Seconda parte dell’intervista al Boss: si parla di E Street Band, e non solo....

Prosegue la chiacchierata con il Boss, nella trascrizione fedele della lunga conferenza stampa (ricordiamo che era la prima della sua carriera) tenuta da Springsteen a Bologna. Dopo aver passato in rassegna le curiosità relative al cofanetto "Tracks", qui Bruce parla del rapporto con la E Street Band e del significato del rock, come musica e come cultura, a 25 anni di distanza dall’inizio della sua carriera. Buona lettura...

Quanto ti è mancata la E Street Band, sia musicalmente che umanamente?
Quella di una band è una situazione veramente inusuale: immagina di lavorare per una vita con la stessa gente da quando avevi 17 anni! Non credo che ci siano altre occupazioni al mondo che permettono a dei ragazzi di crescere in quel modo, tutti insieme, di percorrere una strada in comune. Ognuno di noi, all’inizio, fece letteralmente impazzire la propria famiglia, ma arrivi ad un punto in cui si finisce con il darsi sui nervi a vicenda, nessuno sopporta più nessuno. Troppo tempo trascorso insieme. Voglia di fare altro. E, talvolta, devi proprio staccarti dalle cose, prenderti una pausa. Quando cresci, poi, ricominci ad apprezzare la forza e l’energia dell’amicizia che avevi costruito e sviluppato, quella potenza comune. Io mi sento fortunato per avere avuto loro e orgoglioso della E Street Band. Inoltre dovete capire che l’esperienza che si prova sul palco è unica, perché vivi un momento di totale purezza, sperimenti un momento di massima chiarezza, un momento rivelatore. Come posso dire? Direi un’esperienza unica e fortunata: essere purificato dal lavoro che si fa insieme.

Credi che ci sia qualche rischio a rimettersi a suonare insieme dopo tanto tempo? Riuscirete a ritrovare voi stessi?
Ma io non mi aspetto affatto che sia lo stesso rispetto a dieci anni fa, anzi, spero e credo che sia diverso. Sarà interessante. Uno-due anni fa abbiamo nuovamente suonato insieme per un po’: prima in un club a New York, poi in uno studio per girare il video di "Blood brothers". Fu molto interessante, mi rendevo conto di cantare in modo diverso, che le canzoni venivano suonate in modo diverso da tutti. Siamo cambiati, e questo mi stimola. La mia impressione è che la musica sia stata resa più profonda dal passare del tempo. A ripensarci, trovo di avere scritto cose anche piuttosto complesse da giovane: quando ero giovane scrivevo di situazioni adulte, ed oggi quelle canzoni le eseguiamo veramente da adulti. Anche se vogliamo farlo mantenendo lo spirito dei quindicenni (ride).

Cosa provi ad entrare nella "Hall of Fame"?(sarà premiato nel 1999, n.d.r.)
Beh, è una cosa bella, interessante. Quando Reggie Jackson (un giocatore di baseball, n.d.r.) fu premiato nella loro Hall of Fame, disse che non era importante essere in cima o in coda alla lista, ma che era sufficiente farne parte. Che era grande sapere che il proprio nome sarebbe restato così nella memoria della gente per sempre. Io mi sento proprio così. E comunque credo che, dentro di sé, ogni artista porti la propria Hall of Fame, grazie ai fans.

Hai ricordato poco fa di avere compiuto 25 anni di carriera: come è il rock oggi, qual è il suo significato?
Non so proprio se abbia un significato, ma credo che dal suo avvento abbia sempre riflesso correttamente la condizione e la cultura umana, traducendone per tutti anche le parole più incomprensibili. Quando ero giovane pensavo: come mi vesto, come mi pettino? Anche oggi i ragazzi fanno lo stesso. Il rock è un meccanismo che fornisce una struttura di conforto e di supporto mentre cresci. A quindici, sedici, diciassette anni. E poi a quarantanove, cinquanta! (ride). Il rock è arrivato tra noi nella seconda metà del secolo, negli anni Cinquanta, dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando alcune cose avevano ormai perduto il loro potere e il loro valore, ed è arrivato per dare un senso alla vita dei giovani e a modificare la struttura della società, regalando eccitazione e un senso di comunità.

