Una delle grandi signore della canzone americana è tornata. “It’s like this” è il primo disco tre anni dopo il discusso “Ghosty head”, in cui si ammiccava discutibilmente all’elettronica. Questa volta, invece, la bionda cantante si è riavvicinata al jazz, con il suo secondo disco di cover, dopo “Pop pop” (1991). L’abbiamo incontrata in occasione della consegna del Premio Tenco e ci siamo fatti raccontare un po’ di cose…Ti è occorso molto tempo per fare questo disco: tre anni…
Beh, ma è la norma per me… anzi è poco! Nella pop music, visto che c’è così tanta competizione, devi stare entro certi ritmi, e se non li rispetti vieni ignorato. Ma io non sono fatta così...
Com’è nata l’idea di fare un altro disco di cover, dopo “Pop pop”?
Non c’è una vera ragione. Forse perché non avevo canzoni originali. Sono molto lenta… e non ne avevo scritta nemmeno una. Non è una cosa misteriosa: scrivo e canto cose al momento, non programmo. Però credo che questo disco di cover sia abbastanza unico. Insomma, registro quel che mi sento di registrare.
C’è un motivo per questo “stasi creativa”?
Non ho scritto nuove canzoni perché mi serve molto tempo per scrivere. Quando scrivo qualcosa voglio raccontare un fatto concluso, devo ragionarci, lasciarlo sedimentare… Non mi è ancora capitato nulla del genere, quando sarà il momento… Ho tre canzoni che sono rimaste mezze finite per 5 anni….
C’è una canzone che ti ha fatto venire l’idea di tornare a fare cover?
No, ho solo pensato che era un po’ di tempo che volevo cantare alcune canzoni soul degli anni ‘70 e ‘60, come “Papa was a rolling stone”, che peraltro non è finita sul disco. Non mi piace fare sempre la stessa cosa, perché poi sembra che sia stata programmata a tavolino. Però mi piace suonare un po’ di soul, un po’ di Sinatra, po’ di Beatles …
Beatles, appunto. Come è nata l’idea di registrare una cover di “For no one”. Lo hai fatto per la qualità del brano o è stata una scelta d’amore, perché ti piaceva molto?
L’ho registrata perché mi piace molto… Non puoi separare i due concetti: ho sempre amato molto i Beatles. Sono stata a Los Angeles a suonare in un locale, il “The Largo”, lì c’è questo ragazzo che può suonare qualsiasi canzone dei Beatles. Insieme abbiamo fatto “For no one”. Dopo quella serata mi è si concretizzata l’idea per questo disco. È stata una cosa naturale, senza troppa meditazione alle spalle.
Nel disco ci sono diversi ospiti come Joe Jackson e Ben Folds. Come sono nate queste collaborazioni?
Di nuovo, sono capitate per caso. Sapevo che Ben Folds apprezzava la mia musica, così gli ho spedito un email. Come ho poi fatto per Joe Jackson… Ho solamente chiamato persone che conoscevo. Non avrei mai pensato di lavorare con Joe Jackson prima, ma nell’ultimo anno ho iniziato a sentire una forte attrazione per la sua carriera: scrittore molto interessante, non particolarmente famoso, atteggiamento incredibile!
A sentire la cover di “Showbiz kids" sembra che suoniate insieme da sempre… Conosci i suoi dischi?
Non proprio. Ho solo pensato ‘wow’, perché canta in un modo che va bene con il mio, ricorda molto le mie prime cose….
Con Jackson hai sicuramente in comune la voglia ti trascendere i singoli generi musicali. L’ultimo disco, per esempio, è molto vicino al Jazz. Ce un genere a cui ti senti più legata?
No, perché credo di avere creato il mio genere. Non c’è una cosa specifica che posso fare: posso fare del jazz, è vero, ma sarebbe molto noiosa un’intera serata di jazz…
“Ghostyhead”, il tuo penultimo disco era dedicato all’elettronica e alla tecnologia. Non fu accolto molo bene… Cosa ne pensi oggi?
La penso nello stesso modo in cui la pensavo allora: è bellissimo, mi piace ancora come quando l’ho fatto.
Cosa ti aspetta ora?
Per ora un bel po’ di concerti negli Stati Uniti. Poi si vedrà…
(Gianni Sibilla)