Hanno corso controcorrente, rinverdendo i ruggenti Sixties di Faces e Stones e il fiammeggiante Southern rock anni ’70 di Allman e Lynyrd Skynyrd in un periodo in cui tutta l’attenzione dell’industria musicale era tutta rivolta al pop effimero da classifica (e i loro primi due album, “Shake your money maker” e “The southern harmony and musical companion”, sono diventati due simboli del rinascimento rock anni ’90). Si sono costruiti mattone su mattone una solidissima reputazione live che li ha portati a condividere i palcoscenici del mondo con Jagger e Richards, con Dylan e Neil Young ma soprattutto con l’ex Zeppelin Jimmy Page, protagonista con loro di una breve e incandescente stagione di concerti. Poi – la decisione era nell’aria, ma è ufficiale solo da poche settimane – hanno premuto il pulsante di pausa (ma nell’ambiente c’è chi parla di scioglimento definitivo…), logorati da quindici anni di vita on the road, da un turnover che è indizio di forti inquietudini interne al gruppo e, chissà, anche dalle loro fortune discografiche in declino. Mentre i Black Crowes rompono le righe e cominciano già a sparpagliarsi in altre direzioni (il più lesto è stato il vocalist Chris Robinson, protagonista di una serie di concerti acustici e già al lavoro su un album solista) il commiato viene affidato, opportunamente, ad un album (doppio) dal vivo, curato personalmente dal chitarrista Rich Robinson. Che del presunto divorzio e di faccende familiari non vuole parlare (così ci avverte prima dell’intervista una solerte addetta della V2 americana), ma che per il resto è assai disponibile a sottoporsi al fuoco di fila delle domande di Rockol. .
E così, lo comunica anche il vostro sito Internet, i Black Crowes hanno deciso di tirare il fiato. Hai già pensato a cosa fare, mentre la band si prende un periodo di riposo?
Come gli altri membri della band, anch’io ne approfitterò per dedicarmi ai miei progetti personali. Ho già pronta qualche canzone nuova, ho prodotto dei demo per un paio di artisti, magari lavorerò di nuovo ad una colonna sonora come ho fatto lo scorso anno con grande soddisfazione personale. Sto anche collaborando con la Filarmonica di Los Angeles alla stesura di una partitura che si potrebbe definire di world music. L’idea è di reclutare i musicisti più diversi e di usare i più vari strumenti folk di origine africana, indiana, egiziana, asiatica. E’ un progetto ambizioso e ci vorrà almeno un anno per portarlo a termine, ma ci siamo già messi al lavoro: lentamente, ma con costanza. Il risultato finale sarà un concerto che dovrebbe tenersi alla nuova Disney Hall di Los Angeles e forse anche alla Carnegie Hall di New York e che stiamo anche pensando di filmare come documento. Forse ci suonerò un po’ di chitarra, ma soprattutto mi dedicherò ad altri strumenti acustici che ho collezionato nel corso degli anni imparando a strimpellarli da autodidatta: il dulcimer, lo shamsen (uno strumento folk giapponese), il sitar, il sarod.
E le nuove canzoni che hai composto, dove finiranno?
Come mio fratello Chris, che sta lavorando al suo primo disco da solista, anch’io sto pensando di allestire una nuova band in prospettiva di un nuovo album. Ho voglia di divertirmi un po’: quando suoni con le stesse persone per quindici anni è salutare prendersi una pausa di tanto in tanto, lavorare con altri musicisti e provare a fare qualcosa di diverso. In questo periodo, per esempio, mi trovo spesso con Steven Williams, un batterista che ha lavorato con Sade e con Keith Richards. Ma questo non vuol dire che sarà lui a suonare sul mio prossimo disco.
Dunque il nuovo live dei Black Crowes si può considerare come la chiusura di un ciclo?
Sì, esattamente.
I pezzi li hai scelti tu personalmente…
Tutte le registrazioni provengono dai concerti di Boston dell’anno scorso che hanno chiuso il nostro ultimo tour mondiale. Qualche giorno prima avevamo deciso che sarebbe stato interessante registrare gli show e così abbiamo piazzato un camion attrezzato di studio mobile nel parcheggio. Avevamo a disposizione quasi cinque ore di musica, e nel selezionare i pezzi ho badato alla qualità delle esecuzioni ma anche alla costruzione di una scaletta che risultasse interessante come quella di un concerto. Credo che anche chi non ci conosce, ascoltando l’album, possa farsi un’idea abbastanza precisa di come suoniamo dal vivo.
