Un gruppo 'duro' che parla di Dio...

Senza fare conto su atteggiamenti provocatori, “media hype” e scandali, i P.O.D. si sono lentamente conquistati uno spazio di tutto rispetto nella nuova scena metal statunitense. Il grupp, che abbiamo incontrato in occasione del rapido passaggio milanese del gruppo, sembra particolarmente fiero del fatto di avercela fatta contando solo su dischi e concerti. L’ultimo album “Satellite” si può leggere dunque in quest’ottica di disarmante semplicità: ai P.O.D. piacciono il metal, l’hip-hop e il reggae, picchiano duro sugli strumenti e non hanno la pretesa di inventare niente di rivoluzionario. Hanno la possibilità di farsi ascoltare da molta gente e di questo ringraziano Dio. Non Satana, decisamente più glamour nella storia del rock duro.

Il vostro album precedente ha venduto molto negli Stati Uniti. Sentivate la pressione di dover raggiungere gli stessi risultati con “Satellite”?
Non abbiamo sentito alcuna pressione. Il disco precedente non aveva venduto molto grazie alle radio o ai video ma perché abbiamo fatto molti concerti negli ultimi due anni. Insomma, ha venduto perché c’era dietro un duro lavoro ed era proprio questo il modo in cui abbiamo sempre voluto fare le cose, fin dall’inizio. Con questo album, le cose sono andate in modo più rilassato: è aumentato il rispetto della casa discografica nei nostri confronti, quindi nessuno ci ha detto cosa fare e cosa no. Inoltre avevamo più tempo per scrivere i pezzi e per suonare e penso che le canzoni siano uscite in questo modo proprio perché ci siamo divertiti molto durante il lavoro.

Fate musica molto aggressiva, ma nelle vostre canzoni ci sono riferimenti a Cristo e a Jah, dichiarazioni di fede non molto comuni nel metal.
Ci piace la musica positiva, non vogliamo opprimere la gente, non ci piacciono le canzoni oppressive. Non ci teniamo però a fare prediche o spingere chi ci ascolta a essere come noi. Se leggi i testi, scriviamo soprattutto di cose positive. In generale, direi che ci piace parlare di quello che ci rende persone migliori: l’amore per Dio, per le nostre famiglie, il rapporto con i nostri amici e il posto da cui veniamo. Siamo grati per tutto questo e ne scriviamo.

Cosa ne pensate di musicisti che usano il rock duro diversamente e fanno riferimento a un immaginario più cupo?
Ognuno ha il diritto di dire quello che vuole. Nessuno ci dice cosa dobbiamo fare e noi non indichiamo la direzione a nessuno. Vogliono parlare di certi argomenti? Va bene. Ma penso che nel mondo del rock ‘n’ roll molta gente segua gli stessi schemi solo perché servono a vendere dischi. Non credo che Marilyn Manson abbia nella sua camera un mantello di Satana a cui recitare le preghiere tutte le sere o che Ozzy Osbourne, quando torna a casa, si metta a trucidare capre. Semplicemente, vendono dischi, il rock ‘n’ roll è questo. Per loro funzionano certi argomenti, i P.O.D. parlano di altro. Trattiamo di argomenti che significano qualcosa per noi, scriviamo per questo. Ma ognuno fa come crede, non giudichiamo nessuno.

Il rock però è associato spesso a un’immagine “cattiva” e le lodi a Cristo non vengono sempre accolte bene. In un ambito diverso, mi vengono in mente ad esempio le critiche ai primi album degli U2 in pieno periodo post-punk. Vi è capitato di venire considerati negativamente per i vostri testi?
Non ci interessano certe cose, non ho intenzione di essere cattivo perché me lo ordina il rock ‘n’ roll (risata). Suoniamo musica che ci diverte e facciamo divertire la gente, tutto lì. Quanto alle critiche, sono arrivate da tutte le parti, ma il punto è che non cerchiamo di portare una bandiera, vogliamo solo essere noi stessi. Cerchiamo di essere onesti nelle nostre canzoni e parlare delle nostre vite. Non inventiamo storie di diavoli e cose del genere perché sono argomenti usati di solito nel rock. Penso che ci sia molta più passione in noi proprio perché scriviamo canzoni che significano qualcosa. Gli U2 scrivono brani che hanno un significato, Bob Marley ne ha scritti molti… Questa è la musica che rimane, che la gente ricorda.

