Li incontriamo separatamente: è mattina presto, e si stenta a credere che a quell’ora i R.E.M. possano davvero essere già svegli e pronti per le interviste. Invece è proprio così, e dopo esserci accomodati, iniziamo a parlare con Peter Buck dei nuovi R.E.M.: tre persone che, oltre alla band, hanno svariati interessi da coltivare...Cosa ci dici della tua carriera fuori dai REM?
Mi piace molto lavorare, altrimenti non lo farei. Mike e Michael sono coinvolti in tante attività che vanno oltre la musica, mentre io non sembro avere altro.... Ho una famiglia. Gran parte di quello che faccio posso farlo a Seattle, così suono con i Tuatara, con i quali abbiamo registrato un nuovo lavoro. Mi piace lavorare su basi regolari: vado in studio tutti i giorni. Ho uno studio che uso per scrivere canzoni, registrare: mi tengo impegnato, e nel frattempo bado ai miei figli.
Quando vi hanno chiesto (durante la registrazione del Night Express, ndr) qual era il vostro desiderio da realizzare, avete detto "Vorremmo essere primi in Italia e non terzi". So che è uno scherzo, però quanto è onestamente importante per voi avere successo?
Credo che sia più importante fare dei buoni dischi, perché se li fai poi vuoi che vadano al numero uno in classifica e vendano milioni di copie. Per il resto, non c’è molto che si possa fare a proposito. Specialmente negli States, il rock’n’roll non sta vendendo molto in questo momento, un po’ come era successo ai Pearl Jam e agli Smashing Pumpkins. Quindi l’unica cosa da fare è fare un ottimo disco e cercare di cogliere ogni occasione promozionale per dirlo alla gente lì fuori.
Ma non venderlo vi dispiacerebbe oppure vi basta sapere di aver fatto un buon disco?
Non mi dispiace molto, sinceramente. Certo, mi piacerebbe vendere un’altra volta 10 milioni di dischi, ma non è detto che succeda e ne sono consapevole. L’importante è fare buoni dischi, dei passaggi live importanti e se poi non succede, aspetteremo il prossimo disco. Siamo buoni amici di Neil Young e ci ha raccontato di un tour europeo fatto nell’85 o nell’87, non ricordo, in cui era stato costretto a cancellare molte date perché non vendeva biglietti. Sei anni dopo è tornato a vendere 60 mila biglietti in un tour. Se fai buona musica prima o poi la gente torna da te.
È vero che hai un rapporto speciale con la Sicilia?
Mi piace l’Italia in generale. Abbiamo un amico di Catania, Francesco Virlinzi, che abbiamo conosciuto in America nel 1984, così siamo andati a trovarlo in Sicilia diverse volte. Sono stato anche in altre città, come Firenze e Bologna, ma ci piacerebbe tornare in Italia per fare un po’ di vacanza. È a Catania che ho conosciuto la musica di Brando, Carmen Consoli e so che anche la presentatrice del Night Express, Paola Maugeri, è di Catania e ha fatto un disco...sono un fans della musica italiana, e Francesco mi ha registrato tutti i dischi di Lucio Battisti, che credo sia una specie di Bob Dylan italiano. Mi piacciono molto alcuni suoi dischi, direi quelli più psichedelici.
Psichedelici?
Sì, lui è stato folk per un periodo e poi negli anni ’70 è diventato più funky, ma per un periodo i suoi album sono stati piuttosto psichedelici, senza però perdere la loro caratteristica pop. Ho un suo cofanetto, e mi piace molto anche se mi piacerebbe capire le parole. Ma quello non è fondamentale, mi piace anche molta musica folk bulgara, così come il pop africano: la musica è musica.
Quanto vi è mancato Bill Berry nelle registrazioni del nuovo album e in quale dei suoi ruoli?
Ci è mancato anzitutto come amico. Non era interessato già da tempo a scrivere, non aveva voglia di fare molto negli ultimi tempi, così dal punto di vista per così dire professionale non c’era molto di lui che mancasse. E va bene così. Ha una sua fattoria, e le dedica tutte le sue energie, adesso. Siamo contenti per lui.
Ho visto che adesso ne approfittate per scambiarvi gli strumenti sul palco...
Sì, anche perché ognuno di noi ne suona diversi, per cui ci divertiamo un po’... è noioso suonare la chitarra per due ore, così, se posso scegliere, mi piace fare qualche pezzo alla tastiera ogni tanto.
È cambiato il vostro modo di scrivere canzoni dall’abbandono di Bill?
No, mi sembra di no. Credo che siamo migliorati, magari, perché siamo più consapevoli di quello che facciamo. Piuttosto adesso le nostre canzoni non hanno necessariamente il suono dei R.E.M. come band, ma sono il risultato di una serie di esperimenti che ci coinvolgono tutti e tre.
In che modo pensate che MTV abbia allargato il vostro pubblico?
Be’, di sicuro ci sono posti come il Sudamerica dove siamo diventati popolari grazie ai nostri video prima ancora che ai concerti. Ci sono dei posti molto grandi in cui non abbiamo mai suonato, ed MTV ci aiuta ad arrivare dove non siamo mai arrivati.
Credete che la gente che vede i video su MTV abbia l’approccio giusto con la musica dei R.E.M.?
Non lo so, forse no, ma del resto anche se ascolti una canzone alla radio sarà difficile per te farti un’idea su ciò che sono i R.E.M. davvero. Credo che per capire chi siamo dovresti ascoltarti i nostri album con attenzione. Di sicuro in molti, dopo aver visto i nostri video, hanno acquistato i dischi.
Farete altre apparizioni tv?
Si probabilmente sì, faremo degli show di beneficenza. Suoneremo per la Bridge School di Neil Young e per Medici Senza Frontiere.
Che tipo di rapporto avete con le vostre vecchie canzoni? Suonando "Radio free Europe" per il Night Express sembravate quasi timorosi...
Sì, è vero, d’altra parte l’abbiamo suonata forse 3 volte negli ultimi 13 anni. L’abbiamo fatto perché era una richiesta di Francesco. Non ho molta voglia di suonare le cose vecchie, perché le abbiamo scritte a 19 anni e adesso non riesco più a rapportarmi a loro con la stessa urgenza. Niente che non vada, soltanto ci sono canzoni del nostro repertorio più recente che penso ci riflettano di più. Poi le cose sono cambiate anche perché Bill è andato via e da dopo il suo abbandono non abbiamo suonato più dal vivo. Così riabituarci a suonare è un processo graduale, che ancora oggi ci appare come un qualcosa di molto strano.
Vi frequentate molto quando non lavorate?
No, davvero. Quando lavoriamo stiamo sempre insieme, ma se non stiamo lavorando io faccio le mie cose in studio mentre Michael è sempre in giro a viaggiare e Mike si dedica ai suoi hobby preferiti. Non abbiamo così bisogno di stare insieme, l’importante è che ci stiamo bene quando ci vediamo.
Come scrivete, in quanto band?
Di solito io e Michael scriviamo separati, e lui si occupa anche delle parole. Poi ascoltiamo insieme i risultati e, se il caso, ci lavoriamo ancora sopra.
Così la musica è ancora la tua priorità...
Sì, certo. Suonare, ma soprattutto comporre, sperimentare, lavorare su nuovi suoni e arrangiamenti, produrre. Queste sono le motivazioni che tutte le mattine mi portano in studio.
N.B.La seconda parte dell’intervista ai R.E.M. sarà online il prossimo 12 dicembre: protagonista, Michael Stipe