Se la memoria non inganna né noi né lui, questa è la prima intervista che Bob Weir (Bobby, per gli amici) rilascia ad un giornalista italiano in 37 anni di carriera musicale. Il fatto è che negli USA quella dei Grateful Dead è un’icona sacra legata al sogno hippie di Haight Ashbury, un logo che evoca immediatamente il ricordo di concerti leggendari di fronte a folle oceaniche e in delirio mistico-musicale. Mentre da noi è un marchio confinato al culto di un seguito tutto sommato ridotto, un articolo esotico, avvolto nel mistero e anche per questo ancora più intrigante ed affascinante (per assistere al rito in prima persona, i fan italiani dovevano armarsi di buona volontà e fare rotta sulle grandi capitali europee). Trovarsi di fronte mr. Weir, chitarra ritmica e membro fondatore del Morto Riconoscente, 55 anni portati con freschezza e disinvoltura (ma chi l’ha detto che il rock ‘n’ roll fa male alla salute?) è dunque una di quelle occasioni attese una vita intera: forse anche troppo a lungo. E dunque, conversando a tu per tu nel salottino della sua camera d’albergo a New Orleans (dove si trova per partecipare al JazzFest con i suoi Ratdog), verrebbe voglia di aggredirlo con un fuoco di fila di domande da tramortire un peso massimo. Vorresti chiedergli che aria tirava nella “comune” di Haight Street al 710, negli anni ’60, e farti raccontare milioni di aneddoti sulla Frisco dell’epoca. Sapere quanti e quali musicisti, donne, poeti e scrittori ha conosciuto, com’erano in privato Jerry Garcia, Grace Slick e Janis Joplin, a quali inferni e paradisi personali l’hanno portato gli usi ed abusi di droghe psichedeliche. Poi ti rendi conto di avere davanti un uomo nel pieno delle sue risorse fisiche e mentali, non una mummia imbalsamata negli anni ’60: e diventa spontaneo spostare l’asse delle domande anche sull’oggi e sul domani, mentre i tre quarti d’ora a disposizione (alla faccia dei 20 striminziti minuti concessi da certe pop star con la puzza sotto il naso…) scivolano via implacabili. Se il suo ex compare Phil Lesh sembra il più votato a tener viva la fiaccola del vecchio gruppo presso gli irriducibili Deadheads è subito chiaro che Weir, pur andando orgoglioso del suo passato, ci tiene soprattutto alla sua nuova creatura, i Ratdog (annunciati in Italia per tre concerti a luglio). E così, nella nostra lunga chiacchierata, gli uni e gli altri, il passato e il presente, cominciano a mescolarsi senza soluzione di continuità…
Sembra essere un periodo di attività intensa, questo, per gli ex componenti della famiglia Grateful Dead. Vuol dire che vi state riprendendo dallo shock causato dalla perdita di Jerry Garcia?
Ognuno di noi ha reagito in modo differente alla tragedia. Per quel che mi riguarda, ho pensato dal primo momento che la cosa migliore da fare per avviare un processo di guarigione e tornare alla normalità era di ricominciare subito a suonare dal vivo.
E’ servito anche a mantenere vivo il contatto con il pubblico, immagino…
Tenere in vita la nostra musica era la cosa più importante. Io non porto il lutto nell’accezione comune a molte persone, non sono un sentimentale. Quando muore qualcuno che mi è vicino, generalmente lo accetto con serenità, come un fatto ineluttabile. Del resto, per quanto io possa ribellarmi, non c’è modo di cambiare lo stato delle cose. Ho subito pensato che avrei dovuto continuare a fare musica per portare conforto a coloro che soffrivano per la perdita di Jerry: l’ho sentita come una responsabilità personale. Mickey (Hart) ha fatto lo stesso mentre Bill (Kreutzmann) e Phil (Lesh) sono andati nell’altra direzione, per un bel po’ di tempo non se la sono sentita di salire su un palco.
E’ vero che esiste un accordo tacito tra di voi per non usare mai più il nome Grateful Dead?
Abbiamo suonato insieme dopo la morte di Jerry, ma non potevamo più usare quel nome. Torneremo insieme anche quest’estate, anche se credo avverrà soltanto per un paio di concerti. Potremmo resuscitare il marchio The Other Ones, anche se a qualcuno dei miei ex compagni non è molto gradito: mi spiace, non mi è venuto in mente niente d meglio.Vedremo come andranno le cose: potrebbe essere molto divertente, potremmo continuare a riunirci di tanto in tanto. Ma a questo punto ognuno di noi è andato per la sua strada ed è diventato un band leader, trovando gioie e soddisfazioni professionali altrove. Possiamo rimetterci insieme per divertimento, periodicamente, ma nulla di più. Lavorando per mio conto, a contatto con altri musicisti, ho sviluppato nuove idee e nuove abilità, ho affinato le mie conoscenze musicali. Forse agli altri è successo lo stesso. Quando torneremo insieme sarà diverso da prima, perché ognuno porterà in dote le sue nuove esperienze, la musica assumerà nuove sfaccettature.