In “Satellite” avete chiamato come ospiti Eek-A-Mouse e HR dei Bad Brains. Perché avete scelto loro?
Sono musicisti con cui siamo cresciuti e ci hanno ispirato, ci hanno spinto a suonare. Erano diversi dal resto. I Bad Brains erano un gruppo diverso da tutti gli altri: neri rasta che suonavano rock pesante e reggae. Mischiavano stili diversi e anche noi cerchiamo di fare lo stesso. Anche i 24-7 Spyz erano una band differente dalle altre. Erano gruppi che mischiavano sapori diversi e i P.O.D. seguono la stessa strada. Quando abbiamo iniziato, la maggior parte dei gruppi rock erano formati esclusivamente da bianchi: nessun musicista nero, nessuno scambio fra stili diversi. Noi volevamo cambiare un po’ le cose, non limitarci a suonare rock ‘n’ roll ma allargarlo ad altri suoni. Non siamo mai stati una metal band “pura”, abbiamo sempre messo nei nostri pezzi qualcosa di hip-hop, di musica latina, di reggae. Fermarci al rock duro ci limiterebbe come musicisti, visto che ci piacciono molte cose diverse. Quando scriviamo, facciamo sempre attenzione alle melodie e cerchiamo di non ripeterci, altrimenti tutto diventerebbe noioso. Quindi ci sembrava una buona idea avere uno come HR sul nostro album. Inoltre, molti dei ragazzi che ci ascoltano non hanno idea di chi fossero i Bad Brains e questo forse li stimolerà a cercare i loro vecchi dischi. Quanto a Eek-A-Mouse, è uno dei nostri artisti preferiti, abbiamo sempre ascoltato molto reggae. “Ridiculous”, il pezzo che abbiamo registrato con lui, risale a un paio di anni fa. In origine, lo avevamo dato al sito web di MTV, dove era possibile scaricarlo. Il responso è stato così positivo che abbiamo deciso di registrarlo di nuovo e inserirlo nell’album.

Il crossover fra metal e hip-hop adesso è molto di moda negli Stati Uniti. Non c’è il rischio che diventi una formula precotta per arrivare in classifica?
Penso che sia già così. Ma so anche che i P.O.D. suonano in questo modo da undici anni. Quindi, non vediamo la cosa come un rischio. Abbiamo cominciato a fare dischi nel 1992 ed ora eccoci qui nel 2002. Non importa se c’è gente che ci vuole classificare, che pensa che suoniamo come i Korn o qualche altro gruppo. Noi stiamo solo continuando a fare quello che abbiamo sempre fatto. Se qualcuno ha voglia di andarsi a rivedere il resto della storia, può farlo, i dischi sono lì a provare quello che dico. So anche che i gusti cambiano e uno stile che adesso fa vendere milioni di copie può venire dimenticato. Potrebbe succedere, ma questo non significa che smetteremmo di suonare. Abbiamo un pubblico affezionato negli Stati Uniti, gente che ci segue da anni, viene ai nostri concerti da un sacco di tempo. Non ci ascolta solo gente che ci ha visto in televisione e ha comprato l’album. Ci sono gruppi che si sono formati due anni fa e sono finiti in cima alle classifiche. Band del genere possono crollare quando cambiano le mode, non noi.

Negli Stati Uniti suonate in posti grandi, qui in Italia siete ancora un gruppo da locale. Vi trovate a disagio quando dovete tornare a fare concerti davanti a un pubblico meno numeroso rispetto alle vostre abitudini?
No, per niente. Siamo abituati a situazioni del genere e penso che la gente sia più coinvolta dalla musica in un piccolo club, quando può vedere il gruppo da vicino. E poi, in Europa sono in pochi a conoscerci, questo è il modo in cui possiamo farci ascoltare.

Molti gruppi rock hanno problemi a trattare con una major. Per voi come funziona il rapporto?
Avevamo molta esperienza alle spalle quando abbiamo cominciato ad aver contatti con una major. Nel corso degli anni abbiamo imparato come funziona l’industria discografica, come vengono venduti e distribuiti i dischi. Sapevamo cosa volevamo quando abbiamo firmato con una major e lo abbiamo messo in chiaro. Lavoriamo insieme: noi facciamo del nostro meglio e ci aspettiamo che loro facciamo altrettanto. non ci sono mai stati problemi di comunicazione.

Perché avete scelto un nome come Payable On Death?
Quando abbiamo cominciato, i gruppi metal avevano nomi di una sola parola: Metallica, Slayer, Megadeth e così via. Noi volevamo qualche parola in più. Payable On Death significa per noi che c’è qualcosa oltre questa vita, c’è vita anche dopo la morte. Devi avere fede in Dio e avrai una ricompensa, che verrà pagata alla morte. Significa “vita” più di ogni altra cosa, anche se usiamo la parola “morte”.

Be’, è una parola in perfetto stile metal.
Già, ma abbiamo cercato di deviare un po’ dallo stile più ovvio.

(Paolo Giovanazzi)

Altre interviste

Bad Religion - Brett Gurewitz racconta il ritorno nel gruppo, il nuovo disco e le fortune della Epitaph... (21/01/2002)

Roberto Vecchioni - Il cantautore milanese lancia qualche coltello, ma non per ferire... (19/01/2002)

Waterboys - Mike Scott racconta 'Too close to heaven'... (17/01/2002)

Subsonica - Samuel racconta il nuovo album della band torinese, 'Amorematico'... (15/01/2002)

XTC - Andy Partridge racconta le vicissitudini artistiche (e legali) del suo gruppo... (10/01/2002)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.