Nella saletta del Grand Hotel Baglioni sono quasi arrivate le 19.00 di venerdì, 11 dicembre 1998. Il ritardo sull’orario previsto è di quasi un’ora, ma nessuno ci fa caso. Non è un momento storico soltanto per i pochi giornalisti italiani radunati in attesa di Bruce Springsteen, ma anche per il Boss stesso che - incredibile ma vero - affronta per la prima volta in vita sua una conferenza stampa. Per saltare il fosso ha scelto l’Italia, in segno di riconoscimento nei confronti di un pubblico che adora ("Tracks" è il primo cofanetto da quattro CD che, con un costo superiore alle 100.000 lire, entra direttamente al settimo posto della nostra classifica degli album ed ha già venduto circa 60.000 copie) ma anche dei media locali, che lo hanno sempre trattato bene. Ce lo spiega in pochi secondi Jon Landau, il fido manager e amico di tutta una vita, l’uomo che ogni giornalista musicale invidia (faceva il nostro mestiere, ascoltò il giovane e semi-sconosciuto Bruce e pronunciò la storica frase: "Ho visto il futuro del rock’n’roll, ed il suo nome è Bruce Springsteen"): "Bruce è teso, dice di non essere un ‘promotion animal’, non sa come affrontare situazioni del genere". Questo è Springsteen: uno che, dall’alto della sua fama e del suo status di icona del rock, riesce a porsi problemi come questi.Quando entra lo accogliamo in piedi con un applauso sincero e prolungato, e Bruce si schermisce, scimmiotta un ringraziamento da rockstar e si siede al tavolo insieme ai presenti dopo avere stretto la mano ai più vicini al suo posto. Giovanile, molto più di quanto non appaia in foto e in video di recente; sbarbato, porta un brillantino all’orecchio destro e due a quello sinistro; indossa jeans neri, una camicia di flanella grigia, stivali e giacca di pelle nera. Appare un po’ affaticato dal recente viaggio U.S.A. - Parigi (dove ha suonato al concerto di Amnesty International la sera prima) e poi Parigi - Bologna - qui è approdato per registrare uno speciale televisivo per RaiUno e per concedersi a noi.
L’uomo è simpaticissimo, la mezz’ora messa a disposizione diventerà senza problemi un’ora e Bruce se ne andrà soltanto dopo avere salutato tutti calorosamente, dopo avere autografato decine di libri e cofanetti per ciascuno dei presenti ed avere posato per una foto ricordo. Decine di presunte star nostrane potrebbero restare scioccate di fronte a tanto carisma mai ostentato, all’assenza totale di qualsiasi forma di divismo, a un’umanità sconfinata e a una disponibilità rarissima per personaggi di questo calibro. Oppure, meglio ancora, potrebbero imparare qualcosa. Noi, francamente, siamo felici ma non sorpresi. Ce lo aspettavamo esattamente così.
Segue il resoconto integrale della conferenza stampa di Bruce Springsteen.
Come stai, innanzitutto?
Sto molto bene, è bello essere qui con voi.
Sei reduce dal concerto di Parigi a favore di Amnesty International: come è andata?
E’ stato meraviglioso ritrovarmi con Peter, Youssou, Tracy e gli altri, gli stessi del tour benefico che facemmo dieci anni fa. Mi sono emozionato, è stata un’esperienza mai fatta prima: sembrava praticamente una riunione di famiglia.
La grossa domanda di questo incontro non può che essere: perché la riunione annunciata con la E Street Band? Come mai proprio ora?
Ci ho pensato per un bel po’, era da tempo che l’idea mi stuzzicava. Ultimamente avevo fatto qualcosa di molto tranquillo con "Tom Joad" e immagino che mi fosse tornata la voglia di fare di nuovo un po’ di rumore (ride). La E Street Band è parte integrante di me e della mia musica. Queste persone mi aiutarono a presentare la mia musica e renderla per sempre quella che tutti conoscete. Con la loro partecipazione alle mie canzoni e alla mia carriera, la E Street Band è diventata il simbolo della mia musica. E, umanamente, sono gli amici con cui sono cresciuto, sono la mia famiglia.
Sai già quale sarà la formazione che prenderà il palco?
L’idea è che partecipino tutti, anche se sono il primo a rendermi conto che ognuno di noi, durante i dieci anni di separazione, ha fatto la propria strada e qualcuno - come me - ha anche messo su famiglia. Comunque ci proviamo: so che qualcuno sta già cercando di organizzarsi per esserci, sta mettendo a punto i dettagli, io spero che ci possano essere tutti. Il mio desiderio è di avere con me entrambi i chitarristi dei due periodi del gruppo, sia Steve sia Nils (Van Zandt e Lofgren, n.d.r.). Ci stiamo ragionando, facciamo dei tentativi.
