Benvenuti nel 2002: ad accogliervi c’è la musica dei Subsonica, scritta e incisa nel 2001 (l’anno di Genova, di New York e di Novi Ligure), ma con riferimenti al tempo musicale che fu nei decenni precedenti.Per la band torinese “Amorematico” è quello che qualcuno definì “il difficile terzo album”: dopo il successo del precedente “Microchip emozionale” (oltre centomila copie vendute, numerosi premi ufficiali, un tour con il recordi di presenze), i Subsonica si sono rivolti alla loro città in cerca d’ispirazione. Il cantante Samuel ci racconta la travagliata genesi di questo disco, più cupo del precedente ma indiscutibilmente Subsonica.
La videontervista a Samuel dei Subsonica, è sul canale streaming di Rockol, all’indirizzo http://streaming.rockol.it,
Domanda banale ma inevitabile: cosa significa il titolo del vostro nuovo disco, “Amorematico”?
Ha due diverse origini. E’ una parola nata di getto, senza quasi pensarci: ci piace spesso inventare neologismi unendo parole apparentemente slegate, facendo loro acquistare un senso nel momento in cui le accostiamo alla nostra musica. Inizialmente le due parole di origine erano “Amore edematico”, quindi un amore sanguigno, vissuto passionalmente, sulla pelle. Ovvero quello che questo disco è stato per noi: dopo tantissimi concerti, dopo anni passati velocemente senza riflettere e senza potere organizzarci con la mente per riflettere quello che ci stava succedendo, ci siamo fermati a fare questo album, che è stata un’esperienza molto sofferta. “Amorematico” spiega l’esperienza travagliata che è stata questo disco per i Subsonica.
C’è anche un altro significato che è dato dalle parole “Amore matematico”. Questa origini ci fa ritornare alla nostra solita ambivalenza: da un lato l’esperienza razionale vissuta in studio quando scriviamo i brani, dall’altro quella passionale vissuta sui palchi quando suoniamo la nostra musica. Sono due mondi che convivono all’interno dei Subsonica e che danno forza a questo gruppo.
Due anni fa siete andati al Festival di Sanremo, che vi ha fatto conoscere al grande pubblico. Lavorando al nuovo disco, che tipo di pressione vi ha generato Sanremo e il successo che ne è seguito?
Sanremo in sé non ci ha creato grossi problemi: ci siamo andati con un disco già scritto e pubblicato, al quale abbiamo aggiunto un nuovo brano composto per l’occasione. Il Festival ci ha aiutato a farci conoscere come gruppo; inoltre ha dato anche la possibilità di emergere ad un sottobosco musicale.
Ciò che ci ha creato molta ansia su quello che la gente si aspettava da noi sono i vari premi che abbiamo vinto, i due PIM e quello del pubblico di MTV. Siamo stati premiati come una delle più belle realtà italiane: la cosa ci ha lusingato, ma ci ha anche impaurito. Poi c’erano i numeri, le copie vendute: “Microchip emozionale” ha superato le 100.000 copie, una cifra davvero enorme per noi. All’inizio della lavorazione ci sentivamo bloccati, stavamo finendo per riprodurre il sound di “Microchip Emozionale”. Una volta che abbiamo capito che stavamo ripercorrendo una strada già battuta, ci siamo buttati sulla nostra città, in cerca d’ispirazione. Torino è una città che ci rappresenta e nella quale ci riconosciamo: da lì è partito il disco.
Avete mai pensato di tornare a Sanremo, magari per presentare questo disco?
Questo disco? No. Siamo andati al Festival con una canzone che utilizzava dei linguaggi che potevano essere capiti da quel tipo di pubblico. Questo disco sarebbe stato troppo ostico per Sanremo; poi i tempi di lavorazione non erano neanche quelli giusti per andare al Festival.
Infine non dimentichiamoci che il Sanremo al quale abbiamo partecipato è stato vinto dagli Avion Travel, tra i partecipanti c’erano Max Gazzé, Carmen Consoli, il presentatore era Fabio Fazio. Con l’edizione di quest’anno si è tornati al passato, non ci interessava comunque. Magari in futuro, chi può dirlo…
“Amorematico” è un disco un più cupo di “Microchip emozionale”, sicuramente inquieto. Da dove è nata quest’atmosfera?
Direi che è un disco introspettivo: ci siamo guardati più dentro che intorno. Credo che sia rappresentato bene dalla copertina: gli astronauti in mezzo ad un bosco della foto vanno alla ricerca di qualcosa che non si capisce se è ostile o se un posto accogliente… Una metafora che per certi versi mi ricorda molto la nostra città, Torino.
