Solo il fratello del più noto Mark? non proprio...

Si potrebbe pensare a David Knopfler come al classico esempio di artista messo in ombra dal fratello famoso, il celebre Mark dei Dire Straits, band miliardaria di cui lo stesso David ha fatto parte prima di intraprendere una carriera solista priva di grandi soddisfazioni commerciali. Bene, niente di più sbagliato. Il suo nuovo album “Wishbones” è un gradevole lavoro di cantautorato di classe, con testi che spesso graffiano e Knopfler non ha proprio niente del fratello invidioso del successo altrui. Anzi, mostra una marcata insofferenza per i meccanismi di mercato, non solo in ambito strettamente musicale. La discussione con lui scivola spesso su temi sociali e politici e, con toni da ciarliero gentleman inglese, escono osservazioni di questo tipo: “La Cina ora è il modello capitalista perfetto: niente democrazia, niente diritti umani, alta produttività, alti profitti. Il capitale fiorisce e ora l’occidente sembra sforzarsi per avvicinarsi a questo modello”. Altro che Dire Straits, siamo dalle parti dei Rage Against The Machine…

Sono trascorsi diversi anni dal tuo ultimo album. Cosa è successo nel frattempo?
Ho avuto una specie di crisi della mezza età, sono successe un po’ di cose contemporaneamente e ho perso il mio contratto discografico con la BMG. Ho cercato di fare qualcosa su Internet, un terribile spreco di tempo: l’esperienza è stata interessante, ma non molto produttiva. In pratica, finisci col sederti davanti al computer per ore tutti i giorni, pensando che stai ottenendo qualcosa, ma in realtà non stai facendo niente, è solo una forma di dipendenza. Inoltre, ho avuto problemi legali ed economici. Tutto questo mi ha allontanato dalla musica, ci ho messo un po’ di tempo a rimettermi in sesto e rendermi conto che la vita è troppo breve per non fare questo lavoro. Alla fine, fare questo disco è stata una delle migliori esperienze della mia vita. Invece di continuare a pensare di non riuscire a farlo, mi sono buttato e ho seguito i miei desideri.

Le tue canzoni hanno arrangiamenti molto curati e toni morbidi, ma i testi sono spesso duri, affronti temi sociali e prendi posizioni molto critiche. Come riesci a conciliare i due aspetti?
Non so, non è un processo intellettuale. Scrivo d’istinto, basandomi sulle mie emozioni al momento. Il resto dipende anche dai musicisti che suonano con me. Ogni canzone sembra sapere da sé quello che le serve: “Karla Faye” aveva bisogno solo di un piano, mentre “Arcadie” doveva avere un’orchestrazione più ricca. Ogni pezzo ha un’emozione alla base che cerchi di esprimere con la musica. Una volta che ho il pezzo e ho sistemato la parte vocale, si comincia a costruire da lì, tenendo la voce al centro di tutto. Io lavoro così, affinando il metodo col tempo. Penso che ogni mio disco sia stato un miglioramento rispetto al precedente e sono convinto che questa sia la strada giusta per un artista. Molte persone coinvolte in questo business non si possono definire artisti, perché non gli viene consentito di esserlo, vengono trasformati in un prodotto. Le case discografiche non ti mettono sotto contratto se hai delle buone canzoni, devi avere dei potenziali successi. A me è capitato di sentirmi dire: “Voce fantastica, testi geniali ma non sento alcun successo qui”. Ti dicono che sei un genio e che non possono offrirti un contratto.

Il fatto di essere ai margini del sistema discografico è una scelta dovuta alla situazione che mi hai descritto oppure è una posizione a cui sei costretto per forza?
Lavoro ai margini di proposito, non voglio essere il re. Perché vendere venti milioni di copie se il prezzo da pagare sono le operazioni di chirurgia plastica di Michael Jackson? E comunque, il successo non determina la buona qualità. Il mio giornale preferito è l’Observer, che vende 30 o 40.000 copie alla settimana. Il Sun ne vende cinque milioni al giorno, ma non puoi dirmi seriamente che sia un giornale migliore. Penso che ci sia abbastanza spazio per vivere ai margini, sono grandi. Cioè, Bush può essere il presidente degli Stati Uniti, ma quanti americani hanno votato davvero per lui? Milioni di loro hanno votato per altri candidati, e sono tutti ai margini.

Qual è la storia dietro a “Karla Faye”?
E’ una storia vera. Era una ragazza condannata a morte per aver ucciso due persone in modo terribile, ma se vai a scavare più a fondo c’è una vicenda molto più interessante di quella ufficiale. Quando aveva dieci o undici anni, sua madre e il suo compagno l’hanno spinta a prostituirsi. E’ diventata una tossicodipendente, e tutto per opera di persone che avrebbero dovuto proteggerla. Tutto questo è avvenuto in Texas e la ragazza non ha potuto contare nemmeno su servizi sociali che potessero occuparsi di lei. In Texas sono troppo occupati a vendere petrolio per prendersi cura delle persone. Una decina di anni più tardi, Karla ha ucciso due persone, ma qualsiasi persona ragionevole può capire che per una ragazza cresciuta in quelle condizioni e che ha subito violenze così indicibili, la pena di morte non era la punizione più appropriata, tanto per cominciare. Comunque, dopo anni di inferno, si è ritrovata in prigione e, paradossalmente, qui ha trovato la possibilità di redimersi. Per la prima volta, era in un ambiente sicuro ed è rifiorita: si è riavvicinata alla religione, ha ispirato altra gente, si è sposata. Era una donna intelligente e ha capito che poteva dare qualcosa agli altri. Ma Bush voleva diventare presidente, quindi aveva bisogno di firmare il maggior numero possibile di esecuzioni perché sono popolari e questo è quello che conta oggi.

