Sono passati ormai anni dalla stagione doro di Lionel Richie, eppure da lui è sempre lecito aspettarsi, in qualche modo, una sorpresa: gli anni doro con i Commodores, una fortunata carriera solista, i duetti con Diana Ross ("Endless love") e con Michael Jackson ("We are the world") non hanno soddisfatto abbastanza la sua voglia di musica. Dallalto della sua casa losangelina, seduto al pianoforte in un confortevole salone, Richie continua a pensare alla musica e, nonostante i miliardi, dice: "quando hai davanti una pagina bianca, non è la fama che ti aiuta a riempirla". E intanto esce il suo nuovo album, "Time", che ripropone la sua classica scrittura, impegnata su temi dattualità.
Ormai sei considerato un classico della musica nera, come potrebbe essere Bacharach per quella pop: è una cosa che in qualche momento ti blocca o ti fa pensare?
Non ci crederai, ma cerco di non badarci troppo. Se riuscissi a realizzare quello che tu dici, probabilmente starei tutto il giorno a bocca aperta, sarebbe sin troppo impegnativo. E poi, di fatto, non è certo la fama che ti aiuta a scrivere. Quando ti chiudi la porta alle spalle, quando rimani da solo e hai di fronte a te un pezzo di carta bianco, e un registratore con una cassetta vergine, non riuscirai a metterci sopra qualcosa semplicemente perché sei famoso. E questo, in un certo senso, il bello del mio mestiere. Per quanto puoi dirti arrivato, ogni volta devi ricominciare da capo. E un processo che richiede molta umiltà e in quel momento le parole fenomeno o capolavoro suonano molto lontane. Non puoi vivere nel passato, se quello che vuoi è stare in piedi nel presente. In questo album volevo parlare di ciò che per me è il presente. Vorrei essere valutato per questo, per le canzoni che ho scritto, e non sulla base di quello che ho fatto anni fa. I grandi musicisti, come Bach, Mozart, Beethoven, sono tuttora stimati per quello che hanno fatto e mi piacerebbe se accadesse lo stesso per me.
Sei orgoglioso del tuo lavoro?
Sì. E poi è qualcosa che in qualche modo documenta la mia vita. Posso ritrovarci tutto dentro, sin dai tempi dei Commodores, e vedere come sono cresciuto, cambiato nel corso degli anni. Non è ancora tempo per giudicarmi o fare bilanci, ma è come rileggerci il mio diario.
E stato difficile scrivere le nuove canzoni per "Time"?
No, perché sono fuggito per un po da Los Angeles e sono andato a Nashville. A L.A. ci sono troppe distrazioni, troppe influenze diverse, è impossibile concentrarsi. Un giorno vai a vedere un concerto di reggae, la sera dopo sei in un club di hip hop e il giorno dopo balli con un gruppo punk. E impossibile avere la stessa idea della musica per una settimana di fila. A Nashville cè solo e sempre musica country. Così, la terza sera smetti di uscire e ti concentri sulla musica che devi scrivere. Dopotutto sono nato e cresciuto in Alabama, così so come ci si sente a vivere in un posto così, dove la gente va in giro con gli stivali e il cappello da cowboy non perché sono una moda, ma perché sono lunico modo conosciuto di vestirsi. A Los Angeles ogni giorno cè qualcosa di moda che il giorno dopo non è più di moda: oggi i pantaloni blu, domani gli stivali, dopodomani i capelli rosa. A Nashville la vita scorre tranquilla e uguale a se stessa.
Sei andato a Nashville perché avevi bisogno di stabilità anche a livello personale?
Avevo bisogno di un posto dove piantare un attimo le radici. Sono per natura un sognatore, anzi, un volatore, perché ho la testa perennemente tra le nuvole, e ho bisogno ogni tanto di qualcosa che mi riporti giù sulla terra. I miei figli e la mia famiglia in questo senso sono molto importanti. Torno a casa e mia figlia mi dice: "papà, posso prendere le chiavi della macchina?". OK, ci siamo, sono sulla terra. Piccole cose, ma che mi aiutano a non perdere il contatto con il mondo, a ricordarmi che ci sono anche altre persone di cui devo occuparmi, dei bambini da far giocare, delle domande cui devo rispondere. A Nashville ho imparato a concentrarmi su quello che facevo.
