Forse vi hanno lavato il cervello pure a voi? Riprendetevelo con Gregg Alexander!

I New Radicals sono un partito di una persona sola: Gregg Alexander, 28enne alto, con l'aria che hanno quegli studenti Usa che si iscrivono all'università per passare qualche anno divertente al campus. Ma attenzione: Gregg prende la musica sul serio e la fa coincidere con la politica - anche se, quando scopre di condividere con l'intervistatore il culto dei Van Halen, si accalora.

«Ecco, David Lee Roth è una tipica vittima del rock-system. E' stato un mito, ha avuto tutto. Poi si è messo in proprio, ha venduto meno di prima, e i media hanno cominciato a ridere di lui. E a dire a noi lettori: "Povero Dave, sarà ubriaco in una stanza buia a ripetersi: non sono più nessuno..." Quando poi, lui magari era a letto con dieci tipe pieno di coca... L'ho visto succedere di persona: Billy Idol, e un'altra volta Rick James entrano in un locale, e tutti: "Haha, è bollito ormai". E io pensavo: state scherzando, la gente ha avuto tanto da loro, perché fate così?»

Sembra che tu sia più per il passato che per il presente: in "You get what you give" mandi a quel paese Hanson, Courtney Love & Marilyn Manson...
«Non è che abbia un punto di vista così negativo su di loro. Il fatto è che per un anno, ovunque mi trovassi nel mondo, vedevo la insulsa macchina mediatica americana pompare curiosità per personaggi molto meno interessanti delle cose veramente importanti e orribili che succedono al mondo. La gente passa ore a ricevere informazioni inutili. Io sentivo dire in giro: "Questo è ridicolo, non se ne può più". Ma di solito i media ignorano questo senso di saturazione da parte della gente comune, perché è antiproduttivo. Col caso Lewinsky ho visto la CNN fare una tavola rotonda in cui si chiedeva: "Perché anche noi siamo ossessionati da queste stronzate?" E' semplice: perché quelli che contano preferiscono che si parli di questo, piuttosto che dell'uso che si fa dei soldi del contribuente, di gente che va in rovina, di scandali veri».

E quindi...
«Quindi in "You get what you give" ho cercato di rappresentare questa attenzione spasmodica per le celebrità. Devo dire che quando arriva questa parte della canzone, il pubblico esulta. Probabilmente è quello che vorrebbero dire tutti, ma che non si sentiranno mai dire dai media: le cose vere, che ci riguardano, non quelle pagliacciate. Molti mi hanno detto: "Erano anni che non sentivo una canzone che parlava della realtà". Il rock viene manipolato. Troppa musica che non è fonte d'ispirazione, ma solo un prodotto artificiale. La cultura pop è ormai andata a sovrapporsi alla moda e all'industria. "Che macchina ti piace? Che musica ti piace? Come ti vesti?" Il mondo va in questa direzione. Noi non possiamo far altro che tentare di muovere lo sterzo leggermente verso la direzione opposta. E sperare che uno spettatore, un giornalista o un produttore, sentendoti, siano indotti a fare lo stesso».

Dicono che la "rabbia negativa" del grunge ha concluso la sua spinta, e sta arrivando la "positive rage". Saresti tu?
«Oh, non lo so... Certo, negli ultimi anni la routine dei musicisti rock è stata dare fuoco alla stanza d'albergo, drogarsi, guardare la tv e scrivere canzoni tipo "voglio uccidermi". Beh, la realtà di tutti i giorni è in un certo senso più terrificante di qualsiasi negatività da fighi. Cosa ha fatto il grunge? Non ha proposto nulla, se non chitarre più forti».

Ma forse anche quello è stata una scelta di una generazione stanca di Bros, Tiffany e New Kids on the Block, che imperversavano alla fine degli anni '80.
«Può darsi, ma non so mai se e cosa la gente scelga. Ad esempio, la gente vuole la melodia o i testi? Chi lo sa. I profeti generazionali, come Kurt Cobain e Bob Dylan, di solito badano più ai testi. Quindi forse la risposta sta lì. Ma i testi nel rock sono diventati così poco universali. Alanis Morissette scrive testi molto belli, ma parla sempre di sé. Forse l'hip-hop è rimasto il solo genere a proporre cose valide per tutti, e non solo una parata di smisurati ego. Questa è probabilmente la ragione per cui i ragazzi ci diventano matti: ci sono delle verità nell'hip-hop, di cui il rock non si cura più... E anche se è la verità di una persona, di un'esperienza, i ragazzi la sentono come vera. E' un peccato che Tupac, Ice Cube, o anche Busta Rhymes vengono ignorati dai giornali dei bianchi, che si gettano su personaggi che influenzano molto meno la gente».

Quando hai deciso che "avevi la musica in te"?
Per me come per milioni di persone, la musica ha sempre portato con sé una forte carica di eccitazione. Quando entri nel music business, questa carica ne esce massacrata. Perché capisci che una band o una canzone non possono cambiare il mondo. Ma capisci anche che la tua canzone, suonata in un particolare momento, può influenzare la giornata di una persona che non conoscerai mai, può rasserenarla dopo una giornata stressante o caricarla prima di un momento importante...»

Perché "New Radicals", se sei solo tu?
«No, c'è una band, anche se io sono l'unico membro permanente, autore e produttore. Ma se qualcuno vuole unirsi ai New Radicals, portare la fidanzata, oppure andarsene, può farlo. Una specie di partito, sì... In effetti la maggior parte delle alternative bands potrebbero chiamarsi col nome dell'autore-produttore di cui in realtà sono la proiezione».

Ma prima hai pubblicato due dischi a tuo nome.
«Che nessuno ha mai ascoltato. Non credo facessero schifo, credo piuttosto che non avessero alcuna attrattiva. La musica è trendizzata. I discografici dicono: "Ehi, funzionano i cantanti coi capelli verdi, trovatemene un paio!" Io ho fatto dischi sarcastici e indifferenti a quanto succedeva in giro. Ricordo che uno della mia casa discografica veniva da me dicendo: "Ho parlato con le radio, dicono che il pezzo va bene, ma c'è una chitarra un po' troppo forte, remixiamola". Ecco, siamo schiavi di qualche dj... Ero pronto ad essere un naufrago della musica. Così ho fatto un sacco di canzoni con lo spirito del demo, convinto che nessuno le avrebbe mai ascoltate. Poi mi è capitato di vedere la reazione della gente ad alcune mie canzoni, e ho pensato: "Forse ho preso la strada giusta", oppure: "E' arrivato il momento per la mia musica"».

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