Uno dei maghi della club culture...

Insieme ai Basement Jaxx è considerato il guru della nu house rumorosa e “punkettona”. Se però gli inglesi Basement Jaxx, lo scorso anno, con “Remedy”, hanno deciso di contaminare l’house con sonorità low fi e una miriade di interferenze, Van Helden, dopo il successo dello scorso anno con un singolo riempi pista del calibro di “U don’t know me” e un album altrettanto di successo come “2 future 4 U”, ritorna in scena con un disco, “Killing puritans”, che è manifesto programmatico intransigente di un artista che, stufo di house senza grinta, ha pensato un album che si spinge ben oltre la contaminazione di Basement Jaxx e rumorizza, come mai nessuno ha osato fare, un genere da sempre per nulla rumoroso come l’house music. Lo ha fatto nella pratica, con i brani devastanti di “Killing puritans”. Lo ribadisce nella teoria, con un’intervista in cui spiega come è nato e come si è evoluto questo nuovo disco.

Quali pensi siano le differenze tra “Killing puritans” e questo nuovo disco?
“2 future 4 U” era un disco del tipo: okay, mettiamo tutti questi brani insieme, senza che ci debba essere un tema comune, un elemento in particolare che colleghi i brani l’uno all’altro. Per intenderci, ogni pezzo non doveva per forza di cose assomigliare a “You don’t know me”. Potevo fare qualsiasi cosa. In questo album l’idea è la stessa. Non c’è un tema comune in particolare anche se, rispetto a “2 future 4 U” qui c’è un’idea di fondo che fa da collante tra tutti i brani del disco. Con questo album infatti volevo fare brani da “militante” dell’house. Da militante di un genere che oggi per me, da amante dell’house, è frustrante, perché ogni produttore vuol fare dischi perfetti, dischi ambiziosi, perdendo di vista lo spirito primario dell’house…Così per questo disco mi sono imposto di fare un disco composto da brani in cui la spontaneità fosse l’elemento principale. Così mi sono trovato a fare un pezzo e dire: okay, questo è a posto, senza pensare troppo a come suonava, se c’erano delle cose da rivedere o cose di questo genere. Il pezzo l’avevo finito. Punto e basta…Non me fregava niente delle ripercussioni che un atteggiamento di questo tipo avrebbe potuto avere una volta consegnato l’album al pubblico. Avevo deciso che questa era l’attitudine giusta per il disco. Un disco che mai come ora mi ha avvicinato alla strada, ai suoni della strada….

Insomma, possiamo pensare a “Killing puritans” come a un disco che più o meno consciamente vuole dire qualcosa, vuole trasmettere un messaggio…..
Sì, perché tutto intorno a me vedo dischi di house in cui non si canta altro che di quanto siamo felici, di quanto l’amore è meraviglioso. Sembra che l’unica cosa che abbiamo da fare sia andarcene in un club e ballare, senza problemi, senza preoccupazioni. Io non sono assolutamente d’accordo con questo approccio. E’ per questo che con la mia musica sto cercando di sovvertire queste regole, che cerca di andare oltre certi steccati, invisibili ma purtroppo presenti, che stanno affossando l’house music. Così “Killing puritans” potrebbe essere visto come una porta, come una via d’uscita da questi steccati che dividono la scena house e la chiudono in spazi angusti…

Quindi è anche per questo che nella traccia che apre l’album (la title track), parli di individualismo….”Killing puritans” può essere visto come un disco in cui tu, come individuo, non come parte di una scena, stai cercando di portare avanti la tua visione individuale dell’house music.
Sì, è proprio quello che voglio fare con “Killing puritans”. Predicare l’individualismo. Fare in modo che ognuno faccia ciò che vuole fare, costruisca il suo mondo, porti avanti le sue idee…

Il primo singolo dell’album, “Koochy”, è costruito intorno a un campionamento di un vecchio brano degli anni 80, “Cars” di Gary Numan. Come sei arrivato a questo brano?
E’ un pezzo che mi è sempre piaciuto. Lo avevo sentito alla radio quando ero piccolo. Avrò avuto 12 anni quando lo sentii la prima volta. Poi sei anni fa questo pezzo riemerse dal nulla. Già allora ero intenzionato ad usarlo come campionamento per un mio brano. Poi però mi passo di mente. Oggi l’ho riscovato. La cosa buffa è che fino a quando non abbiamo dovuto fare le richieste per le licenze, ovvero fino a pochi mesi fa, non ho mai saputo di chi fosse il pezzo.