Ti senti molto diverso, come musicista, da quello che eri nel ’95?
Certamente. Come dicevo, ho sviluppato le mie capacità come leader di una band. Nei Ratdog, in un certo senso, è come se fossi il direttore di un circo equestre. Sono al centro del palco e ascolto tutto quello che succede intorno. In realtà questo era più o meno il mio ruolo anche nei Dead: stare al centro della scena, dirigere la sezione ritmica e assicurare che l’insieme avesse una coesione. Sia nei Grateful Dead che con i Ratdog capita che la musica assuma dinamiche e variazioni armoniche stupefacenti in tutta spontaneità. Ma altre volte si tratta di dare una direzione, di cogliere al volo il suggerimento di un musicista e di trasmetterlo al resto della band. Se per esempio il sassofonista aggiunge una nota alla scala che stiamo suonando, io posso enfatizzare quella variazione e portarmi dietro il resto del gruppo. Tutti, nell’ambito della band, ascoltano attentamente quello che fanno gli altri, un po’ come è d’uso nei gruppi jazz. E credo che i Ratdog siano una jazz band, più di quanto la gente si renda normalmente conto. Sia i Grateful Dead che i Ratdog, secondo me, verranno considerati negli anni a venire come delle jazz band più che dei gruppi rock. Il nostro suona all’orecchio come rock and roll: ma il modus operandi, in termini di interpretazione, di schemi musicali, di improvvisazione, è autenticamente jazz.
Come hai scelto i componenti del gruppo?
Ho cominciato a suonare con Rob Wasserman, il contrabbassista, nel 1988, se non ricordo male. Avevamo realizzato un album in studio a nome di entrambi e l’ho richiamato quando si è trattato di interpretare le musiche di una piece teatrale che avevo composto. Allora avevo anche bisogno di un batterista e Rob mi suggerì di arruolare Jay Lane per la session, un percussionista con cui aveva già lavorato in precedenza. La canzone che dovevamo incidere era una specie di ballata jazz scritta nello stile di una torch song fine anni ’40 e Jay, che allora era molto giovane, la suonò con estrema precisione e accuratezza. Sembrava evidente che avesse un’educazione musicale alle spalle, e in effetti risultò poi che aveva studiato al Berklee College. La mattina dopo mi svegliai e chiamai Rob al telefono dicendogli che avevo pensato a lui come alla persona giusta per la nostra nuova band, e lui rispose che aveva avuto la stessa idea. Da quel momento i Ratdog cominciarono a prendere forma. Il primo tastierista in pianta stabile, Johnnie Johnson, non è rimasto con noi a lungo: è un eccellente pianista blues e rock ‘n’ roll, un’autorità assoluta in quel campo, ma quando cominciavamo ad improvvisare su scale jazz non era abbastanza rapido nell’entrare in sintonia. E’ rimasto con noi un paio d’anni, ma poi ha deciso di non muoversi da St. Louis. Se volevamo suonare in California o trovarci per provare dovevamo cercare qualcun altro: con lui eravamo costretti a programmarci con un mese di anticipo, invece di organizzare tutto al telefono il giorno prima. E’ stato proprio Johnnie ad indicarci una nuova direzione, a suggerirci di spostarci verso il jazz e l’improvvisazione. Ed è stato lui a segnalarci Jeff Chimenti, un giovane tastierista della West Coast. Lui pure ha alle spalle studi musicali e trascorsi con gruppi pop, gente come MC Hammer ed En Vogue, ma la sua passione è sempre stata il piano jazz. In seguito è arrivato il chitarrista Mark Karan, un session man/jolly da studio che ha suonato con i Ramones e con molti altri gruppi prima di trasferirsi a Los Angeles. Avevamo fatto delle audizioni, quando si era trattato di allestire la prima formazione degli Other Ones, e la scelta era caduta su di lui. Arruolarlo nei Ratdog è venuto spontaneo perché aveva già familiarità con il mio repertorio. Kenny Brooks, il sassofonista, è un altro musicista locale di estrazione jazz ed è l’ultima aggiunta alla formazione.