Nell’album ci sono brani che potrebbero essere usati in una colonna sonora e in passato hai scritto qualcosa per il cinema. Sei interessato alla musica da film?
Ho scritto qualche colonna sonora, ma niente di decente, in tutta onestà. Ho accettato lavori che avrei dovuto rifiutare, sperando che anche produzioni di merda potessero servire ad avere occasioni migliori in seguito. Desidero così tanto scrivere colonne sonore che ho sempre detto di sì a qualsiasi offerta, anche quando i film erano terribili e le storie disgustose.

Ho anche letto che hai lavorato come attore in un film.
Sì, è stato parecchio tempo fa. Ho recitato in una piccola parte solo per raddoppiare il compenso. Mi servivano più o meno il doppio dei soldi rispetto a quanto mi offrivano per comporre la musica e mi hanno proposto di recitare per avere un ingaggio più alto, così ho accettato. Con più soldi pensavo di lavorare meglio sulla colonna sonora, ma non è stato così perché non me ne hanno data la possibilità. Infatti, pagandomi mi hanno detto: “A proposito, la colonna sonora ci serve fra due giorni e mezzo”. Quindi non ho potuto fare niente, solo scrivere e registrare tutto il più velocemente possibile. Ho anche avuto pessime esperienze con la televisione, come un tizio che ha voluto un commento sonoro in mono perché era più economico rispetto allo stereo.

Ti interessa ancora questo ambito, nonostante le esperienze negative?
Sì, mi piacerebbe davvero lavorare per un bravo regista che ama la sua arte, spendendo il tempo necessario per fare una bella colonna sonora. Non mi interessa che sia una grande produzione, ma che ci sia un regista capace che mette il cuore in quello che fa.

Sei stato un membro fondatore dei Dire Straits e nel tuo album suonano Phil Palmer e Alan Clark, che hanno fatto parte del gruppo a loro volta. Cosa è rimasto di quella parte della tua storia?
Niente. I Dire Straits hanno smesso molto presto di essere un gruppo, sono diventati un’organizzazione che si mette un moto ogni anno o due per fare soldi. In effetti, non sono più stati un gruppo dal 1978 (risata). Insieme al primo successo, è arrivato il business.

Quindi, hai fatto parte dell’organizzazione per qualche tempo, visto che te ne sei andato dopo il secondo album.
Sì, ho prestato servizio per tre anni.

Perché te ne sei andato?
Non era un situazione creativa né felice, non c’era un libero scambio di idee. La parte migliore dello stare in un gruppo consiste nell’essere come compagni di viaggio con un itinerario comune. Ad esempio, è stato eccitante collaborare con l’ingegnere del suono che ha lavorato con me in “Wishbones”, perché era evidente che gli piaceva quello che stava facendo e questo entusiasmo era contagioso. Il mio chitarrista ha mollato sigarette e alcol per la prima volta in vent’anni mentre registravamo il disco, è stata un’opportunità per lui. Non mi è mai interessato essere David Knopfler, il protagonista. Mi piace lavorare in gruppo, ricevere l’apporto di tutti. So bene come può essere frustrante per sessionman come Phil e Alan essere costretti a suonare le cinque note che vengono chieste e basta, senza alcuna possibilità di dare un contributo creativo. Per me, le cose migliori escono quando la musica non è del tutto strutturata, secondo la scuola dei cantanti e autori di canzoni contemporanei. Non è musica scritta, come la musica classica, e non è jazz. E’ una forma d’arte a sé e parte della sua magia consiste nell’avere diversi musicisti che suonano dal vivo insieme. A quel punto succede qualcosa che rende il risultato maggiore della somma delle parti. E tutto questo non ha niente a che fare con il business, con i dischi e la necessità di venderli, lo fai per il puro piacere del momento, è del tutto irrilevante che il registratore sia in funzione o no. Quello che conta nella musica è questa comunicazione. Lo si capisce meglio guardando indietro a forme di società in cui la musica non era un bene di lusso. Si suonava in occasioni di festa, coinvolgendo tutti; poteva essere maestoso e nessuno pensava a come ricavare soldi da questo. Quando la musica viene intesa come manifestazione di bellezza è qualcosa di grande, ma quando diventa un modo per far vendere aspirapolveri o per fare soldi è disgustosa, è pornografica.

Quindi pensi che i Dire Straits siano pornografia?
(Risata) Come puoi farmi una domanda simile?

Be’, ho solo collegato due cose che mi hai detto
Un punto per te… Comunque, penso solo che si siano progressivamente venduti. All’epoca di “On every street” mi sembravano veramente stanchi, era un disco senza cuore. Non credo comunque che sia possibile vivere da miliardari e fare grandi lavori. Alcuni sostengono che sia possibile, che il fatto di avere molti soldi in banca non corrompa l’arte. In effetti, non lo so, posso solo parlare per me stesso. Ho provato la fama e ho visto che corrompe, non mi piace quello che la fama ha prodotto su di me. Forse ci sono uomini migliori che riescono ad affrontarla senza danni, ma io preferisco lavorare nel mio piccolo angolo senza dover avere a che fare con tutta quella merda perché mi distrae dal mio lavoro, che è ciò che più mi interessa. Per me lo studio di registrazione è un luogo sacro, è come una chiesa. Creare musica per me è un’esperienza spirituale.

(Paolo Giovanazzi)

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