Hai già pensato a quale nome dare al tour?
(Ride) Eh già, c’è anche questo da decidere. No, non ci ho ancora pensato, vedremo più avanti.
Gira voce che la E Street Band inizierà a suonare dall’Europa: è vero?
Sono sincero: non abbiamo messo a punto alcun dettaglio sul tour. Nessuno. Tranne uno: sappiamo per certo che nel 1999 saremo on the road. Non ho veramente molte informazioni, ma appena le avremo le diffonderemo. Cominciare in Europa? In effetti l’abbiamo fatto diverse volte in passato, e ci ha sempre portato bene. Ho sempre ricevuto molto supporto dai fans europei, e dall’Italia in particolare ("Italia" è pronunciato in italiano, n.d.r.). Mi sento molto legato a voi: il mio pubblico qui mi ha sempre seguito, in qualsiasi direzione io andassi con la mia musica, in venticinque anni di carriera.
Che parte avranno le canzoni di "Tracks" nel tour con la E Street Band?
Oh, una grossa parte, una parte enorme, ne faremo moltissime!
Ma credi di riuscire ancora a durare quattro ore dal vivo...?
(ride) Mmmh...! E’ meglio che ci pensi su!
Perché hai tenuto fuori così a lungo dai tuoi album tutti i capolavori contenuti in "Tracks"?
Non è stata una scelta ragionata. Durante tutta la mia carriera mi sono sempre sentito di orientarmi verso qualcosa di nuovo, e non ho mai considerato di fermarmi. Semplicemente, ad un certo punto certe cose sono riemerse: ero arrivato a venticinque anni di attività, si avvicina la fine del secolo. E’ tutto venuto fuori al momento giusto. Ho riflettuto molto sul mio passato e, contemporaneamente, mi sono reso conto che avevo voglia di suonare di nuovo con una band, quindi era anche giusto riascoltare tutta quella roba restata sugli scaffali. E così l’ho riordinata ed è venuta l’idea di pubblicarla.
Esiste un percorso artistico che tu individui in questo cofanetto? Come lo racconteresti?
(Prende il cofanetto in mano, e lo guarda per qualche secondo). Nella foto di copertina avevo 24 anni, risale più o meno a quando cominciai. Fin da quando ero giovanissimo, ho sempre desiderato utilizzare la mia musica per risolvere il grande mistero dell’identità: chi sono veramente? Da dove vengo? A cosa e a dove appartengo? A cosa aspiro? E così sono andato avanti, ponendomi di volta in volta domande diverse, tentando di dare loro una risposta con le mie canzoni. Credo di avere realizzato lo stesso percorso con "Tracks": ci ritrovo molte domande, personali all’inizio, poi sulla mia famiglia, più avanti anche di natura storica, riguardanti le forze e le dinamiche sociali che caratterizzavano la mia esistenza. Ho sempre cercato di dare un senso al mondo in cui vivevo e vivo.
Sei tornato a vivere in New Jersey...
Già, è vero. Per la verità era dai primi anni Ottanta che abitavo in California, dove trascorrevo lunghi periodi dell’anno. Ma a nessuno interessava, allora (ride). Quando ho messo su famiglia, sono andato a vivere laggiù per tre anni interi. Avevo bisogno di un nuovo punto di partenza, credo, volevo ritrovare l’ispirazione, ho pensato che fosse positivo che i miei bambini crescessero là. La California è uno stato molto affascinante, mi piace perché è variegato, è multietnico e multiculturale. Anche la sua geografia ha caratteristiche molto drammatiche, soprattutto per un motociclista, con quei cambi di paesaggio. Stare in California mi ha spinto a leggere Steinbeck e tutto il resto, e comunque continua a piacermi molto.
Non hai spiegato perché sei tornato nel Jersey...
(ride) Ah, non l’ho detto? In New Jersey c’era una grossa famiglia italiana che mi aspettava e che mi mancava. E’ veramente la ragione principale per cui ho voluto tornare a casa, perché mi è piaciuto starci in mezzo da piccolo e voglio che i miei figli vivano la stessa bellissima esperienza. Ricordo ancora la mia nonna che parlava in sorrentino e conosceva pochissimo l’inglese...
Parliamo dei tuoi valori artistici: cosa conta veramente?
Certe cose non cambiano mai, e per me sono immutate rispetto a quando cominciai, i principi della mia musica sono rimasti gli stessi. Volevo fare musica che fosse utile al mio pubblico in qualche modo, che potesse aiutare a pensare, ma anche a tenerti compagnia mentre lavavi la macchina davanti a casa il sabato pomeriggio. Dal terzo album in poi ("Born to run", n.d.r.) la mia direzione artistica è stata unica.
N.B. La seconda e ultima parte dell’intervista a Bruce Springsteen sarà online il prossimo 21 dicembre.