Eppure negli ultimi anni hai fatto meno dischi di quanto era successo in precedenza: era cambiato qualcosa?
Cominciavo a sentirmi abituato a ciò che facevo. Ero ormai assuefatto a tutto, al successo, alla musica, a me stesso. Scrivevo ma non erano cose che mi piacevano, mi sembravano cose già sentite, già dette. Così ho deciso di fermarmi, di equilibrare maggiormente la mia vita, occuparmi più da vicino dei miei figli, della mia vita, di imparare ad esserci piuttosto che scappare sempre su qualche aereo. Adesso, dopo il divorzio, mi sono risposato e ho avuto un altro figlio.
E vero quello che si diceva ai tempi del tuo divorzio, e cioè che per lungo tempo, a causa dei litigi con tua moglie per motivazioni economiche, non hai scritto canzoni perché ad usufruirne sarebbe stata lei?
Il problema non era così grave. Il punto era riconoscere il giusto ma non di più né di meno. E questo valeva anche per me. Ci è voluto del tempo, ma le cose non sono successe con astio. Il lato emozionale della nostra storia si era già dissolto, e quindi agivamo in perfetto accordo su tutto. Soltanto che quando ci sono di mezzo gli avvocati le cose prendono pieghe comunque seriose. E poi comunque ci sono sempre di mezzo una famiglia e una casa da dividere, non è una cosa facile.
Sei stato tu labbandonato? Oppure lei?
A dire il vero è stato un allontanamento reciproco, ma per fortuna civile, per cui siamo riusciti a non litigare per i figli e a non metterli in mezzo alle nostre contese. E stato molto triste, anche perché dopo 17 anni di vita in comune con una persona, è molto difficile dimenticare e andare avanti facendo finta di niente.
Le tue canzoni, anche quelle nuove, sono in ogni caso sempre ottimiste....
Sì, sempre. Anche quando sono tristi cè sempre spazio per la speranza. Questo è un punto fermo per il mio modo di scrivere. Io posso spiegarti il problema, ma cerco anche di offrirti una soluzione. Per me siamo responsabili per quello che ci succede intorno. E per questo che ho scritto "Time". Il tempo non ci fa niente, ci osserva e basta, non è lui la causa dei nostri problemi e non potrà risolverli. Il tempo guarda e basta, e qualsiasi sia la scelta da fare, la responsabilità può essere solo nostra. E la cosa terribile è che spesso facciamo sempre gli stessi errori: guerre, razzismo, disoccupazione, sono dei mali ricorrenti della nostra società. Sembra che non se ne possa fare a meno. Guarda quello che è successo a Sarajevo, in Medio Oriente. Cè qualche altro posto da bombardare? Qualcosaltro da distruggere? I politici dicono che alcune cose ci serviranno da esempio per il futuro, ma poi non è mai così. Quando mi siedo con mio figlio lui mi fa le stesso domande che io facevo a mio padre: perché la guerra? Perché il razzismo? Perché la povertà? E la cosa strana è che dovrò dargli la stessa risposta che mio padre dava a me: perché è così che va il mondo. Erano cose inaccettabili per me, allora, come lo saranno per mio figlio, eppure saranno le stesse risposte.
Tu in questo senso hai anche delle responsabilità, allinterno della comunità di colore....
