Quando un cantante identificato con la musica pop disimpegnata propone un album intensamente rock, che parla di terrorismo e di Che Guevara (e, si badi, in modo non banale e retorico), il mondo un po’ "purista" del rock risponde con una certa freddezza. Ma in questa intervista Raf ha vinto una timidezza nota ai colleghi giornalisti per parlare della sua svolta rock e... di politica. Questo è il tuo disco più "cattivo" e rock. Forse i tuoi vecchi fans ne resteranno sorpresi.
Chi mi segue, certi miei aspetti li conosceva già, magari nascosti sotto qualche metafora. Ma è vero anche che prima i miei dischi erano "miei" solo per metà; c’era qualcuno che scriveva con me i testi. Così alcune canzoni, tipo "Oggi un Dio non ho" venivano fraintese. Oggi spero che non succeda più.
Sei un sereno padre di famiglia, ma il tuo disco è molto arrabbiato. Viceversa, prima, pur vivendo in modo meno tranquillo, facevi canzoni melodiche.
...Cosa vorresti dire? Come vivevo prima?
Lo sai: giravano brutte voci su di te...
So di cosa parli, di un certo articolo sul "Corriere della Sera". Quella volta mi sono incazzato parecchio. Immagina i miei genitori, che hanno una certa età, che comprano il giornale e leggono che io confesso di avere problemi di droga. Ho chiamato subito la persona che ha scritto l’articolo: non avevo mai detto nulla del genere... E non ho mai avuto "problemi" con la droga. Il mio rapporto con la droga è stato quello di molti della mia generazione: qualche esperienza e curiosità, come purtroppo usava tanti anni fa. Ma non sono mai stato "nel tunnel". Quanto alla famiglia, è vero: da quando sono diventato papà ho uno stato d'animo molto sereno. Conduco una vita tranquilla. Ma certe musiche e certi argomenti mi sono venuti fuori comunque.
Ad esempio la canzone sul terrorismo, che sorprenderà molti.
Già in "Cannibali" e "Manifesto" avevo cominciato a parlare della realtà che ci circonda: penso sia naturale. Ho riflettuto sul fatto che a dieci anni circa dalla fine della "guerra fredda" tra est e ovest vengono alla luce le molte contraddizioni della nostra società, quella del capitalismo e del consumismo.
E allora, per riprendere una tua vecchia canzone, cosa resterà degli anni ’90?
Quello che canto in "La prova": un mondo in cui troppi se la prendono in quel posto, e pochissimi no. E sarà sempre peggio. Io non sono comunista, ma la fine del comunismo ha lasciato il campo libero al capitalismo selvaggio, e ora lo sfruttamento dell’uomo viene dato per inevitabile. Non c’è più l’alternativa del comunismo. E’ morto e tutti gli danno addosso. Anche quello che c’era di buono è guardato con orrore, per cui il capitalismo ha campo libero per lo sfruttamento dell’uomo. E credo che andrà sempre peggio, anche se a questa stregua questo liberismo di stampo americano stile giungla finirà per inghiottire se stesso».
Una volta eri nell’organizzazione dei giovani comunisti...
Ne sono uscito presto: non mi andava di essere diretto dall’alto. Ma certe campagne contro i comunisti che mangiano i bambini mi hanno sempre stupito. Lo sentivo dire da ragazzo, quando nel sud durante le processioni facevano propaganda anticomunista. E vedo che ancora oggi i ragazzi si sentono dire che negli anni ’70 tutti buttavano bombe e i comunisti seminavano il terrore.
Cosa faresti se avessi meno di 20 anni oggi?
Cercherei di prendere coscienza di come vanno le cose, di capire cosa succede e contrastare questo sistema, cui fa comodo che la gente non si faccia domande. Vedo che i ragazzi non hanno voglia di farlo e la cosa mi fa paura. Se non ci si ribella da giovani, da adulti non lo si farà mai.
D’altra parte, sono forse i più assediati dagli input della società dello spettacolo...
Al sistema fa sempre comodo che la gente non segua. Oggi un operaio si deve preoccupare del problema di pagarsi il telefonino e un sacco di cose di cui dieci anni fa non sentiva nessun bisogno. E avendo i suoi piccoli drammi quotidiani, non può porsi il problema dei curdi. I ragazzi poi sono "drogati" da una mentalità che dà loro una certa felice incoscienza.
Parlando di giovani, alcuni hanno come modello Che Guevara, al quale hai dedicato una canzone in cui ti arrabbi perché è finito su una maglietta.
Non credo volesse morire per quello, poveraccio. Viene sfruttato per fare i soldi. Il contrario di quello per cui è vissuto.
Dopo un disco così rock, cosa pensi del resto dei tuoi dischi?
Negli ultimi, quelli da "Sogni" in poi, mi riconosco ancora, anche se l’aspetto più evidente è una specie di cordone ombelicale legato al pop italiano. Per questo erano prodotti un po’ ibridi, ma chi voleva capire capiva. Nei primi anni di carriera, invece, non sapevo con esattezza chi ero. Sono diventato famoso con "Self control", n.1 in Usa, ma io non mi ci riconoscevo. Quel pezzo ha fatto sì che io venissi accomunato a certi cantanti italiani che negli anni '80 facevano dischi in inglese e mettevano la faccia e non la voce. Pensavano che fossi un prodotto fatto per la dance.
Ma non avresti potuto fare rock anche prima? Eri famoso, avevi un grande pubblico.
In realtà questa possibilità l’ho avuta da "Cannibali" in poi. Prima avevo un certo tipo di accordo con la casa discografica; da "Cannibali" in poi sono stato più libero. E ho pensato di arrivare gradualmente al tipo di musica che faccio oggi.
Test: che disco stai ascoltando in questi giorni?
L’ultimo dei Rage Against the Machine.
Ah, fai proprio sul serio. Sembri molto interessato anche ai computer: anni fa hai fatto un cd-rom e hai un sito internet. Te ne occupi personalmente come David Bowie?
E’ bello che Bowie, quotato in Borsa come una multinazionale, abbia il tempo di rispondere ai fans sul sito internet. Scherzi a parte, leggo sempre la mia "posta elettronica" e quando si tratta di cose personali rispondo sempre; se sono solo saluti o richieste di dediche, le leggo ma lascio rispondere una persona di cui mi fido. Sono curioso di vedere cosa mi scriveranno dopo "La prova", anche se so che il popolo di internet per ora è un popolo diverso. Fanno parte di una categoria che ha qualche soldo in più e certe conoscenze.
Che ricordi hai di Sanremo?
Fazio mi è simpatico, ma Sanremo è una brutta bestia. Ho fatto di tutto per rimuoverlo. Ecco, quello vorrei dimenticarlo molto più di certi dischi del passato. Sanremo è pazzesco. Sono tutti nevrotici: discografici, giornalisti. E la musica non conta nulla.
L’unica persona che ho sentito dire che andrebbe volentieri a Sanremo è Carmen Consoli, che mi ha detto: "Ci andrei di corsa, con un bel vestito da sera, come Mina negli anni '60".
Ha detto questo? Mi sa che voleva provocare. La conosco bene: certe volte dice delle stronzate... Siamo molto amici. Non fraintendere, eh...
Ci mancherebbe, sei un uomo sposato.
Felicemente...
Un’ultima curiosità: non ti è mai venuta voglia di riformare i Cafè Caracas?
Volentieri. Non so cosa farà Ghigo Renzulli con i Litfiba. Ma sarebbe bello fare un concerto a Firenze. Io lui e Renzo Franchi. I tre vecchietti...