Sembra anche che tu ti sia preoccupato di rappresentare adeguatamente tutti i capitoli della produzione discografica dei Crowes…
Lo facciamo sempre anche in concerto, suonando due ore e mezza per volta e cambiando scaletta ogni sera. La sequenza, come in tutti i nostri dischi, è importante. C’è chi usa alternare pezzi lenti a pezzi veloci, hits a brani meno famosi. Per me si tratta di dare le pennellate giuste che permettano di apprezzare l’insieme come un quadro omogeneo. In realtà già in passato avevamo registrato degli show in vista di una possibile pubblicazione: due o tre sere alla Royal Albert Hall di Londra durante il tour di “Amorica”, cinque date al Beacon di New York, e altre ancora. Ma poi, ogni volta, succedeva che io e Chris avessimo delle nuove canzoni pronte e decidessimo che era meglio andare in studio ad incidere un nuovo album. Dato che stavolta non avevamo altri progetti in cantiere, questa era l’occasione buona per un disco dal vivo.
Ultimamente il suono dei Black Crowes sembrava essersi fatto più duro, più rumoroso. Molto diverso da quello, più psichedelico e rilassato, di precedenti concerti anche in Italia ….
Dipende in genere dallo stato d’animo in cui ci troviamo. Abbiamo sempre amato cambiare, tutti i nostri dischi e i nostri tour in fondo hanno avuto un suono differente, da una volta all’altra scegliamo anche amplificatori diversi. Il nostro periodo psichedelico rappresentava un aspetto della nostra personalità musicale che a un certo punto è emerso spontaneamente dalla band.
E qual è la direzione musicale delle tue nuove canzoni, invece?
Ho sempre scritto le musiche del gruppo, e quindi è facile immaginare che il sound non sarà troppo dissimile da quello dei Crowes. Il concetto non è diverso: anche il mio sarà un disco sostanzialmente elettrico.
Ovvio chiederti cosa ti è rimasto dell’esperienza al fianco di Jimmy Page…
E’ stato fantastico, naturalmente, anche perché non è che Jimmy si sia messo in cattedra ad insegnarci come si suona una chitarra: piuttosto, lui è un musicista così ispirato che osservarlo suonare da vicino ha finito per ispirare anche noi. Suona con un tale fuoco e una tale passione, il suono che scaturisce da quelle mani è talmente incredibile…Noi siamo cresciuti con le canzoni degli Zeppelin e le conoscevamo a memoria, e credo che questo abbia contribuito a dargli una grande tranquillità mentale. Suonare al suo fianco, per noi, è stato del tutto naturale.
Quali sono stati i tuoi momenti preferiti, in quei concerti?
Mi piaceva molto suonare “Ten years gone”. E poi “The wanton song”, “In the light”, “Nobody’s fault but mine”. Ma anche pezzi più vecchi come “Celebration day”.
I Crowes hanno anche fatto da spalla a gente come Neil Young e Bob Dylan, recentemente, e prima ancora agli Stones. Anche da loro avete imparato qualcosa?
Beh, non abbiamo collaborato musicalmente o improvvisato insieme sul palco, ma abbiamo finito comunque con il frequentarci durante i tour. Vedere Neil Young, l’estate scorsa a Brescia, tenere 15 mila persone con il fiato sospeso con il solo aiuto di una chitarra acustica è stato molto istruttivo: il suono che esce dal suo strumento è incredibile, potentissimo. Ed è stato davvero impressionante vedere tutta quella gente che cantava le sue canzoni parola per parola: una cosa da mettere soggezione. Anche aprire per Dylan, l’estate scorsa prima di venire in Europa, è stata una bella esperienza. Quando facevamo da supporter per gli Stones, io e Chris finivamo per uscire ogni sera con Keith Richards. E mentre loro suonavano noi eravamo letteralmente ad un metro da Charlie Watts. Allo stesso modo, Mick, Keith, Woody e Charlie se ne stavano seduti nelle vicinanze del nostro batterista durante il nostro set, e ogni tanto si alzavano per guardarci e salutarci: un vero spasso.
Sembra che la musica dal vivo sia tornata in auge, soprattutto negli Stati Uniti. Ci sono molte band in giro, oggi, che basano il loro fascino più sul suono live che sull’aspetto esteriore o sulla capacità di sfornare hit single come accadeva nel periodo d’oro del teen pop. Non era così, quando voi avete cominciato a fine anni ’80…
No davvero, la gente sembrava interessata solo alle pin-up e si spendevano milioni di dollari per produrre dischi che “suonassero” nel miglior modo possibile. Per noi non è mai stato così: si è sempre trattato di mettere insieme una buona band, di suonare al meglio e di dare al pubblico ciò che desidera ascoltare.
Dunque ti senti più a tuo agio nell’ambiente musicale di oggi?
Sì, direi di sì.
Nel compilare l’album dal vivo avevi in mente qualche live classico della storia del rock and roll? E quali sono i tuoi dischi dal vivo preferiti?