Dunque, pare di capire, i Ratdog sono la tua vera nuova band, un’avventura musicale a lunga scadenza…
Sì. Del resto sono quasi sette anni che siamo insieme. Abbiamo sviluppato un nostro vocabolario musicale, sappiamo come funziona la nostra interrelazione. Per fare buona musica bisogna anche conoscere bene gli strumenti che si suonano. E una volta che hai perfezionato la padronanza di quello che maneggi direttamente ce n’è uno più complesso da gestire: il suono globale della band. Molti sembrano non curarsene, ma è come un gamelan, quelle percussioni balinesi che vengono suonate contemporaneamente da più musicisti.
Ma che c’entra un musicista psichedelico californiano come te con un disc jockey newyorkese come DJ Logic?
Era in cartellone con noi in un tour che si è svolto l’estate scorsa, uno di quegli eventi in cui alla fine ognuno finisce per suonare con tutti gli altri. E’ molto divertente lavorare con lui e così gli abbiamo offerto di salire a bordo, anche se non è un membro chiave del gruppo. Suona con noi qui a New Orleans, ma non c’era la notte scorsa a Houston, né so ancora se verrà con noi in Europa. In pratica entra ed esce continuamente dalla band…
C’è qualcosa in comune, dunque, tra il “turntablism” e la musica basata sull’improvvisazione?
DJ Logic ha una sensibilità jazz e un approccio molto ritmico alla musica. Più sta con noi, più porta un contributo al gruppo e ispira le nostre improvvisazioni. Funziona, anche se so che non piace a certi fan di antica data che vorrebbero sentirci suonare sempre e solo le vecchie canzoni dei Dead…
Non temi di alienarti le simpatie dei fedelissimi?
Preferirei spararmi un colpo, piuttosto che suonare solo per soddisfare i desideri nostalgici di qualcuno. Non lo farò mai. La passione è fondamentale, e per me la passione ha a che fare con il pericolo, con il senso di avventura musicale. Non posso immaginare di morire ed essere giudicato in cielo per aver suonato tutta la vita le canzoni dei Dead nel solito vecchio modo.
Ciò nonostante con i Ratdog riprendi parecchi dei vecchi classici…
Sì, ogni sera metà circa della scaletta è dedicata a canzoni dei Dead e l’altra metà consiste nel mio vecchio repertorio solista o nelle nuove canzoni che ho scritto.
Suonare i pezzi dei Grateful Dead con altri musicisti serve a renderli più vivi, a dargli una nuova prospettiva?
Il mio compito è proprio questo: mantenerli in vita, farli respirare ed evolvere. C’è gente che non sopporta di sentire un dj che fa scratch sulla tua musica e c’è chi non tollera neppure di ascoltare un sassofono. Bene, quelle sono proprio le persone che io ritengo di dover ignorare. Ho appena suonato con i ragazzi della Dark Star Orchestra, un paio di settimane fa ad un benefit a San Francisco. Loro riproducono la musica dei Dead esattamente nel modo in cui la suonavamo noi: se è questo che il pubblico vuole, OK, vada a vedere loro. Sono dei bravi musicisti, e immagino che prima o poi si sentiranno stimolati a scriversi il proprio materiale, ma il punto è un altro: le canzoni dei Grateful Dead sono state scritte con l’intento preciso di poter essere sviluppate.
Hai scritto un bel gruzzolo di classici per la band. Quali sono quelli di cui sei più orgoglioso? Le canzoni che secondo te ti rappresentano meglio come autore?
“The other one” è la prima canzone significativa che abbia mai scritto: è stata concepita con una specie di architettura aperta in modo da poter essere interpretata in modo differente ogni sera. Dal primo giorno non l’abbiamo mai fatta allo stesso modo, tanto che ancora oggi la eseguiamo regolarmente in concerto. “Estimated prophet” è un pezzo di cui vado fiero: è in sette quarti anche se pochi se ne accorgono dato che il pubblico è abituato a ballarla. Ha un ritmo, uno swing, funzionale alla dinamica melodica e armonica e che invoglia al movimento; e la storia che racconta è piuttosto stravagante…“One more Saturday night” è un bel pezzo di rock and roll ed è sempre stato divertente suonarla, così come “Hell in a bucket”. “Playing in the band” è un altro di quei brani a struttura aperta, talmente aperta che in questo caso non fa affidamento neppure su una struttura ritmica precisa: parte in dieci quarti e poi si muove in qualunque direzione. Suonarla è come raggiungere ogni volta nuovi luoghi esotici. Non posso neppure più assumermene la paternità: piuttosto è il prodotto di un’evoluzione di gruppo. E poi c’è “Looks like rain”, che è una buona ballata. E “Throwing stones”, una specie di canzone di protesta senza un vero argomento….
(Alfredo Marziano)