Ed ora che lo sai, ti è mai capitato di parlare con Gary Numan?
No, ma credo che debba accettare quello che sto facendo, che gli piaccia o no. Penso di aver riportato alle strade, alla gente, quello che lui ha fatto vent’anni fa. All’inizio, quando esordì, credo che l’attitudine sia stata la stessa con cui affronto la musica ora: fare musica per la strada, per la gente.

Quando scrivi i tuoi pezzi hai l’abitudine di testarli dal vivo, nei club, sulla pista da ballo…….?
No, non è un’abitudine che ho. Non mi importa delle reazioni della gente a quello che faccio. Se facessi una cosa del genere, se testassi le reazioni della gente prima dell’uscita del disco farei dischi noiosi, sicuri ma noiosi…

A parte il campionamento di “Cars”, a questo disco hanno collaborato diversi artisti. Come sono nate queste collaborazioni?
Sono abituato a lavorare senza stabilire più di tanto i miei programmi. Così non programmerò mai le mie collaborazioni. Se incontro una persona e questa persona mi piace, beh, per me è naturale invitarla in studio e, se è una cantante o un rapper, chiedergli se ha voglia di dire qualcosa sulle mie basi. Nel caso di Common è stato così. Certo, essendo lui un rapper di Chicago, era chiaro che avesse un background house. Così, quando mia sorella mi ha detto che lo conosceva, beh, mi è stato facile chiederle il numero di telefono. Da lì alla collaborazione il passo è stato breve. Nel caso di N’Dea (Davenport, n.d.r.) è stato diverso. Ci ha messi in contato il mio manager, e devo ammettere che è stato bravo a coinvolgere nel progetto (in “Watch your back”) anche Herbie Hancock.

Cosa ne pensi della musica dance e della club culture oggi, anno 2000?
Molte delle cose che vengono pubblicate non mi dicono assolutamente nulla. Credo che il 90% della musica dance al momento faccia schifo. Il problema è che si è perso lo spirito originario della musica dance e della club culture. Era uno spirito secondo cui la club culture doveva smuovere qualcosa, ti doveva colpire. Oggi non è più così. Io, con “Killing puritans”, sto cercando di riportare la dance a quello spirito primario.

Altre interviste

Angie Stone - La signora dell'r&b si racconta... (10/09/2000)

Ben Christophers - Incontro con uno dei cantautori di maggior successo del momento... (07/09/2000)

Alice Cooper - L'unico vero cattivo del rock'n'roll... (03/09/2000)

Peter Gabriel - Il più multimediale dei musicisti si racconta... (30/08/2000)

Litfiba - Il dopo Pelù, il dopo Monza: Ghigo, Cabo e il Grande Dopo... (27/08/2000)

© 2026 Riproduzione riservata. Rockol.com S.r.l.
Policy uso immagini

Rockol

  • Utilizza solo immagini e fotografie rese disponibili a fini promozionali (“for press use”) da case discografiche, agenti di artisti e uffici stampa.
  • Usa le immagini per finalità di critica ed esercizio del diritto di cronaca, in modalità degradata conforme alle prescrizioni della legge sul diritto d'autore, utilizzate ad esclusivo corredo dei propri contenuti informativi.
  • Accetta solo fotografie non esclusive, destinate a utilizzo su testate e, in generale, quelle libere da diritti.
  • Pubblica immagini fotografiche dal vivo concesse in utilizzo da fotografi dei quali viene riportato il copyright.
  • È disponibile a corrispondere all'avente diritto un equo compenso in caso di pubblicazione di fotografie il cui autore sia, all'atto della pubblicazione, ignoto.

Segnalazioni

Vogliate segnalarci immediatamente la eventuali presenza di immagini non rientranti nelle fattispecie di cui sopra, per una nostra rapida valutazione e, ove confermato l’improprio utilizzo, per una immediata rimozione.