiamo ciecamente.
Come funzionano i rapporti all’interno del gruppo?
Fra di noi non ci sono dittatori, ogni decisione viene presa di comune accordo. Sempre.
Come presentereste questo album?
Onestamente per me è molto difficile parlare della nostra musica. Di sicuro posso dire che parla di me e della mia vita e, inevitabilmente, anche di quella di altra gente. Ma non credo sia importante sapere da dove nasce e perché, dato che in fondo è un po’ come quando si incontra una bella donna: se ti attrae non pensi mai se viene dall’Alaska o dall’America. Ti piace e basta. Insomma, non dico altro: sarebbe come chiedere ad un criminale di giudicare ciò che ha fatto…
Allora facciamo così: diciamo che ci avete messo l’anima?
Di sicuro. Abbiamo fatto questo secondo disco come se ogni giorno fosse l’ultimo, cercando di metterci tutto quello che potevamo e anche di più.
Si sente. Infatti è un disco più energico e graffiante del precedente e con “Politik”, che lo apre, vi siete dati anche all’impegno sociale…
E’ vero, forse è più energico. Ma non dovevamo rispettare alcun impegno stilistico, quindi… Per quanto riguarda il discorso politico di quel pezzo dico soltanto, visto che non mi piace spiegare ciò che canto, che si parla di alcune regole per comportarsi bene a questo mondo. Stop.
Quel brano ha un impatto sonoro molto forte, nuovo per voi…
Sì. Da quel punto di vista è la canzone più importante. E’ stata registrata a settembre e ho potuta provarla e riprovarla a casa a tutto volume perché non c’erano i vicini a lamentarsi… Mi sono scatenato!
E com’è nata la lenta e struggente “The scientist”?
Quella, come “The wishper” e “Daylight”, è stata composta nel giro di due settimane. Tutte e tre le abbiamo registrate molto velocemente. “The scientist” parla delle relazioni che finiscono e come ti senti miserabile quando tutto quello che hai tanto amato non c’è più.
Si dice che Ian McCulloch di Echo and the Bunnymen vi sia stato molto vicino, dandovi parecchi consigli.
Sì, molto. I suoi lavori mi sono sempre piaciuti tanto, anche se per ragioni di età ho scoperto tutto quello che ha fatto da adulto. Io sono cresciuto con gli A-Ha perché quando andava forte gente come Joy Division, New Order ed Echo and the Bunnymen avevo soltanto sette anni. Comunque, i suoi pezzi li abbiamo suonati spesso dal vivo e lui l’ho conosciuto, e siamo diventati amici, durante un tour all’estero in sostegno della campagna di un cambiamento delle regole del commercio mondiale.
Una causa che vi sta molto a cuore...
Sì, tutta la band appoggia questo movimento di idee. Siamo contrari alla globalizzazione e alle politiche economiche delle multinazionali. Adesso il Nuovo Impero Romano o Britannico si basano su aziende planetarie che pensano soltanto a vendere qualcosa.
Che musica ascoltate?
A me personalmente adesso piacciono Oasis, White Stripes, U2, PJ Harvey, Strokes e Muse. In passato ho sentito molto Nick Cave, Cure, New Order e tanti altri. Il problema è che c’è tantissima musica in giro e spesso quella brutta nasconde quella buona. Però c’è ancora spazio per trovare quella che merita, quella fatta da chi ha qualcosa di buono da trasmettere.
Come sarà il vostro futuro?
Non mi piace parlarne. Abbiamo in programma un tour di un anno e mezzo in giro per il mondo e potremmo cascare con l’aereo, quindi…
Come?
E’ vero. Non sono ossessionato dalla morte, ma tutti noi siamo consapevoli che potrebbe accadere. Trecento aerei in un anno, alzano le probabilità… Farete qualche duetto o collaborazione speciale?
No. A me fanno venire in mente una persona sposata che dorme con qualcun altro.
(Andrea Scarpa)