Come suoni, nel disco ci sono molti anni ’80 filtrati con la mente di oggi. Fa venire in mente i New Order per la fusione tra ritmi dance e attitudine rock…
Mi fa piacere che si paragonino i Sunbosnica ai New Order, che per me sono un gruppo chiave per come hanno legato la musica dance con il rock. Gli anni ’80 sono parte di noi, perché siamo cresciuti in quel periodo. Solo Max (Casacci, chitarrista del gruppo), che ha qualche anno più di noi, già suonava in qualche band new wave.
Questo disco utilizza tinte anni ’80, ma si rifà anche ad un tipo di orchestrazione tipica della fine degli anni ’60 e dei primi ’70. Le orchestre venivano utilizzate per sonorizzare atmosfere di film di fantascienza e c’era un modo di vedere la musica strumentale che ci piace molto. Ci siamo ispirati a documentari, sceneggiati televisivi che avevano questo tipo di sonorizzazione, a personaggi come Ennio Morricone.
In un paio di canzoni avete usato il Vocoder, un tipico effetto anni ’80 tornato di moda ultimamente, e anche un po’ abusato...
Lo abbiamo usato bene, credo. In “Dentro i miei vuoti” è stato essenziale per creare il suono: la canzone non avrebbe avuto la stessa atmosfera cupa se non ci fosse stata questa unica nota filtrata al vocoder che si ripete. In “Eva-Eva” dà una tinta pomeridiana: tolto dal contesto solito della musica dance ci sembra funzioni.
Sempre a proposito di anni ’80: come è nata la collaborazione con i Krisma, gruppo storico dell’elettro-pop italiano che compare in “Nuova ossessione?
Il nostro tour manager suonava il basso con loro e ci ha messi in contatto. Sono stati uno dei gruppi che, con dischi come “Chinese restaurant”, hanno cavalcato un’avanguardia che in Italia non era ancora vissuta come tale, per questo li stimiamo moltissimo.
Hai affermato che questo è un disco introspettivo. Però ci sono un paio di canzoni ispirate rispettivamente ai fatti di cronaca di Novi Ligure e di Genova…
Prima che succedessero questi enormi scossoni che ci hanno un po’ toccato, come anche ovviamente i fatti dell’11 settembre, non ci guardavamo molto intorno. Eravamo collegati alla nostra città, al vivere la notte...
Tutti questi fatti sono entrati di prepotenza nella nostra musica: quando passi un giorno di fronte alla TV vedendo due enormi palazzi che crollano, gente che si butta dalla finestra sapendo di morire, o sei un automa, o vieni profondamente scosso. La stessa cosa è successo con le immagini di Genova: ma in questo caso ci ha toccato soprattutto il dialogo con la gente era stata al G8 e che ha scritto al nostro sito, raccontando quello che ha vissuto.Tutti questi sono fatti che si sono trovati da soli il loro spazio nelle canzoni.
Il disco si chiude con una suite di vostri frammenti rilavorati da un DJ. Come è nata questa “coda” dance al disco?
E’ stato il naturale completamento della collaborazione iniziata in “Nuvole rapide” e “Sole silenzioso” con il DJ Roger Rama. E’ un DJ house che suona a Torino da lustri, con il quale c’è una amicizia consolidata in diverse scorribande notturne. Lui ha avuto l’idea di coniugare in una suite la visione del musicista, orientata alla canzone e allo strumento, con quella del DJ, che è invece più portato a costruire delle strutture che ti fanno ballare o, a seconda dei casi, rilassare. “Nuvole rapide”, per esempio, non ha la classica struttura strofa/ritornello, ma è una sorta di ritornello che si ripete all’infinito. Una volta terminato il lavoro su questi due brani, e sul disco in generale, Roger Rama ha preso il nostro hard disk con tutte le canzoni e ci ha messo mano in completa libertà, lavorando sulle tracce che lo emozionavano di più Una sorta di ammutinamento, in cui i frammenti audio si andavano a stendere su una struttura diversa.
I Subsonica lavorano con una delle poche etichette veramente indipendenti in Italia, la Mescal. Come vi trovate con loro e come vedete il mercato in questo momento?
Non ti posso parlare molto del mercato, perché non lo conosco molto. Lo conoscessi forse avremmo venduto milioni di copie… Non mi interessa neanche conoscerlo, in realtà.
Lavorare con un’etichetta indipendente ti permette di fare dischi come vuoi tu veramente. Ti permette di avere una sorta di onestà con te stesso, che è indispensabile per fare musica: se sali su un palco e canti qualcosa che non ti rappresenta al 100%, suoni falso agli occhi del pubblico, che poi non ti comprerà neanche il disco. La Mescal ci ha dato questa libertà di fondo che è stata davvero importante, soprattutto con questo disco: in questo momento di pressione avevamo bisogno di una appiglio al quale agganciarci e che ci facesse sentire saldi.
(Gianni Sibilla)