Certo, ma le cose non sono così facili. Quando sei nella mia posizione non puoi soltanto dire quello che non va, ma devi fare anche qualcosa per le persone meno fortunate e non è così facile. E dura accendere la speranza nel cuore di chi ormai ha quasi rinunciato a coltivare dei sogni, e quando sei uno che ce lha fatta non è raro che nei tuoi confronti covino un certo risentimento. "Ah, beh, sì Lionel ce lha fatta, ma lui è Lionel...Michael Jackson pure, ma quello è Michael Jackson, io sono unaltra cosa..." non è vero. Anche Michael Jackson prima di essere una star era come te, e se tu non sai vedere che potresti un giorno essere come loro e realizzarti in ciò che vuoi fare davvero, non cè niente che possa riuscirti davvero. Spesso mi dicono, "Lionel, ma cosa vuoi saperne tu dei nostri problemi...vivi a Beverly Hills!" e io gli rispondo: "Ok, se è questa la scusa che vuoi raccontarti per non fare nulla, allora dimmelo, perché sarò io il primo ad andarmene e a lasciarti con le tue manie di persecuzione e la tua sofferenza". In ogni caso la cosa migliore da fare, per me, è cercare di non esserci tanto come persona ma di affidare il messaggio alle canzoni, che vengono trasmesse e arrivano ovunque, molto più lontano di me. Poi, certo, ognuno le interpreta come vuole. Quando ci sono state le olimpiadi a Los Angeles un atleta mi è venuto incontro e mi ha abbracciato piangendo: mi ha raccontato che sua madre ascoltava sempre "Three times a lady", un pezzo che avevo scritto quando ero ancora nei Commodores. Mi raccontava le cose come se mi conoscesse da sempre, e grazie a quella canzone era effettivamente come se io facessi parte da sempre della sua famiglia. Capisci la potenza delle canzoni?
Sì, anche perché sei un artista che ha firmato una delle tre canzoni più famose del mondo, "We are the world"...
....sì....."We are the world"....non riesco ancora a crederci. Un giorno ero lì con Michael, seduto sul pavimento di una stanza dalbergo che cercavo di far quadrare le strofe, e il giorno dopo questa canzone era in tutto il mondo. Abbiamo ricevuto videocassette da qualsiasi paese, persino dal Giappone, con la gente che canta "We are the world". Pazzesco! Una volta a Michael ho detto, "ci avresti mai creduto?" e lui mi ha risposto: "Non ci credo neanche adesso, anche se vedo quello che sta succedendo!".
Sei un solista ormai da tanti anni: non ti mancano mai i Commodores, o quanto meno lavorare in un gruppo?
E una cosa che mi manca ogni giorno della mia vita Mi mancano i ragazzi, ma ancora di più quellentusiasmo e quello spirito di gruppo che si respirano quando sei in una band. Se funziona, se va male, comunque è una cosa che coinvolge tutti. E poi, se qualcosa non funziona, puoi sempre dare la colpa agli altri! Invece, così, adesso posso soltanto prendermela con me stesso. Era bello, salire in macchina dopo un concerto e prendersi a pacche sulle spalle, dirsi che aveva funzionato....
Come nel film "Thanks God its Friday"....
Esatto! Eravamo davvero così. Siamo partiti dalla cantina di mia nonna con dei discorsi da pazzi... "noi siamo i Commodores, i Beatles bianchi, e vogliamo conquistare il mondo!", ascoltandoci avresti pensato "chissà cosa hanno fumato fino ad adesso!" e invece eravamo proprio così...e dieci anni dopo eravamo il gruppo nero di maggior successo negli States, la gente faceva la fila per i nostri concerti ed eravamo grandi quanto i nostri idoli, Sly Stone, James Brown. Eravamo partiti dallAlabama! Ma ci credevamo, e così i risultati sono arrivati, alla fine. Eravamo invulnerabili, perché a quelletà non cè niente che possa succederti. Quando mia figlia, a 16 anni, mi chiede la macchina, me lo dimostra: non pensa ai pericoli, perché a quelletà niente è pericoloso. E noi Commodores facevamo la stessa cosa! Siamo i migliori, i più bravi di tutti.... E questo era il bello di quei tempi. Non volevamo essere i migliori nella nostra categoria, volevamo essere i numeri uno del mondo!
Che rapporto hai oggi con quellentusiasmo, con quella musica?
Per me quel tipo di percorso continua, perché con la mia musica voglio espandere in continuazione il mio territorio. Ero uno che faceva funk, ma scriveva anche ballads, ma poi faceva reggae e anche pop. Voglio riuscire ad essere definito soltanto come "Lionel Richie", senza altre etichette di genere. E per questo che in ogni album allargo la gamma delle mie influenze.
Visto che parlavamo di te come autore classico, in un curriculum che si rispetti non può mancare un musical...
E infatti ne sto scrivendo uno, anche se non so ancora di cosa parlerà! Comunque avrò anchio il mio momento a Broadway, e quando tornerò in Italia a suonare, ti racconterò anche la storia...per il momento non la so neanchio!