No, nessun riferimento preciso, volevo soltanto dare al pubblico un’idea di come sono i Black Crowes dal vivo. Per questo non ci sono sovraincisioni: si tratta di un live nudo e crudo, errori compresi. I miei preferiti? “Live at Leeds” degli Who, “Get yer ya ya’s out” dei Rolling Stones. Ma anche tanti bootleg...
E a quale tipo di musica sei interessato oggi?
Ho appena scovato un bellissimo disco di ju-ju, musica africana registrata in intervalli diversi tra il 1936 e i primi anni ’50. E’ davvero fenomenale, ed è qualcosa che vorrei cercare di incorporare nella nuova musica che sto componendo.
Ti piacciono le nuove band rock and roll come i White Stripes o gli Strokes?
Sì, gli Strokes mi piacciono, soprattutto il loro EP. Dei White Stripes apprezzo l’approccio diretto, l’energia. Ma negli Stati Uniti quel tipo di suono è stato sulla cresta dell’onda per un secondo ed oggi è già scomparso: davvero strano. Negli USA il rock and roll è diventato un genere suonato da un gruppo molto ristretto di musicisti. Eppure è una musica che proviene dal jazz, dal blues, dal country e dal folk e che è sempre stata il prodotto di una mescolanza di generi, per quanto gli idioti che lavorano nelle case discografiche cerchino di affibbiargli un’etichetta. Non ha niente a che vedere con gli azionisti delle società multinazionali che cercano di far fruttare i loro investimenti sulla pop star di turno. Si sono inventati questa versione di rock and roll aggiornato e potenziato, come si trattasse della nuova formula di un detersivo per biancheria. Hanno deciso di limitare l’uso del termine a questo genere molto ristretto di musica, ma è un atteggiamento scorretto: anche il rap e la techno e qualunque altro stile musicale di oggi sono rock and roll: è quello il veicolo da cui tutto proviene e attraverso cui tutto passa. La gente del music business ne ha imbastardito il significato. Allo stesso tempo, l’aspetto interessante del rock and roll non risiede negli stordimenti di Keith Richards o in Jimmy Page che fuma marijuana…
Sembra di capire che tu non ti senta molto a tuo agio, in questo mondo di corporation della musica.
Io no, e tu? Ma credo che le cose stiano cambiando e che Internet abbia messo in ginocchio le major, disorientandole. Spero che tutto questo serva a filtrare tutta la porcheria che c’è in giro, a ridarci libertà e a spingere i musicisti a fare nuovamente dischi decenti. Se oggi molti musicisti fanno dischi schifosi lo si deve alle case discografiche, punto e basta. Non è colpa degli artisti: è che nelle case discografiche, non tutte ma nella maggior parte, ci sono questi tipi che hanno frequentato le business school per poi approdare indifferentemente alla Sony come alla IBM. E che, appena arrivati, si sentono autorizzati a dare direttive e a farci sapere la loro opinione su qualunque cosa. Il risultato è che sono riusciti a svuotare la musica di ogni contenuto artistico rendendola sterile e senza valore; ma con un ritornello che resta nelle orecchie. C’è ancora buona musica in giro, ma è sempre più difficile scovarla: ho apprezzato molto il disco dei Coldplay, mi piacciono ancora gli Oasis e anche l’ultimo album dei Radiohead è buono e molto creativo.
Ti piace la musica inglese, allora…
Sì, trovo che certi gruppi inglesi sappiano scrivere belle melodie, e anche cantarle piuttosto bene.
Che ne pensi, in retrospettiva, di “Lions”? Non tutte le critiche sono state positive…
Se è per questo, tutti i nostri dischi hanno avuto recensioni negative! Personalmente lo ritengo uno dei nostri album migliori perché ha l’energia e l’elettricità di un live. Le canzoni sono ottime, Chris ha cantato molto bene e il sound complessivo è eccellente. Non ho davvero nulla da rimproverarmi, lo metterei sullo stesso piano di “The southern harmony” e di “Amorica”.
C’è qualche formazione che può proseguire il cammino dei Black Crowes, oggi che il gruppo ha deciso di fare una sosta?
Non saprei. Ci sono alcune band che fanno cose simili: mi vengono in mente i North Mississippi All Stars, che suonano musica rock di estrazione blues, ma pochi altri. Peccato: molta gente sembra essersi dimenticata che esiste musica antecedente al 1996 e che c’è dell’altro oltre i Limp Bizkit e Britney Spears.
Stanco di suonare in giro per il mondo?
E’ bello essere a casa con la mia famiglia e i miei due bambini piccoli, non capitava dal novembre scorso. Ma sto solo ricaricando le batterie. Mi piace suonare dal vivo e tornerò a farlo presto.
(Alfredo Marziano)