Ma a fine millennio esiste ancora una cultura rock? Il rock è ancora una tradizione? È ancora una voce contro?
Penso che i miei personaggi non siano mai stati dei veri fuorilegge, mentre l’archetipo del rock lo richiede. I miei personaggi erano soprattutto emarginati o disadattati che cercavano il proprio posto nella città in cui vivevano, nella loro famiglia, persone che volevano trovare un modo per dare forma al proprio mondo, un mondo in cui l’amore fosse reale. Non sono, quindi, dei veri personaggi rock and roll. Non sono interessati a sfasciare tutto, ma a costruire, semmai.

In "Songs", il libro con i testi di tutte le tue canzoni recentemente uscito in America, affermi che "Rosalita" è la tua autobiografia musicale...
Fammi vedere un po’ il libro... Dov’è questa cosa? (ride, fingendo di non vederci bene). In realtà è proprio vero, quella canzone è la mia storia, è il condensato di quella che sarebbe diventata la mia vita. "Rosalita" è l’incapsulazione della storia di un ragazzo che parte per un’avventura importante: c’è la chitarra, l’auto, la fidanzata, il viaggio verso la California, il primo anticipo della casa discografica, la sicurezza che guardandosi indietro un giorno tutto sembrerà divertente! Ho inserito la mia vita in "Rosalita".

Quando una canzone è una buona canzone rock?
Una buona canzone rock ha due elementi fondamentali: un personaggio ed una storia. Ma per funzionare deve essere vissuta dentro, deve venire dal cuore, deve essere condivisa. Le mie canzoni riflettono sempre il presente, anche se i personaggi sono distanti nel tempo e nello spazio, come quando parlo in prima persona degli homeless e degli operai senza lavoro, senza essere evidentemente uno di loro.

Molti si chiedono con quale criterio hai scelto i brani di "Tracks" e, allo stesso tempo, ne hai esclusi molti altri che il tuo pubblico conosce per averli ascoltati ai tuoi concerti...
Il problema con quelle canzoni è che spesso non avevano una buona qualità di registrazione, erano restate a livello di "demo", non potevano essere incluse in un disco in quello stato. "Hard promise", quella più discussa per essere pratici, non è mai stata registrata come avrei voluto, e forse non fu nemmeno scritta come avrei voluto... Il materiale che ho selezionato ha risposto anche a dei criteri tecnici: le canzoni presenti in "Tracks" sono brani che, nella maggior parte dei casi, erano arrivati a completamento; al momento di confezionare l’album di turno, però, spesso ero costretto a scartarne alcuni. A quelli che eliminavo mancava, quindi, solo il mixaggio, restavano fuori all’ultimo momento ma in realtà erano praticamente ultimati. Stavolta erano pronti da proporre.

Hai appena vinto la causa con la Masquerade Music, per quella storia di bootleg...
(ride, fingendo di essere spazientito) Eccola qui la domanda, l’aspettavo. Che vi posso dire? (ride) Sono felice! Grazie! (applauso) Per me si trattava di una questione importante, credo che ne andasse della mia integrità artistica. Il modo, la qualità, il tempo della registrazione di un lavoro e lo stile della sua pubblicazione fanno parte di quegli aspetti estetici che, a mio parere, restano una decisione insindacabile dell’artista. Perché qualcun altro dovrebbe scegliere la copertina di un disco su di me che non ho deciso di pubblicare? La stessa sequenza dei brani, stabilita arbitrariamente, modifica il risultato finale di un album...

Oltre che come musicista, sei unanimemente apprezzato anche per l’umanità e la sincerità che ti contraddistinguono: sono ancora valori attuali, a tuo parere?
(visibilmente imbarazzato) Non so proprio cosa dire, veramente. Non ho mai pensato a me stesso in questo modo... Ho sempre creduto che il rock potesse sopportare il peso di idee complicate e parlare poi alla gente in modo essenziale e diretto, e di dare lentamente forma al mondo, un poco alla volta. Ecco quello che i miei eroi hanno sempre fatto per me, per lo meno: Dylan, Elvis, oppure i Public Enemy o i Sex Pistols di "Anarchy in the U.K.". Musica bella e potente al tempo stesso. Se avevo un sogno, da giovane, beh, mi vedevo come un viaggiatore, non come un divo. Non ho mai creduto di avere una voce particolarmente buona, o di possedere qualche forma di genio, ma oggi so che ho la capacità di mettere tante piccole cose insieme e tradurle con la mia voce. Non saprei proprio cosa altro aggiungere, in merito... It’s only rock and roll, but i like it! (ride).

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